Ebbene sì: ai mondiali di calcio tifo di volta in volta Cile, Colombia, Messico, Algeria, Nigeria… Mai una squadra europea. E tra una partita e l’altra, mi fa sorridere sentire al tiggì che Renzi, a Strasburgo, rilancia il vecchio sogno, ormai impolveratissimo, degli stati uniti d’Europa.

Un tempo ci credevo, mi sentivo con orgoglio cittadino europeo. Poi quel sogno è stato ucciso. E non solo dalle banche e dall’imperialismo teutonico, che di quel vecchissimo e fiacco continente, senza immaginazione e senza futuro, hanno svelato il volto torvo, cinico, ottuso, rassegnato. Non solo. L’Europa è morta e muore ogni giorno nei flutti del Mediterraneo, dimostrando la propria impotenza e peggio indifferenza al cospetto di tanti morti, rinunziando a una politica unitaria di soccorso a quei dannati della terra, ad aprire loro nuovi orizzonti e nuove identità come altri continenti, più giovani e più vivi, fecero in passato.

Del resto l’idea d’Europa, nel momento stesso in cui prendeva corpo, s’impregnava già d’un dolce tanfo di decadenza, di città morenti e di bellezza sfiorita, di blasonata impotenza e di festosa catastrofe, di decrepiti gentiluomini in stiffelius e di esangui fanciulle bistrate, di valzer interrotti da spari e di fiori marciti in un cimiterino liberty.

Che questo impasto di colori e suoni, di nostalgie e chimere, diventasse realtà e per di più influente, era una nobile utopia, un sogno d’anime belle aggrappate alla bombola d’ossigeno. Un sogno al quale non prestò fede nemmmeno un convinto illuminista, e di solida formazione eurocentrica, quale Leonardo Sciascia.

Il 10 novembre del ’79, tempo d’elezioni europee, Sciascia scrisse per “Le Monde” un articolo di cui in Italia nessuno s’accorse. S’intitolava Dialettica della fragilità, ed era scandalosamente, profeticamente anti-europeo. Non esiste nella nostra tradizione culturale, scriveva Sciascia, “un’idea dell’Europa”: piuttosto, “uno stato d’animo”, o addirittura “una sensazione”. La sensazione, cioè, «di una debolezza, di una fragilità, di una estenuazione avvertita al momento di proclamarsi europei o di averne coscienza».

Poi lo scrittore analizzava una per una le voci, d’intellettuali e poeti, che variamente modularono (per dirla con Savinio) «tutta la fragilità del nostro europeismo culto e squisito». Una caparbia e improbabile “utopia”, per costoro, l’Europa: un fragile baluardo contro la barbarie che preme alle porte ma urge anche dentro le mura, e nel fondo oscuro d’ognuno di noi. Un’utopia così precaria e sfiduciata da sconfinare nella “negazione”, nella «preoccupazione e previsione d’una Europa della disoccupazione e del capitale, d’una Europa, in definitiva, della guerra».

E allora: «forse è gratuito o almeno prematuro tendere l’orecchio per sentire, nell’unità europea che si sta tentando di fare, le trombe dell’Apoca­lisse; ma certamente bisogna andare, noi italiani, con molta preoccupazione e diffidenza. Dobbiamo, credo, trasferire dalla letteratura alla politica il concetto di fragilità. Della fragilità non più del­l’Eu­ropa ma nostra: poiché veramente saremo come vasi di terracotta tra vasi di ferro».

Così parlò Sciascia, più di trent’anni fa. Solo oggi possiamo accorgerci che aveva ragione, che aveva manzonianamente ragione: vasi di terracotta tra vasi di ferro. Una disperata – e disperante – fragilità.

A proposito dell'autore

Docente di italiano nell'Università di Catania

Antonio Di Grado è professore ordinario di letteratura italiana nella facoltà di lettere dell’università di Catania e direttore letterario della fondazione “Leonardo Sciascia” di Racalmuto. Ha dedicato le sue ricerche e le sue pubblicazioni al Quattrocento di Alberti e al Cinquecento di Gelli, al Seicento di Bartoli e al Settecento di Tempio, ma si è prevalentemente occupato dell’Ottocento della narrativa verista e del Novecento delle riviste e delle avanguardie, della narrativa tra le due guerre e infine di scrittori come Brancati, Vittorini, Sciascia e numerosi altri. Da Leonardo Sciascia è stato nominato direttore scientifico della Fondazione intitolata allo scrittore dopo la sua scomparsa; negli anni Novanta è stato assessore alla cultura del Comune di Catania e presidente del Teatro Stabile della stessa città. Ha pubblicato diversi volumi di storia e critica letteraria: tra gli ultimi ci sono Quale in lui stesso alfine l’eternità lo muta”. Per Sciascia, dieci anni dopo (Sciascia, 1999), La lotta con l’angelo. Gli scrittori e le fedi (Liguori, 2002) e infine Giuda l'oscuro. Letteratura e tradimento (Claudiana, 2007). Inoltre ha curato l’edizione di opere di Leon Battista Alberti, di De Roberto, di Rosso di San Secondo, di Piero Jahier, di Giorgio Spini e di Brancati.

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