Intervengo nel dibattito che è sorto su queste pagine riguardo alle riforme costituzionali, replicando all’intervento di Francesco Coniglione del 07/07/14; molto interessante, come di consueto.

Se ho compreso il Suo intervento, il Prof. Coniglione ha segnalato l’opportunità di affidare le riforme costituzionali a un’Assemblea Costituente formata da componenti non rieleggibili nel successivo Parlamento. Ciò per sottrarre le riforme alle interferenze e ai compromessi della normale vita parlamentare e governativa.

La soluzione proposta ha alcuni pregi, ma non credo sia adatta alla situazione attuale del Paese, per le ragioni che meglio esporrò di seguito.

Intanto, occorre ricordare che esiste una distinzione di fondo tra poteri costituiti e potere costituente. Poteri costituiti sono i normali poteri dello Stato: legislativo, esecutivo, giudiziario, e anche di revisione costituzionale. Tutti questi poteri nascono dalla Costituzione, e dalla stessa sono regolati e limitati (in particolare, il potere di revisione costituzionale è regolato e limitato dagli artt. 138 e 139). Il potere costituente, invece, nasce al di fuori della legalità e della Costituzione come potere senza legge, che scardina eversivamente una Costituzione per farne una nuova. Nessuna Costituzione, infatti, potrà mai prevedere le regole per la sua abolizione.

Eleggere un’Assemblea Costituente vorrebbe dire esattamente richiamare in vita il potere costituente. Un potere che (a differenza di quello di semplice revisione della Costituzione) è senza limiti né regole e si basa solo sulla legittimazione storica, morale e politica di chi lo esercita.

Ora, non mi pare né che la nostra Costituzione goda di così cattiva salute da dover richiamare in vita il potere costituente e neppure che vi siano le condizioni storiche (di mobilitazione morale della popolazione, di legittimazione dei partiti etc.) che consentirebbero di rendere credibile un’attività costituente, evitando di farla naufragare nel piccolo cabotaggio o, peggio, di veder sfruttare un potere senza limiti per adottare soluzioni squilibrate o comunque pericolose.

D’altra parte, gli enormi problemi causati dall’unica riforma della Costituzione di “largo respiro” andata in porto negli ultimi anni (quella delle Regioni e degli enti locali adottata nel 2001), che non a caso lo stesso Renzi si propone di modificare, dovrebbero indurre alla prudenza. Mi pare, infatti, azzardato attribuire agli esponenti un ceto politico capace – al più – di piccola amministrazione lo status di nuovi Padri Costituenti.

 

Alcune precisazioni necessarie

di Francesco Coniglione

Innanzi tutto ringrazio l’avv. Auletta per aver voluto prendere in considerazione le mie brevi considerazioni, che certo non vengono da un addetto ai lavori o da un esperto costituzionalista e che quindi ponevano una esigenza generale. E questa era dettata non solo dalla necessità di sottrarre la riforma della costituzione alle interferenze e ai compromessi della normale dialettica politica, ma anche e soprattutto dall’esigenza – a mio avviso imprescindibile – di assicurare la più ampia partecipazione democratica alla sua riformulazione, che certo non può essere assicurata da un parlamento eletto con un sistema non proporzionale e per giunta dichiarato ufficialmente “incostituzionale”; per cui avremmo il paradosso di un parlamento contro la costituzione che riforma la costituzione.

Inoltre in chiusa del mio articolo – consapevole dell’esistenza nella attuale costituzione di una ben precisa procedura per la sua riforma (indicati nei citati artt. 138 e 139) – indicavo come compito dell’attuale parlamento quello di predisporre le necessarie modifiche costituzionali che avrebbero permesso la nomina di un’assemblea costituente. E nel far ciò – come anche nel promulgare successivamente la legge per la sua formazione – si possono fissare i vincoli a cui deve essere soggetta la riforma, ad es. con la limitazione solo alla sua seconda parte. Ciò avrebbe evitato il conferimento all’assemblea costituente di quel potere senza limiti che paventa l’avv. Auletta.

Infine, l’ipotesi di una assemblea costituente – con i limiti detti – è vista da me come il male minore e in ogni caso meno pericolosa della riforma che corriamo il rischio di veder partorire nelle condizioni attuali. E in effetti il disagio che viviamo non è legato alla lettera della nostra costituzione, bensì alla quasi scomparsa legittimazione del ceto politico italiano, cui si vuol far fronte con una iniezione di norme costituzionali che diano ad esso nuovo vigore: una accresciuto potere, ovviamente, artificioso e artificiale che non deriva da una sua autentica credibilità e autorevolezza, bensì solo dalla volontà di perpetuarsi senza riformarsi. Ecco perché ritengo che in fin dei conti a rendere impraticabile la mia ipotesi siano non tanto le difficoltà giuridico-formali, bensì le ragioni di autoconservazione del ceto politico, che ha tutto da temere nel riconsegnare alla volontà popolare la riforma della costituzione.

 

A proposito dell'autore

Avvocato in Catania

Giuseppe Auletta, è nato a Catania il 25 maggio 1983. Dopo studi classici presso il Liceo “M. Cutelli”, nel 2006 consegue la laurea triennale in Scienze Giuridiche presso l’Università di Catania, con voti 110/110 e la lode. Nel 2008, sempre a Catania, consegue la Laurea Magistrale in Giurisprudenza con voti 110/110 e la lode. Nel 2013 diviene Dottore di Ricerca presso l’Ateneo catanese all’interno del corso di Dottorato in “Scienza, Tecnologia & Diritto”. Avvocato dal 2011, è iscritto all’Ordine forense di Catania ed esercita la professione con particolare attenzione alle tematiche del diritto civile e del diritto del lavoro. Dal 2013 è componente del Consiglio d’Amministrazione dell’Istituto “Servizio Cristiano” di Riesi (CL). Sposato con Angela Castiglione.

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