Di Anna Agata Mazzeo

Catania – Stefano Salvatore Casabianca, 34 anni, è un soccorritore del 118, ha richiesto da tempo una petizione a favore del riconoscimento giuridico dell’attività di autista soccorritore.
L’autista soccorritore è una figura attualmente assunta per analogia al tecnico delle emergenze mediche, con la duplice veste di condurre il mezzo di soccorso e quella di prestare assistenza medica. Identifichiamo spesso la figura di soccorritore come una mera attività svolta in regime di volontariato, mentre invece risulta essere un mestiere richiesto e per il quale non esistono requisiti da possedere a parte una licenza di scuola media inferiore e la patente di guida categoria B.
Stefano Casabianca è anche commissario regionale per la Sicilia del Coes Italia (www.coesitalia.eu)
un’associazione costituita al fine di sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema dell’istituzione della figura professionale dell’autista soccorritore e della patente di servizio.
Serve una legislazione e la richiesta con domanda di petizione è giunta alla camera dei deputati e al senato oltre che al ministero della sanità e al parlamento europeo.
L’UE ha imposto ai paesi membri l’adozione del numero unico di emergenza assegnando al 112 il compito di smistare le chiamate e indirizzarle verso il servizio urgente adeguato, numero unico, al pari del 911 degli Usa, che l’Italia non ha ancora istituito e che per questo è stata sanzionata.
Occorre inserire fra le 22 professioni sanitarie già esistenti la 23esima per una maggiore tutela sia del lavoratore che del paziente a lui affidato.
La standardizzazione della figura sanitaria garantisce un personale di soccorso più efficiente, che evita di mettere ulteriormente in pericolo la vita del paziente, se non istruito in modo corretto.
Per fare il soccorritore bisogna avere una buona dose di razionalità e determinazione, mantenere la calma e non impressionarsi facendosi cogliere dal panico, avere il giusto livello di ansia tale da restare operativo, anche nelle situazioni più drammatiche. Occorre molta passione e motivazione, soprattutto per sostenere turni di notte e festivi che alla lunga logorano.
Uno stipendio mensile ‘normale’, per remunerare questo servizio spesso precario giacché affidato in appalto a piccole aziende locali.
Il riconoscimento giuridico permette un maggiore grado di professionalizzazione, maggiori tutele sindacali e uno stipendio adeguato, inoltre garantisce l’espletamento dell’attività presso gli stati membri della Comunità Europea in quanto il titolo e i corsi di studio sarebbero equiparabili, cosa che attualmente non è possibile. Attualmente gli unici corsi riconosciuti a livello europeo sono il BLSD e il PHTC.
“Il problema reale è quello di non essere allineati all’Europa, ci racconta Stefano – occorre disciplinare con una legge il modo di approcciarsi alla vita delle persone, non solo dal punto di vista medico, professionale, ma anche sul piano psicologico e del trattamento dei dati dei pazienti, tutelare la privacy, definire meglio quali sono i compiti, le mansioni, il rispetto di un codice deontologico, e tutto ciò riguarda sia il personale tecnico, sia chi si occupa della formazione di questi.”
Dal riconoscimento giuridico ne conseguirebbe l’iscrizione all’albo professionale, maggiori entrate fiscali per lo Stato.
“Chiediamo al mondo politico di considerare e convertire la criticità in risorsa. Meno disoccupati, più esperti qualificati.”
Inoltre in Italia non è riconosciuta l’attività di paramedico come è invece in Svizzera, il paramedico può soccorrere a tutti gli effetti il paziente, somministrando farmaci di prima emergenza.
Sull’ambulanza il team è composto da soccorritore e autista, che a sua volta è anche un soccorritore.
Gli chiediamo: come fa a non lasciarsi impressionare a non avere paura della morte, e con quale spirito rientra a casa la sera?
“La morte è una fase della vita, il mio lavoro non è fatto solo di stati di ansia e dolore, ma anche di momenti di gioia, come quando aiuti a mettere al mondo un bambino… nell’attimo in cui presti soccorso a qualcuno, le emozioni sono congelate, si deve restare lucidi. Solo dopo la fine del turno magari condividendo un cappuccino con il collega si può dare libero sfogo a gioie, dolori e riflessioni di sorta. Ma ciò che più conta quando si rientra dal turno è la consapevolezza di aver svolto al meglio la propria attività e di essere stato l’elemento di una catena che ha permesso di fare la differenza. Quando sai che hai potuto fare la differenza tra la vita e la morte, torni a casa orgoglioso di te, peccato che per i vicini resti solo il tizio che porta l’ambulanza…” dice un po’ amareggiato.
Il non riconoscere questi “omini gialli” dell’ambulanza, come professionisti, equivale a sminuirne l’importanza, servizio spesso sottovalutato, quando invece la nostra vita per un tragico quarto d’ora, dipende da un team di persone che come angeli in coro operano per tamponare l’emergenza fino all’affidamento ai medici.
“Sono quella coperta che ti avvolge quando hai bisogno di scaldarti, perché quando si sta male si ha molto freddo, e rassicurare il soggetto tenendogli la mano, non è un gesto da sottovalutare.”
Volontario da quando aveva 14 anni, ha iniziato a guidare l’ambulanza appena ha ottenuto la patente, ha trattato con circa 16 mila persone, ha orientato la sua vita verso una scelta professionale che qualcuno potrebbe considerare discutibile, se non precaria, ma l’altruismo è nel suo Dna e traspare passione e dedizione per il suo lavoro dalle sue parole.
Le petizioni possono cambiare il mondo, abolire macellerie sociali di personale non adeguato all’assistenza e creare un’occupazione regolare, sovvertire l’ordinario stato delle cose è possibile.
Basterebbe dare esito alla richiesta che già altri prima di lui hanno espresso: il riconoscimento giuridico.

 

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