Da un’idea e in collaborazione con Alessio Catanzaro

Giovanni: buongiorno John, che si dice lì, nei think tanks dell’East Coast, a proposito delle riforme istituzionali in Italia? C’è interesse negli ambienti universitari?

John: pare di essere tornati back to the fifties’, quando l’Italia era per noi un case study per la sua anomalia fra le democrazie occidentali. Un sistema politico bloccato, senza alternanza, con il più forte partito comunista europeo, governi altamente precari, consociativismo tra Dc e Pci, eppure capacità di crescita economica seconda soltanto a quella del Giappone. Poi con la caduta dei partiti e la fine della cosiddetta prima repubblica il nostro interesse si era affievolito. L’Italia sembrava avviarsi sulla via di una democrazia dell’alternanza e le cattedre di Italian politics sono cominciate a diminuire negli Stati Uniti.

G: dici bene, “l’Italia sembrava”. Adesso che l’instabilità regna sovrana nel paese e senza più nemmeno la crescita felice degli anni cinquanta, monta freneticamente l’interesse per i tentativi di riforma del sistema istituzionale per garantire governabilità e stabilità delle leadership, e credo che l’eco delle riforme si sia fatto sentire anche lì da voi. Cosa si pensa dell’idea di porre fine al bicameralismo perfetto e dunque della riforma del Senato?

J: si segue con grande interesse l’iniziativa che il giovane premier ha avviato, guardando però, com’è tipico di noi americani, alla storia. Quando i padri fondatori americani scrissero la costituzione degli Stati Uniti d’America avevano in mente per la neonata nazione una forma di governo sì elettiva, ma con una decisa impostazione autoritaria: un presidente “monarca” che nominava il governo, era a capo delle forze armate, con ampi poteri sugli organi legislativi (veto presidenziale) e giudiziari (nomine della corte suprema). Tuttavia, dovendo affrontare il problema relativo al potere legislativo, si accorsero che non si poteva mantenere allo stesso tempo l’impostazione federale dello stato e le istanze di maggior democrazia e indipendenza rispetto al potere presidenziale, e si risolsero a dividere in due camere il congresso, una federale (senato, due eletti per ogni stato) ed una rappresentativa (camera dei rappresentanti, eletti in ragione della popolazione di ciascuno stato), creando così il sistema di bicameralismo perfetto che perdura sino ad ora. Sembrò giusto ai nostri padri costituenti che il potere decisionale dell’esecutivo fosse limitato secondo ragioni di rappresentanza e di tutela delle autonomie dei singoli stati. Secondo alcuni noti scienziati della politica, la costituzione repubblicana italiana invece, scritta più di 150 anni dopo, pur contenendo principi e valori che travalicano le sole libertà individuali sancite negli emendamenti americani, e pur prevedendo un sistema di checks and balances, ha dato luogo ad un bicameralismo farraginoso e spesso inefficace nel prendere decisioni. Il bicameralismo perfetto, in cui il senato è un doppione della camera, fatta salva l’anacronistica elezione di senex (anziani), unito alle poche capacità decisionali concesse all’esecutivo, sempre subordinato al parlamento, ha prodotto sistemi di check in sovrabbondanza che rallentano l’azione di governo, pur salvaguardando gli interessi della rappresentanza.

G: ma ora che si è giunti, nella volontà di fare le riforme, a toccare l’impianto costituzionale, la volontà che è emersa è quella di prendere in mano il rasoio di occamiana memoria e tagliare quest’organo superfluo del senato elettivo, con competenze identiche a quelle della camera che, per composizione, è di per sé più rappresentativa del senato. Alcune voci hanno ricordato che il senato in origine fosse stato pensato proprio come una seconda camera con compiti di ulteriore ponderazione delle leggi, e che solo lo sviluppo del processo democratico di prima e seconda repubblica lo abbiano trasformato in un sostanziale doppione. Forse per questo motivo lo si vuole trasformare in una camera delle autonomie. Non credi che in tal modo sarebbe rivitalizzato?

J: mi pare difficile. Non si può ignorare che i senati “delle autonomie” esistono solamente nei paesi che posseggono un vero impianto federale (Germania, Stati Uniti), in cui le autonomie siano realmente autonome, avendo competenze effettive. Inoltre a me pare che il dibattito che state affrontando riguardi solo il problema delle modalità di scelta dei senatori, cioè se essi debbano essere diretta espressione del voto popolare oppure possano rappresentare organismi già eletti, o, ancora, se non ci possa essere una quota di nominati dal presidente della repubblica, ma io credo che vi stiate dimenticando il nodo fondamentale, e cioè che la modalità di elezione dei senatori dovrebbe dipendere dalle funzioni che questi si troverebbero a svolgere nel senato.

