Katya Maugeri

PALERMO – Auto incendiata, attentato intimidatorio, attacchi a seguito di articoli, pensieri condivisi, segnali inequivocabili a Corleone, nel paese del capo dei capi che in passato ha conosciuto vittime di sindacalisti coraggiosi come Placido Rizzotto, ma c’è chi dinanzi a certi crudeli avvertimenti decide di proseguire per la propria strada, scegliendo la via della legalità, dell’informazione, della lotta alla mafia. È il caso del segretario della Camera del lavoro di Corleone, Dino Paternostro: giornalista, direttore del giornale online Città nuove, responsabile del dipartimento Legalità della Cgil di Palermo e autore dei testi A pugni nudi. Placido Rizzotto e le lotte popolari a Corleone nel secondo dopoguerra, L’antimafia sconosciuta. Corleone 1893-1993, Il sogno spezzato, La spada e la croce. Fra’ Bernardo da CorleoneDisobbedienti a Corleone.
A lui abbiamo rivolto alcune domande relative alla metamorfosi della realtà mafiosa e al silenzio – assordante – di coloro che preferiscono tacere, rivolgendo lo sguardo lontano, ignari che la mafia è anche “cosa loro”.

10444004_10152385700954822_4282013520985041002_nAdesso, dopo che ha mutato ancora una volta pelle e strategia, come l’organizzazione mafiosa incide sulla vita sociale e produttiva del Paese? 

«La mafia incide sulla vita sociale e produttiva della nostra Nazione e la condiziona attraverso una contrazione delle libertà individuali e collettive. In un paese o in un quartiere di mafia i cittadini non sono liberi di manifestare il loro pensiero e di associarsi per perseguire il bene comune. In certe aree del nostro Paese per esercitare normali diritti di cittadinanza occorre un surplus di coraggio e di determinazione. E tutto questo diventa ancora più grave per le attività produttive, che devono far fronte al racket delle estorsioni. Devono, cioè, pagare una tassa impropria alla criminalità organizzata. A scapito dello sviluppo produttivo e del lavoro che potrebbero creare».

È sempre più forte l’esigenza di una diffusa cultura alla legalità. In che modo bisognerebbe educare i giovani?

«I giovani bisognerebbe educarli a restare giovani. Cioè, a non cercare alibi, a non accettare compromessi, a non rassegnarsi al quieto vivere, a non ricercare spasmodicamente il successo. Ma una società fondata sul compromesso, sul quieto vivere e sulla sopraffazione dà modelli comportamentali diversi, inadeguati, spesso controproducenti. È necessario che le giovani generazioni e i ceti sociali schiacciati da questi modelli di società siano capaci di uno scatto d’orgoglio per prendere in mano il proprio destino e affermare il valore della legalità, che dev’essere strettamente coniugato con la giustizia sociale, altrimenti diventa vuoto e inutile legalitarismo».

Quale ruolo deve assumere il giornalista per mantenere viva la memoria storica?

«Deve “raccontare” i territori, scavando oltre la superficie. In Sicilia deve raccontare che esiste un’antimafia antica quanto la mafia, testimonianza della capacità dei siciliani onesti di ribellarsi ai soprusi e alle ingiustizie. E deve dare nomi e cognomi a questa antimafia “sconosciuta”. Per fare degli esempi: quelli di Bernardino Verro e Nicola Barbato nel periodo dei Fasci dei lavoratori (1892-94), quelli di Giovanni Orcel e Nicolò Alongi durante il “biennio rosso” (1919-29), quelli di Accursio Miraglia, Placido Rizzotto e Pio La Torre nel secondo dopoguerra ed anche oltre. Deve sottolineare che senza questa resistenza antica, senza Pio La Torre e la sua legge antimafia del 1982, che ha introdotto il reato di associazione mafiosa (art. 416 bis del c.p.) e previsto la confisca dei beni di provenienza illecita, non avrebbero potuto esserci i Falcone e i Borsellino».

13344799_10153914410529822_7502761202945124542_nCorleone da sempre è la capitale simbolica della mafia, com’è cambiato anche nelle sue dinamiche quotidiane l’atteggiamento mafioso?

«A Corleone, così come in Sicilia, la battaglia culturale contro la mafia l’abbiamo vinta. I giovani ormai sanno che “mafia è brutto” e lo gridano ogni anno, ricordando Rizzotto e Verro. Gli stessi mafiosi non hanno più l’arroganza di una volta, quando passeggiavano in piazza a braccetto del sindaco e del parroco. Da qualche tempo, paradossalmente, c’è da temere di più certa antimafia. Quella parolaia ed inconcludente e quella che serve da maschera ai mafiosi. Non è facile difendersi dalla falsa antimafia. L’unico criterio per distinguere la vera dalla falsa antimafia può essere rappresentato dalla coerenza tra quello che si dice e quello che si fa. Non è facile, ma dobbiamo provarci».

In che modo bisognerebbe abbattere l’omertà che ostacola la lotta alla mafia?

«Affermando il principio e dando prova che lo Stato è in grado (e vuole) tutelare i cittadini onesti. L’omertà è fondamentalmente paura. La paura la si supera dando sicurezza ai cittadini».

Qual è il ruolo degli intellettuali, oggi, di fronte al fenomeno mafioso?

«Dovrebbe essere quello che hanno avuto personaggi come Leonardo Sciascia: capacità di capire in profondità il fenomeno mafioso e i suoi mutamenti; capacità di saperlo comunicare ai cittadini e al “mondo”; capacità di denuncia dei compromessi e delle “trattative” piccole e grandi tra istituzioni e mafia, che ci sono sempre stati e continueranno ad esserci. Ma ci sono più in giro intellettuali come Sciascia? Mi guardo intorno e non ne vedo».

Diffondi la notizia!Share on FacebookShare on Google+Share on LinkedInTweet about this on TwitterEmail this to someone

Scrivi