Perdersi tra i sentieri delle Langhe non è come ritrovarsi nel nulla etneo. Lo dico per i cappellai matti della Sicilia bedda. Alla faccia dei nichilisti colti da libromania: vita e morte non sono la stessa cosa. Orfani di Cesare Pavese e della gran testa di Arpino, checché ne pensino i raccontatori per professione e contratto, quei luoghi – basso Piemonte: paesaggi baciati da dio – vivrebbero ugualmente in cima ai sogni. Lì la mano dell’uomo ha trasformato la natura, il pizzo se lo ha pagato lo ha pagato al creatore.

Due domande. La prima: una terra nata per essere narrata? Nulla di più falso per chi ha inalato quei raggi di sole. La Sicilia è una bugia raccontata mille volte, le colline piemontesi frutto di un matrimonio tra uomo e ambiente. Anche per questo, digiuni di bellezza, non le capiremo mai. Se per Bufalino tutto qui in Sicilia è eterno, lì l’eternità è movimento. La bellezza (quella vera) è timido ricovero dai colori tenui. Silenzio. Le Langhe si raccontano da sé, non serve un pensiero boccheggiante e baroccheggiante (la minaccia del tutto compreso, soprattutto il superfluo), non servono aggettivi, luoghi comuni, atti di fede e di dolore. Natura e uomo hanno stretto un patto. L’uomo non è nemico dell’uomo. Altra condizione sconosciuta, qui nelle terre bruciate. Alba, città di Fenoglio, quel che ha se l’è guadagnato e armi alla mano se l’è tenuto stretto.

Come leggere un volume del sociologo sorboniano Michel Maffesoli. Sulle virtù del paganesimo: «c’è qualcosa di pagano, qualcosa che rimanda a quel paganus, a quel contadino che ama la terra e cerca di trovare un accordo con lei, insieme a lei. Paganesimo: godere di ciò che si offre per essere vissuto, insieme agli altri, in un mondo che certo è imperfetto, ma sempre preferibile al nulla. La vita forse non vale niente, ma niente vale la vita». “Repubblica” del 23 giugno scorso sintetizza in una frase la condizione dei luoghi: «la fatica dei campi è diventata cultura». Qualunque siciliano laureato come i poeti di Montale sognerebbe una frase che passa attraverso gli umori verghiani. Ma la Sicilia è attorniata da nemici più forti, anche questo sappiamo. È debolezza travestita da accoglienza e fatica.

Seconda domanda: luoghi lontani dal vivere per e con gli altri quelli lassù sulle montagne? Essenze da sciocchezzaio. Lì l’Italia l’hanno fatta due volte – Risorgimento e Resistenzaqui abbiamo tentato – invano – di disintegrarla. Da autolesionisti. Adesso non sapendo a che straniero votarci lecchiamo i sandali alla Lega. La nostra di “lega” meridionale è fallita per la misera mancanza di idee, fermezza, uomini e programmi. Qui santi e boss – anche se lo diventeranno – sono amici per comodità. Sostituiscono lo stato del “padri” piemontesi. Il nostro non esiste.

A proposito dell'autore

Giornalista e saggista

Marco Iacona, giornalista e saggista. Siciliano non per colpa sua. Autore di sei volumi dal colonialismo italiano all’éra pop passando per il Sessantotto. Il settimo è in arrivo. Conosce Trento, Trieste, Bologna, Milano, Bergamo, Asti, Roma, Firenze, Pisa, Genova e Venezia. Non è mai stato ad Amalfi. Preferisce i fumetti a Nietzsche e Nietzsche a Hegel. Studia la destra ma preferisce Woody Allen. Ama l’opera lirica, la Callas e Pasolini. Ha vissuto quarant’anni in Sicilia e quattro in Piemonte. Nel 2010 ha riattraversato lo Stretto non per nostalgia.

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