Per capire questi tempi grigi e cattivi può essere utile cercare occasioni per riflettere sulla responsabilità pubbliche e private che abbiamo quando scegliamo certe locuzioni anziché altre.

Travolti dall’utilitarismo spicciolo spesso ci limitiamo a pensare che la lingua sia solo un repertorio convenzionale di segni, dimenticando che è anche enérgeia, attività: codice di scambio, ma anche processo che progressivamente struttura la nostra visione del mondo. Se da una parte descrive, dall’altra pre-scrive e soprattutto per-forma, ovvero determina. Delimita il possibile e lo costruisce, esprime gerarchie e le costruisce.

Le parole non sono strumenti inerti ma definiscono l’orizzonte nel quale viviamo: noi siamo le parole che usiamo, la lingua ci fa dire le parole cui la società l’ha abituata.

In Italia esiste, e negli ultimi decenni abbiamo permesso che diventasse forte, una cultura razzista, omofoba, sessista, il cui lessico amplifica i borborigmi della pancia del Paese. Mentre ci abituiamo allo stravolgimento e all’uso feroce del linguaggio il nostro palato si fa più insensibile, la nostra soglia di disagio si abbassa. Alla fine, sopporteremo di tutto. È accaduto in questi vent’anni, con un’azione continua e dunque impercettibile. A forza di dosi quotidiane siamo già assuefatti/e?

Ogni produzione di senso si svolge in un contesto.

La pragmatica parla di registro aulico, colto, medio, colloquiale, familiare, popolare… il principale parametro di differenziazione è costituito dal grado di formalità della situazione. La formalità è codificata dalle norme sociali più o meno esplicite che regolano le interazioni: vale per le parole e vale per i comportamenti (presentarsi a scuola in mutande o mettersi le dita nel naso a tavola non è un’offesa alla pudicizia, ma a quel rispetto dell’altro che anche le forme esprimono e tutelano).

A teatro si può ridere della battuta volgare di un comico: ma se ripetiamo la stessa battuta in altro contesto e in altre vesti le cose cambiano. La volgarità però è diffusa perché attira e instaura una vicinanza: parla direttamente alla parte del cervello che gestisce le emozioni più primitive.

I linguisti registrano che è avvenuto un capovolgimento: mentre in passato l’italiano risultava deficitario negli ambiti informali, con il terzo millennio risulta carente per gli usi formali. In questa lingua modificata verso il basso trionfa un’informalità indifferenziata anche nella comunicazione non familiare; ciò potrebbe essere il segno di un’avvenuta democratizzazione ma spesso assume i connotati di una neopovertà, non economica ma espressiva e culturale.

Ormai le pareti dei bagni pubblici, o le cuccette dei camionisti, o le curve degli stadi sembrano troppo strette: la volgarità si espande nei mass media, nella pubblicità, nella politica, nei salotti, in bocca ai personaggi pubblici come agli sconosciuti.

Non è solo una faccenda di educazione formale: è un problema politico, di frustrazione individuale e di anomia sociale.

Non è detto che un passaggio d’epoca sia glorioso, nemmeno che sia dignitoso: lo dimostrano le cronache recenti del nostro Paese. Magari ipocrita, il politicamente corretto discende dall’intenzione di far convivere le diversità, di diffondere tolleranza. Per questo – non certo per considerazioni lessicali – le destre populiste, interessate a suscitare fobie sociali, lo odiano. Si nascondono dietro il paravento dell’apertura mentale, dei costumi evoluti e della nuova morale, della strizzata d’occhio postmoderna.

L’idea che le istituzioni si debbano aprire alle peggiori pratiche della quotidianità per essere più vicine al popolo è povera e inefficace, e profondamente reazionaria.

Il leaderismo finto-plebeo congiunto al voyeurismo televisivo ha forgiato una rozza mitologia della spontaneità, per cui l’abolizione dei freni inibitori si gabella per rivincita degli umili o per rifiuto del perbenismo: sbandierata nei comizi, ostentata nei talk show, ha riempito le nostre orecchie di parolacce, le nostre teste di luoghi comuni. Non tutti si accorgono che essa lascia inalterati i ghetti che la vicenda sociale ha creato. Che la volgarità compiaciuta della propria arroganza condanna alla mediocrità e alla subalternità. Che a forza di sciatteria generalizzata, di sottovalutazione del rispetto e dell’attenzione, della precisione e della cura, questo Paese ha un pessimo paesaggio, dei pessimi professionisti, una pessima politica.

A proposito dell'autore

Docente di Sociologia dei processi culturali, Università di Catania

Torinese trapiantata (per sua scelta) da quarant'anni a Catania, da altrettanti ininterrottamente insegna presso quello che oggi si chiama Dipartimento di scienze politiche e sociali. Andrà in pensione l'anno prossimo, e non ne ha voglia. Ha una figlia che fa l'urbanista a Roma. Si occupa di linguaggi dei media e della pubblicità, di scuola e di educazione di genere.

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