Salvo Reitano

Lo avevamo relegato in soffitta. Dimenticato, quasi avversato. Ora, invece, ritorna prepotente. Impazza sui social e nelle chat, su Messenger e su WhatsApp. È il dialetto che ritrova vigore. Uno scatto in avanti, improvviso e felino. Un modo per ritrovarsi nei confini geografici e culturali, per meglio comprendersi. Allora sia benedetta dal Dio delle lettere ogni occasione che consente di parlare e scrivere in dialetto.
Senza addentrarci in dispute linguistiche, senza fermarci all’apparenza, possiamo affermare che la consistenza dei vocaboli dialettali non ha eguali. Sono carichi di una forza enorme, straordinaria. Una forza dettata non solo dal vocabolo in sé ma anche dalle impagabili cadenze locali.
Termini come “abbabbalucchiri”e “babbasunazzu”; espressioni come “ogni fighiteddu di musca è sustanza”  e “ irrisinni unni persi i scarpi u Signuri“; frasi come “na botta a utti e na botta a timpagnu o “unni maggiuri c’è minuri cessa ” rappresentano la porta d’accesso ad un mondo meraviglioso e variegato, talmente grande che ci si può smarrire. Un mondo qualche volta volgare, quando la circostanza lo richiede, ma nobile come la saggezza popolare che ce l’ha tramandato. Un mondo fatto di imprecazioni e parole dolcissime, di complimenti a durissimi sfottò. Un mondo vivo anche quando sembrava dimenticato nella polvere di una soffitta.
Scrivere e parlare in dialetto esalta e consola, dà consistenza ai concetti che diventano una sceneggiatura. E così è più che sufficiente “raccontare”.ragusanews-com
Lascio a certe minoranze dotte le questioni filologiche delle quali so poco; come non mi va di appartenere ai difensori d’ufficio della purezza dialettale sconoscendo le ferree leggi della “grammatica”. Non lo considerò un disonore. Scriviamo pure come viene: un trattino di sospensione o un accento messi a casaccio non devono creare traumi da tema in classe.
È immergersi anima e corpo nel mare magnum della “parola parlata” quello che conta. Si tratti di scambiare opinioni con un familiare o scrivere un commento sulla chat degli amici.
Il sangue caldo del dialetto è nutriente solo se non viene destinato a surrogare la lingua ufficiale. Dobbiamo amarlo il dialetto che ci ha cresciuto nelle strade di periferia, perché ci offre scampo, nuovi e più solidi momenti di comprensione; perché è un pertugio attraverso il quale possiamo lasciare fuggire la nostra densità umana. Per queste ragioni non si deve risolvere in un esercizio calligrafico e grammaticale. Perfino codificarlo, il nostro dialetto, è peccato grave perché nessun vocabolario può domare gerghi tanto originali e mobili.
Le storpiature, la “cantabilità” casuale dei palermitani, dei trapanesi, dei messinesi, dei catanesi, dei nisseni, dei siracusani, degli ennesi, per restare in Sicilia, sentite in bocca a ragazzini oggi costretti a mediare tra il dialetto della strada e la lingua televisiva offre nuovi fervori e freschissime grazie.
Il dialetto, non solo il nostro ma anche quello delle altre regioni e contrade italiane, non potrebbe certo esprimere quelle astrazioni tanto care a certi politici rampanti o intellettuali tout court. “Ribaltone”, “ inciucio”, “larghe intese”, “agibilità politica”; per non parlare di “esodati”, “pentastellati” e altri metaforici come “staccare la spina al governo”, “mettere dei paletti” non scattano dallo spessore siciliano, romanesco, fiorentino, lombardo, grazie al cielo.
Volete mettere il gusto metafisico di una frase improvvisamente adottata quando nei salotti televisivi improvvidi politicanti insistono nel dire qualcosa non gradita e non condivisa da chi ascolta? Nel bel mezzo delle chiacchiere c’è sempre uno che sbotta: “E torna patruni e sciuscia”. Sono questi ghirigori del dialetto che fanno godere, anche romanzescamente, e trattengono dalla voglia di cattedra.
Spesso in casa mi ritrovo a commentare con i miei figli una partita di calcio in termini e pensieri dialettali. Se la squadra del cuore sbaglia un gol o il portiere avversario para il rigore il giudizio scatta bruciante e la parola che ne viene fuori è ovviamente irripetibile, perché tanti termini e pensieri dialettali sono fantasiosamente osceni; smuovono iperboli di una tale ferocia che la nostra bella ma piatta lingua italiana sconosce e ignora.
Il dialetto non gioca a nascondino. Concede, invece, un abbraccio violento con la realtà, non la modifica, purtroppo o per fortuna, ma la memorizza per sempre in scarne sillabe proverbiali.
Alla cultura dialettale, insieme a frasi secche e crude, appartengono anche certi silenzi, certe smorfie e certe gestualità. Sono codici che possiamo usare solo verso chi comprende e ha le chiavi di quel vocabolario e di quell’intercalare segreto. Così come determinati sospiri o esclamativi capaci, in un microsecondo, di sintetizzare interi discorsi.
Quale altro modo abbiamo se non il dialetto per meglio farci comprendere da chi comprende questo linguaggio scritto,  parlato, fatto di frasi, gesti e slavine di parole. E poco importa se diamo fastidio a certi bigotti. Questa è la forza sanguigna del dialetto. Una misericordia e al tempo stesso una condanna.

Foto: Vane Made – Ragusa news

 


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