G: certamente si trasferiranno tutte le funzioni di conversioni di decreti, di concessione della fiducia, e di legge di bilancio alla Camera dei deputati, mentre al senato rimarranno le competenze da “piattino del caffè”, come lo definiva il vostro Jefferson, senza la possibilità di votare la fiducia al governo o di imporre un veto insormontabile, partecipando comunque alla discussione di leggi costituzionali, di bilancio e all’elezione del presidente della repubblica.

J: a che pro allora far diventare il senato “camera delle autonomie”, degli enti locali? Qui nella patria del federalismo sappiamo per esperienza che le autonomie non possono essere incentivate e promosse dando una tribuna ai rappresentanti degli enti locali, ma nascono e si sviluppano costruendo organi di competenze e di amministrazione locali, favorendo cioè la capacità di governo a livello locale, e non una fittizia rappresentanza di regioni che sono governate dagli stessi partiti che sono presenti nell’altra camera. Inoltre le vostre so-called “autonomie” hanno già il potere di influire sull’elezione del capo dello stato tramite i delegati regionali, e possono influire sull’operato del governo nella conferenza stato-regioni.

G: è quello che hanno obiettato in molti, e hanno proposto che si riduca soltanto il numero di senatori, che rimarrebbero eletti dai cittadini. Infatti la bandiera sotto la quale si è radunata l’opposizione ha uno slogan: “Torniamo all’elezione diretta!”

J: ma come si potrebbero giustificare i minori poteri del Senato rispetto alla Camera dei deputati, avendo entrambi la stessa legittimazione popolare? Ogni senatore potrebbe dire: “Che diritto ha un deputato di concedere la fiducia al governo quando sia io che lui abbiamo avuto i voti degli stessi cittadini? I voti espressi dai cittadini per il senato valgono forse meno degli altri?”

G: è vero. Inoltre entrambi i casi, quello di un senato degli enti locali con eletti di secondo livello e quello di un senato eletto direttamente, comportano contraddizioni interne. Nel primo caso perché il rapporto di fiducia elettore-parlamentare viene a mancare, non potendo il primo giudicare l’operato del secondo attraverso il voto; e nel secondo perché è impensabile che due camere con la stessa base elettorale abbiano poteri diversi. Che fare allora?

J: la politica è l’arte del compromesso, e mai come in questo caso si torna al punto nodale del problema della democrazia, non solo italiana, vale a dire la contrapposizione tra una garanzia di rappresentanza e una di governabilità. Come fare a garantire entrambe?

G: ma tu sai bene che io reputo fuorviante questa contrapposizione. Secondo me il vero problema è il sistema elettorale della Camera dei deputati.

J: sì, lo so, ma al momento il tema del dibattito è il Senato. E a proposito del Senato, discutendo tra noi politologi e costituzionalisti americani mi è venuta in mente una modesta proposta (per arrampicarmi sulle spalle di un gigante come Swift) che contempla un assetto istituzionale in cui, a fianco della camera dei deputati, pienamente legittimata a sbrigare gli affari della legislatura, assicurando la governabilità del paese, trovi posto un senato di persone liberamente scelte ma non elette. Tutto ciò è possibile se riconsideriamo le modalità di scelta dei senatori, in modo che non siano né nominati all’interno di segreterie o meet-up, né ricevano quell’investitura popolare che farebbe loro pretendere poteri decisionali identici ai deputati. In altri termini applicando lo stesso metodo degli inventori della democrazia ad Atene: il sorteggio.

G: non posso non trattenere una risata nel pensare alle reazioni se solo annunciassi questa proposta ad un qualsiasi italiano. Sai, ci sono 60 milioni di costituzionalisti in tempo di riforme.

J: è vero. Tuttavia, sebbene si tratti di una soluzione poco sperimentata, e dileggiata a tal punto che non viene nemmeno presa in considerazione, essa non perde la capacità di risolvere le questioni che attanagliano il dibattito sul nuovo senato. Senza dubbio un senato di sorteggiati non sarebbe elettivo, almeno non nel senso moderno del termine. Ma il sorteggio presenta il notevole vantaggio di essere assai economico; niente schede e cabine elettorali, niente campagne elettorali, e ripetibile se contestato. Così, estraendo dalla grande urna dell’anagrafe qualche centinaio di cittadini, sul lungo periodo la rappresentatività sarebbe certamente assicurata.

