di Avv. Pierpaolo Lucifora

Si passano in rassegna alcune tra le più recenti posizioni giurisprudenziali, e provvedimenti normativi di altra natura, meritevoli sicuramente di nota per la curiosità che suscitano, decidendo su fattispecie di vita reale molto ricorrenti nel quotidiano. Le stesse denotano come il comune sentire trovi spesso espressione nelle statuizioni degli organi chiamati ad applicare le leggi; ma mostrano anche come, non di rado, i punti di vista fatti valere dai giudicanti siano molto lontani dal sentimento sociale, proprio della Comunità latamente intesa.

Abitazione e posto-auto: un connubio inscindibile.
La vendita di un’abitazione senza il diritto d’uso del posto auto condominiale è illegittima e può comportare la nullità dello stesso contratto. Lo ha chiarito la Cassazione con la sentenza del 10.3.2015, n. 4733, in relazione ad una compravendita di un appartamento posto alla periferia di Roma, nell’ambito della quale il venditore aveva alienato solo l’immobile, mantenendo il diritto d’uso del parcheggio condominiale. Dopo avere perso i primi due gradi di giudizio, i coniugi acquirenti, sicuri delle loro ragioni cioè del fatto che insieme all’appartamento andava abbinato anche il beneficio del posto auto condominiale, presentavano ricorso in Cassazione. La Suprema Corte ha accolto il ricorso, ritenendo che la normativa di riferimento (ossia, l’art. 41-sexies della legge n. 1150/1942), disponendo la dotazione di parcheggi nelle costruzioni realizzate dopo l’1 settembre 1967, pone un vincolo di destinazione obbligatorio tra la cubatura totale dell’edificio e gli spazi destinati a parcheggio, facendo sorgere in tal modo un diritto reale d’uso sugli stessi a favore di tutti condomini.
Diversamente, si va incontro ad una “alterazione del precedente standard urbanistico”, cioè del rapporto tra la superficie di parcheggio e i metri cubi di costruzione, in danno del diritto degli acquirenti dell’immobile di fruire anche del posto auto sotto forma di diritto reale d’uso, lo stesso vincolo di destinazione imposto dalla normativa.

La privacy del lavoratore e l’uso di strumenti elettronici.
Sempre d’interesse sono le disposizioni che riguardano la privacy. Soprattutto se relative all’ambito lavorativo. Secondo il Garante della Privacy (v. linee-guida del 15.5.2015), il datore di lavoro è tenuto ad osservare una serie di accorgimenti a tutela dei dati personali dei suoi dipendenti.
In particolare:
• Il datore di lavoro deve adottare le misure necessarie a garantire la sicurezza dei sistemi informatici e dei dati in essi contenuti. Quindi ha l’obbligo di dotare i computer aziendali in uso ai dipendenti, di programmi antivirus e altri sistemi di sicurezza che impediscano di prelevare indebitamente i dati e le informazioni riservate dell’azienda e del dipendente.
• Deve informare i dipendenti su quali siano le modalità di utilizzo degli strumenti messi a disposizione, informando i dipendenti degli eventuali controlli a distanza (ad es. con videocamere a circuito chiuso), e quali siano le conseguenze disciplinari in caso di violazioni. I controlli per motivi di sicurezza, infatti, sono legittimi solo se contenuti nell’ambito dei principi di pertinenza e di non eccedenza, ossia solo per prevenire il rischio “sicurezza” e non oltre tale finalità.
• I programmi in uso al personale devono essere impostati in modo da cancellare periodicamente ed automaticamente i dati personali relativi agli accessi ad internet e al traffico telematico, la cui conservazione non sia necessaria (v. i cosiddetti “cookie” che segnano il traffico e i movimenti dell’utente su internet).
• La posta elettronica, come le altre forme di corrispondenza, è protetta dal segreto secondo la nostra Costituzione. Ciò significa che se tale strumento di comunicazione risulta necessario per le comunicazioni istituzionali, anche interne all’azienda, sarà opportuno che il datore di lavoro assegni ai dipendenti un indirizzo di posta elettronica aziendale. E’ stato detto, altresì, che nel caso di assenza per lunghi periodi il datore di lavoro può delegare altro collega a leggere i messaggi di posta e gestire quelli ritenuti rilevanti per l’attività lavorativa.
• L’azienda deve chiarire ai dipendenti se questi sono autorizzati o meno a effettuare comportamenti come il download di software o di file musicali o l’uso dei servizi di rete con finalità ludiche o estranee all’attività lavorativa (navigazione sui social network). In caso negativo, ossia di divieto o di limitazioni, il datore deve precisare quali potranno essere le sanzioni sul piano disciplinare che verranno applicate per l’uso indebito.

Trasferimento del giornalista con il profilo di redattore in un servizio di “cucina redazionale”.
Con una decisione che desta delle legittime perplessità, la Corte di Cassazione (sentenza del 6 maggio 2015 n. 9119), ha escluso che, di fronte alla denuncia di dequalificazione di un redattore che era stato spostato dalle mansioni di articolista a quelle di “cucina redazionale”, si possa parlare di demansionamento o di trasferimento, per l’appunto, dequalificante. Il problema da risolvere, in questo come nelle altre fattispecie analoghe, è quello di capire se vi è equivalenza professionale tra i due tipi di compiti, in ossequio alla disciplina di cui all’art. 2103 cod. civ. Nel caso in esame, la Suprema Corte ha ritenuto di si, ritenendo, in linea con quanto deciso nei precedenti gradi di giudizio, che l’attività di cucina redazionale affidata al redattore possedeva il tratto distintivo della creatività giornalistica, consistendo nella (proposta di) scelta dei pezzi, nella composizione di titoli, didascalie e foto relativi agli articoli da pubblicare nella pagina del giornale, nell’eventuale revisione dei relativi testi e infine anche nella possibilità di proporre l’inserimento nella pagina anche di propri pezzi”.

Licenziamento se si fruisce dei permessi della legge n. 104/92, dedicandosi anche ad altre attività.
Anche questa pronuncia lascia dei dubbi, per la sua – forse eccessiva – severità. Nella sentenza in commento (Corte di Cassazione, 30 aprile 2015, n. 8784), si è ritenuto corretto il licenziamento del lavoratore per avere partecipato ad una festa danzante nella giornata in cui fruiva di un permesso retribuito per assistere la madre disabile, ai sensi della nota legge n. 104/1992. Anche se di primo acchito, ragionando un po’ frettolosamente, la pronunzia può essere ritenuta “giusta”, è possibile ipotizzare che la partecipazione alla festa danzante (come potrebbe essere a qualsiasi altra attività ludica o meno), sia avvenuta in un momento in cui il familiare non richiedeva più alcuna cura (ad es. di sera, quando già riposava). Secondo la sentenza, invece, che non chiarisce bene le circostanze di fatto che hanno connotato la condotta del dipendente licenziato, il comportamento di quest’ultimo viola addirittura norme costituenti il “minimo etico” di una civile convivenza, affermazione, sulla quale si basa il rigetto della censura che relativo alla mancata pubblicazione del codice disciplinare. La Corte Suprema supera questo e gli altri motivi di ricorso, sostenendo che il codice non sia necessario quando si tratta di violazione di norme penali o costituenti il c.d. “minimo etico” e quindi conoscibili da tutti.

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