Fra qualche giorno sarà convertito in legge il decreto “semplificazione”, uno dei tanti da quando nel 1995 si è intrapreso il percorso delineato dalla Raccomandazione OCSE sul miglioramento della qualità della normazione pubblica. Il termine “semplificazione”, nonostante i molteplici richiami legislativi, tuttavia, sembra avere, ancora, un carattere misterioso e, forse, un po’ miracolistico. E la sensazione più diffusa è che ogni intervento di “semplificazione” produce più complicazione della vita quotidiana di quanto ne toglie.

Ci chiediamo quali siano le possibili cause e non possiamo fare a meno di ricordare che (proprio in base alla Raccomandazione citata) il primo obiettivo dei processi semplificatori è quello di trasmettere la “sensazione di semplificazione”.

Sia chiaro che non vogliamo (in questa occasione) indagare le cause della complessità dei procedimenti. Essa deriva dalla progressiva espansione delle aree di interesse e dei valori che si sottraggono alle relazioni informali socialmente regolate e si sottopongono alla formalizzazione e alla giuridificazione (è sufficiente richiamare la procedimentalizzazione delle valutazioni scolastiche, delle diagnosi mediche, della valutazione di impatto ambientale). La semplificazione non deve e non può essere una cancellazione della rilevanza di interessi e valori, spesso concorrenti, tutti (o quasi) comunque legittimati ad avere riconoscimento.

Le società più antiche esprimevano la complessità e la concorrenzialità dei valori personificandoli in divinità confliggenti. Iliade, Odissea, Eneide (i testi base della formazione nazional-popolare dei nostri ginnasi) erano la narrazione della conflittualità dei valori, del “nomos” della terra e di quello del mare, trasposta in un Olimpo irrequieto e litigioso. Le società monoteistiche hanno progressivamente materializzato e umanizzato il conflitto rendendolo “giuridico”.

Due millenni di giuridificazione del conflitto hanno scontato l’andamento altalenante di momenti di forte autorità associata a “semplificazioni dei valori” (si pensi alle codificazioni e alla forza dei regimi che le hanno espresse), a fronte di momenti di confusione associati all’emersione di valori concorrenti (si pensi alle “grida” seicentesche richiamate dall’altrettanto nazional-popolare Manzoni). La difficoltà del problema da risolvere è stata e continua a essere quella di formalizzare ed esprimere tutti i valori necessari per formulare giudizi. La specificità del problema dei regimi democratici è quella di pervenire al giudizio senza sopprimere autoritativamente l’uno o l’altro valore.

La “semplificazione” della quale parliamo, dunque, non è quella che elimina alcuni valori per rendere più facile la scelta. Ben diversamente, è quella che riesce a sviluppare sistemi di rappresentazione, formalizzazione e confronto in grado rendere “semplici” (con l’eleganza delle matematiche più evolute) operazioni complesse per l’operatore. Lo strumento potente inventato dalla cultura contemporanea è quello del “calcolo” informatico sviluppato con grandi macchine che rendono agevoli e rapide operazioni altrimenti lunghe e noiose. Ovviamente, i sistemi moderni presentano vantaggi e problemi. Possiamo pensare al grande apporto dell’immagazzinamento e della rielaborazione elettronica per la diagnostica computerizzata per immagini. Possiamo pensare alle Valutazioni di Impatto Ambientale, ai software previsionali in campo finanziario e così via.

Nessun sistema elettronico, d’altra parte, può produrre effetti utili se non dispone di dati quantitativamente adeguati e ordinati in modo da renderli fruibili. Si pensi alla raccolta dei dati finanziari, sia sotto il profilo quantitativo, sia sotto il profilo della formalizzazione del dato. Mi capitò (in uno dei miei inani tentativi di informatizzare strutture amministrative) di chiedere a una segretaria di inserire con il copia-incolla in un elenco i destinatari della corrispondenza. Li inserì tutti sotto la lettera ‘a’, perché tutti i nomi dei destinatari erano sempre preceduti da quella preposizione. La segretaria aveva eseguito bene una mia disposizione non chiara (primo obbligo di chi vuole semplificare), o aveva eseguito male una disposizione che avrebbe potuto interpretare in termini “semplificatori”? Deve essere chiaro che in un processo di rappresentazione come quelli ai quali tendiamo devono essere espresse, in primo luogo, le responsabilità della “semplificazione”.

È facile, dunque, capire le difficoltà di quanti non riescono a “dialogare” usando il linguaggio formalizzato delle macchine se non partono dal presupposto che la “semplificazione” esige una capacità preventiva di rendere leggibili i dati e chiari i problemi. Diversamente, si verrebbe a determinare la stessa situazione che si riscontra in certe botteghe di periferia che presentano etichette delle merci scritte con improbabile grafia e ancor meno probabile lingua (es: “pere”, in certi posti, non è il plurale del frutto del “pero”, ma il singolare di “piede”, che in siciliano sta per “pianta”, “esemplare vegetale”).

La sfida della ‘semplificazione’ è dunque articolata su più fronti:
a) Eliminazione delle ridondanze normative, facendo tuttavia attenzione che il “rasoio di Occam” non venga usato per eliminare i valori concorrenti, ma solo le duplicazioni inutili (se si eliminasse la V.I.A. sarebbe più semplice fare grandi opere).
b) Comunicazione dei soli aspetti operativi dei difficili calcoli che consentono di esprimere con semplicità la
c) Rialfabetizzazione degli operatori secondo le regole del linguaggio che devono utilizzare.
d) Rassicurazione degli operatori sulla sopravvivenza dei dati che utilizzano e producono ben oltre lo spegnimento del loro evanescente schermo.

Fino a quando dovremo assistere alla trascrizione cartacea, irregolare e illegittima dei documenti amministrativi elettronici? Fino a quando assisteremo (anche nelle sedi che dovrebbero coltivare l’innovazione) alla sopravvivenza della sequenza “elettronico-cartaceo-elettronico-cartaceo-elettronico” al posto della sequenza (doverosa per legge) “elettronico-elettronico” (tanto per restare in tema di semplificazione)?

A proposito dell'autore

Ordinario di Diritto privato all'università di Catania

Giuseppe Vecchio (Giarre, 1952), è ordinario di Diritto privato, è stato Preside, Direttore di Dipartimento, responsabile del Centro Orientamento e Formazione dell' Università di Catania, Consigliere al Consiglio di Giustizia Amministrativa per la R S, Consigliere nazionale Cri. È Cavaliere di Gran Croce dell' Ordine al Merito della Repubblica Italiana. Attualmente dedica la propria attività di ricerca ai 'diritti sociali'.

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