G: sono argomenti convincenti. In effetti la democraticità sarebbe assicurata, perchè il sorteggio avrebbe l’ulteriore vantaggio di rappresentare anche chi si astiene dal voto, o vota scheda bianca, ottenendo lo stupefacente risultato di dare voce nelle istituzioni non solo a coloro che non ne hanno, ma addirittura, e senza imposizione alcuna, a coloro che non vogliono averne.

J: è chiaro, non solo la rappresentatività sarebbe assicurata, ma addirittura ampliata, facendo sì che in questioni di fondamentale interesse per la nazione si ascolti la voce di rappresentanti della totalità dei cittadini. Inoltre col sorteggio sarebbero i cittadini a entrare nelle istituzioni, e certamente in modo più ampio che non con la cosiddetta democrazia della rete. Nuove voci indipendenti parteciperebbero al dibattito democratico, e finalmente l’entrata della società civile nei palazzi sarà assicurata.

G: questa tua proposta inoltre ha il vantaggio di essere neutrale rispetto alle parti politiche o ai gruppi di interesse: affidare la selezione di parte della classe politica al caso non è né di destra né di sinistra, non premia né ricchi né poveri, poiché il caso è una livella incontestabile.

J: sarà per questa ragione che i politici non la prendono in considerazione? Nessuno potrebbe metterci il cappello sopra?

G: no, penso che comunque ci sarebbero degli scettici verso questa tua “democrazia della sorte”. Dopo tutto il caso porterebbe in parlamento anche incapaci, incompetenti, disonesti. Si dirà che in tal modo potrebbero entrare in senato persone di dubbie competenze o moralità. Rapinatori di banche, assassini che sono sfuggiti alla giustizia, ladre, prostituti, violentatori, o addirittura, per dirla con Brecht, fondatori di banche.

J: ti assicuro che a sentire quest’osservazione qui negli Stati Uniti si sbellicherebbero dalle risate. Ma ti pare – mi direbbero — che con l’attuale sistema questo rischio nel vostro bel paese sia stato evitato? Sono caduti governi ad opera di persone di dubbia moralità, e prima ancora altri se ne sono costituiti con a capo personaggi di moralità molto dubbia. Consideriamo inoltre i vantaggi ulteriori che derivano dal sorteggio. Nessun senatore sarebbe legato ad un politico o ad un partito che l’ha sostenuto, tutti agirebbero in piena libertà di giudizio.

G: già, e addirittura, poiché le probabilità di essere di nuovo sorteggiati sono uguali a zero, nessuno dei senatori sarebbe soggetto alla corruzione con la promessa di tornare a sedere in senato. Basterebbe proibire a chi è stato senatore di candidarsi alla camera e si risolverebbe, almeno per una parte del ceto politico italiano, l’annoso problema della corruzione!

J: certo, e a chi invece sostiene che sarebbe rischioso, addirittura folle, assegnare parte delle sorti della nazione all’irrazionalità del caso potremmo rispondere che non sarebbe meno azzardato che affidarsi alla speranza di realizzarle quelle sorti, poiché la speranza non è meno irrazionale del caso.

 

A proposito dell'autore

Raimondo Catanzaro ha insegnato Sociologia e Sociologia economica nelle Università di Catania, Trento, Bologna. E' stato Honorary Lecturer nella Sheffield University (G.B.), segretario generale dell'Associazione italiana di Sociologia, consulente della Commissione parlamentare d’indagine sul terrorismo e la violenza politica, direttore dei Dipartimenti di Politica sociale e di Sociologia e ricerca sociale dell'Università di Trento, e presidente della Fondazione di ricerca Istituto Carlo Cattaneo di Bologna. Ha condotto studi e ricerche su disuguaglianza sociale, imprenditorialità nel Mezzogiorno, criminalità organizzata, terrorismo e violenza politica, capitale sociale, lavoro domestico dei migranti in Italia, amministrazioni e sistemi di governo locali. Molti suoi lavori sono stati pubblicati negli Stati Uniti, in Inghilterra, Germania, Francia e Spagna.

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