Questa campagna elettorale, dicono in molti, è la più violenta e la più sguaiata mai vista. Siamo certi che sia una novità? A me pare semplicemente che prosegua il ventennio di barbarie.

Richiami viscerali al sentire selvaggio, con pochi slogan di presa immediata facilmente memorizzabili, ripetuti fino all’ossessione. Grandine di annunci e di eventi mediatici. Suoni aggressivi che non hanno intervalli, che nulla concedono al ragionamento. Declinazione agonistica della politica e della vita (“io sono un combattente”, “questa è guerrrraaaa!”).

La parola usata come clava, amore e odio, amico e nemico, immigrato uguale criminale, comunista come insulto. L’obiettivo non è semplificare il linguaggio ma semplificare l’ascoltatore (la semplificazione non mira tanto a far capire, quanto ad attivare un assenso meccanico, senza riflessione). Una fascinazione che ha implicazioni totalitarie.

Questo processo corruttivo deteriora il pensiero, fa diventare afona la società, rende impossibile la dialettica e quindi la crescita culturale, disabitua le giovani generazioni al pensiero critico. Un collettivo tripudio di decerebralizzazione. Il primitivismo dei corpi: nel dito medio continuamente sguainato a corredare il vaffa c’è ripetizione compulsiva, azione apparentemente sottratta ad ogni intenzionalità, antropologia primordiale che ha il fine di sessualizzare la retorica politica.

Parlano il “gentese”, ossia la “lingua dell’uomo della strada”. Il problema è che l’uomo comune è concepito come un bifolco. Si è diffusa l’idea reazionaria che al popolo piacciano solo il calcio, le canzonette, le donne svestite e le battute grevi.

È solo stile? La politica si nutre di parole. Il linguaggio turpiloquiale, lo squadrismo verbale sono un classico dei movimenti reazionari e populisti, come hanno dimostrato il “me ne frego” fascista, l’Uomo Qualunque negli anni ’40 e la Lega dagli anni ’90 in poi, con il suo ricco campionario studiato per marcare le distanze dalle forze politiche precedenti e ora ripescato nello sforzo di risalire nei consensi.

Non è certo cominciato oggi. In televisione è stata la vittoria del trucido. In politica è stato lo sdoganamento del sessismo, del razzismo, dell’omofobia. Nella vita quotidiana è stata l’irruzione senza freni della trivialità.

I legislatori del basso impero vengono soprannominati “er Batman”, “Giggino ’o purpetta”, “Nick ’o ’mericano”, come le vecchie macchiette da osteria e come “Genny ‘a carogna”. Inquietanti affinità.

A proposito dell'autore

Docente di Sociologia dei processi culturali, Università di Catania

Torinese trapiantata (per sua scelta) da quarant'anni a Catania, da altrettanti ininterrottamente insegna presso quello che oggi si chiama Dipartimento di scienze politiche e sociali. Andrà in pensione l'anno prossimo, e non ne ha voglia. Ha una figlia che fa l'urbanista a Roma. Si occupa di linguaggi dei media e della pubblicità, di scuola e di educazione di genere.

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