Le grandi narrazioni sono finite, questo è il mantra che ripetono quotidianamente gli operatori dell’economia militante, quelli dell’informazione asservita e dei politici funzionali, e perfino gli intellettuali che si sono scoperti, nel volgere di qualche lustro, a praticare un realismo sospetto quanto codardo. E’ finita l’era dei grandi progetti, delle grandi imprese e – per ciò stesso – delle grandi idee che stanno dietro. Finite le ideologie, sepolte per sempre sotto le macerie del muro di Berlino, con il quale si sarebbe dissolto l’ultimo residuo di un mondo vecchio e si sarebbe affermato  – senza indugi – un mondo nuovo.

Diciamolo subito: la caduta del muro potrà pure segnare la fine reale del novecento (con ben 11 anni in anticipo), ma il mondo nuovo che si declama e si glorifica è nient’altro che il mondo sub specie economica, la piena realizzazione di un capitalismo in cui i pur formali presidi democratici della rappresentatività politica si sono ridotti al commissariamento e al controllo, da parte di una istituzione rispetto ad un’altra, della Troika rispetto agli stati, degli stati rispetto ai cittadini, dei cittadini rispetto a se stessi.

L’Europa dei popoli, l’Europa del welfare, l’Europa del diritto e del sociale è un sogno – reso possibile da secoli di scellerato colonialismo materiale e morale del vecchio continente sul nuovo e sul nuovissimo mondo – che si è trasformato in un incubo: il destino di centinaia di milioni di individui è nelle mani di un’oligarchia di potere (grandi banche, multinazionali, classi politiche asservite) che di fatto dirige oltre ai flussi di denaro anche quelli dell’informazione.

Il dispositivo centrale in questo disegno è la scomparsa, ma sarebbe più corretto dire il trafugamento, della nozione di possibilità, ovvero del concetto che è possibile un’alternativa al sistema che governa il mondo. Corollario indispensabile del dispositivo è appunto la fine delle grandi narrazioni, sostituite in blocco dall’unica narrazione possibile – che a questo punto diventa necessaria (in logica la “necessità” equivale a “non è possibile che non”) – del capitale e dei suoi ordinamenti.

Niente di tutto ciò sarebbe tuttavia possibile se il dispositivo del trafugamento non contenesse, al suo interno e come meccanismo realizzativo, la produzione e il mantenimento della soggettività perfettamente funzionale al dispositivo stesso: catene e sequenze lunghe ma efficaci di ingiunzioni, di manipolazioni, di mitopoiesi che convergono nel punto cruciale, c’è una sola realtà, quella del consumo e del debito!

Il grande filosofo francese Michel Foucault ha chiamato quest’ultimo meccanismo la microfisica del potere, a sottolineare la puntillistica, istantanea, presenza di dispositivi di controllo e di costruzione che rendono possibile l’impossibilità di un mondo altro, che non sia nel segno dello spettacolo (Debord), della liquidità (Bauman), dell’anomia post-moderna (Lyotard).

Ma alla fine del giro, quello che conta veramente nella giostra del capitalismo senza freni, di questo sistema fatto a immagine e somiglianza di un dio senza scrupoli che affama i suoi figli mentre li indebita con la colpa,  è solo una cosa: che ogni orpello inutile, che sia la democrazia o la politica, sia spazzato via o sostituito con una controfigura efficace.

A proposito dell'autore

Esperto in processi di comunicazione, psicologo

Si laurea in psicologia sperimentale a Roma. Dopo esperienze lavorative nell’ambito psicopedagogico inizia la sua attività in ambito sanitario. Contemporaneamente collabora con l’Università di Roma prima e di Catania poi come cultore della materia. Dal 2003 al 2009 è docente a contratto di psicologia della comunicazione presso la Kore di Enna. Ha pubblicato numerosi articoli scientifici e due volumi, uno su “Le strutture profonde della comunicazione” e l’altro su “il corpo disabitato: fenomenologia del fitness”. Dal 2008 cura i processi comunicativi dell’ASP 7 di Ragusa. Dal 2011 svolge attività pubblicistica per testate on line e la rivista “Le Fate: identità e cultura siciliane”. L’area dei suoi interessi va dalla filosofia alla musica al cinema.

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