Con titolo (ritmicamente settentrionaleggiante): “In Europa son già 103, e sottotitolo tematico (retoricamente interrogativo): “Troppe lingue per una democrazia?” è apparso un intrigante volumetto (edizioni Laterza, pp. X-82) di Tullio De Mauro, classe 1932. Un testo di piacevole e fruttuosa lettura per tutti, che dichiara subito, nella “Premessa” (pasolineggiante) “Nuove questioni linguistiche”, il tema della ricerca: ovvero il glob(al engl)ish e il problema di una lingua unica da adottare per l'”Unione Europea” che voglia diventare “Stato federale democratico”. Seguono 7 brevi capp. ciascuno con eserghi eloquenti: 1. “Il sorriso di Omero” (sul nome “Europa”), 2. “Le radici culturali dell’Europa”, 3. “Inventario geopolitico delle lingue d’Europa”, 4. “Cronologia comparata delle lingue d’Europa”, 5. “Plurilinguismo genetico” (e multilinguismo comunitario), 6. “Minimo comune multiplo” (ovvero il Lessico intellettuale europeo). Il cap. 7. “Una lingua per l’Europa?” risponde alla domanda posta in apertura nella Premessa. E il lettore che voglia subito conoscere la proposta dell’Autore può direttamente saltare al capitolo finale. Ma privandosi del piacere — per un paio d’ore — fornito dalla lettura dei capitoli centrali del testo.

Detto in ‘soldoni’, l’A. ritiene che politicamente il monolinguismo sia la soluzione più democratica per un’Europa in quanto stato federale. Tra le (circa 7000) lingue del mondo quella che può garantire tale obiettivo è, a giudizio dell’A., la lingua inglese per un duplice ordine di ragioni: (a) esterne, sociolinguistiche, ma anche, sembrerebbe, (b) interne, strettamente linguistiche. (a) L’inglese “è il principale strumento di comunicazione globale” (p. 73), ovvero è la lingua “transglottica” per “un miliardo di persone in India” (p. 73). Ed è poi un altro dato di fatto che in 19 dei 25 stati dell’U.E. “l’inglese è la lingua straniera più parlata” (p. 80). La diffusione è quindi un fattore determinante, a cui si affianca (b) quale caratteristica intrinseca “il gusto della concisione e della limpidezza dell’inglese” (p. 83). Una caratteristica questa però rivendicabile da qualsiasi lingua. Una terza motivazione che giustifica tale scelta, tanto ovvia da non essere neppure esplicitata, è naturalmente la potenza politico-culturale dell’inglese nel mondo, la cui conoscenza è indispensabile in pressoché ogni ramo del sapere umano.

L’inglese lingua-adottabile da parte dell’U.E. presenta così l’aspetto paradossale di non essere l’idioma nativo di nessun paese dell’U.E., almeno fin quando l’Inghilterra si tiene fuori da essa. Ma per questo stesso motivo la proposta ha il vantaggio della neutralità, e non può certamente essere tacciata di sciovinismo.

L’altro problema, strettamente collegato a tale scelta, è: in quale rapporto si colloca l'”inglese europeo” con le lingue materne, native degli altri (attualmente 25) Stati dell’U.E., perché esso diventi un idioma pienamente utilizzabile, con le stesse possibilità espressivo-comunicative delle lingue prime, pur marcato geograficamente e anche socialmente, in bocca a non-nativi? Il livello di conoscenza dell’inglese e delle lingue straniere in generale, ricorda De Mauro, non è in Italia, per essere eufemistici, “brillante”. L’università per la formazione degli insegnanti, “la scuola ordinaria” e “il longlife learning” dovrebbero farsi carico di tale problema.

Bisognerebbe adottare “Lo studio precoce di due lingue straniere” (p. 81), ma nello stesso tempo “le scuole dovrebbero evitare di offrire e chiedere solo l’inglese”. L'”avere rapporti con una pluralità di lingue” (p. 74) garantisce un “ritorno economico individuale (…) più alto” (p. 81) e nel contempo mette al riparo da possibili mutamenti di fortuna di una singola lingua.

Il punto particolarmente delicato riguarda allora le modalità d’insegnamento dell’inglese. De Mauro si mostra favorevole all’inglese quale lingua veicolare anche nella scuola, ovvero egli propende per “l’uso diffuso dell’inglese nell’apprendimento di materie di studio” (p. 74). Al riguardo, sembra aver mutato posizione rispetto a qualche anno fa, quando in un intervento su “Il politecnico monoglottico” (Accademia della Crusca, Fuori l’italiano dall’Università, Laterza 2012) egli aveva preso le distanze da simile scelta politica: “Imporre in una facoltà tecnico-scientifica l’intero insegnamento in una lingua straniera e, per giunta, in una sola (…) crea problemi ai docenti di quella facoltà (…) ma più ancora allo studio, alla cultura e ai destini professionali degli studenti” (p. 120).

Utilizzare una lingua straniera al posto di quella nazionale – veicolarmente – nell’insegnamento disciplinare alla lunga comporta la sostituzione e l’emarginazione della lingua nazionale. Il rapporto tra Italiano e Inglese è sì paragonabile a quello tra Italiano e dialetti. L’Italiano a livello europeo e nel mondo è un “dialetto” per ridotta estensione geografica, numerosità di parlanti rispetto all’Inglese “lingua” globale. E quindi si impone il bilinguismo italiano/inglese, se non si vuol rimanere culturalmente e socialmente emarginati. Ma la diffusione dell’Italiano, se non ha comportato (finora) la scomparsa dei dialetti, ha certamente determinato una sensibile riduzione del loro uso (esclusiva italofonia per 1/4 degli italiani e una significativa limitazione degli usi dialettali per i bilingui dialettoni/italofoni). L’esclusiva italofonia, pur lentamente ma inesorabilmente, sembra inarrestabile. La sorte della lingua italiana non sarebbe allora segnata nel momento in cui, esclusa dagli usi colti e scientifici, – nelle scuole italiane (e nell’Università) – l’inglese fosse utilizzato veicolarmente per insegnare le discipline, diventando nei fatti da lingua straniera la lingua materna (colta) degli italiani?

A proposito dell'autore

Docente di linguistica generale all'università di Catania

Salvatore Claudio Sgroi, ordinario di linguistica generale (Università di Catania), è stato pres. del corso di laurea in "Culture e linguaggi per la comunicazione", fa parte della direzione del "Bollettino del Centro di studi filologici e linguistici siciliani", del comitato di redazione "Le Forme e la Storia", e collabora a importanti riviste italiane e straniere di linguistica. È autore di circa 400 saggi e di numerosi volumi, tra cui i più recenti sono Per una grammatica ‘laica’. Esercizi di analisi linguistica dalla parte del parlante, UTET 2010; Scrivere per gli Italiani nell'Italia post-unitaria, Cesati 2013; Dove va il congiuntivo? Il congiuntivo da nove punti di vista, UTET 2013.

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