Ritratto dell’autore di Caltagirone, recentemente celebrato dall’Università di Catania per i suoi quattro romanzi e una raccolta di poesia

Era martedì 21 Novembre 2006 ed ebbi il grande piacere di conoscere lo scrittore Domenico Seminerio, ospite di una mia trasmissione radiofonica…una delle meglio riuscite. In quell’occasione, si intrattenne lungamente sull’ipotesi di un Bardo dalle origini siciliane, messinesi in particolare, annunciandomi di essere sul punto di ultimare la stesura de “Il manoscritto di Shakesperare” pubblicato proprio, dopo poco più di un anno, dal nostro incontro.

Non era un ospite qualunque, lo capì alla primissima stretta di mano. Non fu solo la consapevolezza di avere davanti uno scrittore di grande caratura, già noto per avere scritto “Senza re né regno” ed “Il cammello e la corda”, entrambi editi dalla Sellerio…c’entrava anche l’Uomo Seminerio, grande e generosa personalità la sua, che ti permette di trovare un tuo spazio sotto il suo cono di luce. Calatino, classe 1944, Seminerio ex docente al liceo classico, pubblica – il suo primo romanzo – a 60 anni suonati e, sornionamente, ama sottolineare di essere al di sotto della media di ogni buon scrittore siciliano…“Mah, vedi…Goethe affermava che il vero scrittore si fà a 60 anni. Se poi consideri quella che è stata l’evoluzione di molti scrittori siciliani, Camilleri in testa, pare proprio che i siciliani non pubblichino prima dei 60 anni. Camilleri, infatti, ha pubblicato a 65 anni, Bufalino a 62, Tomasi non pubblicò addirittura in vita, Suo cugino Lucio Piccolo a 50. Diciamo che sono nella media dei siciliani e in quella di Goethe. Io ho pubblicato a 60 anni esatti. Ora, considerando che la vita media si è allungata, sono un po’ in anticipo o no?” E sorride sornione sotto i simpatici baffetti questo ”esordiente tardivo”, come l’ha definito La Repubblica!

 

Sollecitato da me a ricordare i tanti anni di insegnamento che gli hanno permesso di mantenere quello spirito fanciullo che lo agevola, tutt’oggi, nel rapporto con i giovani, Seminerio mi racconta di uno scambio continuo con i suoi ex alunni…”Io insegnavo loro le cose del passato…loro mi insegnavano il futuro. Ho imparato moltissimo da loro. Questo rapporto continuo con i giovani mi ha tenuto sveglio, sulla corda come dire. Non mi ha mai permesso di adagiarmi. Per cui, in qualche modo, ho continuato ad andare avanti. A crescere. Ad adeguarmi a quello che era il cambiamento del mondo. Io sono assertore di quella famosa frase greca che cita “ Panta rei”…Tutto scorre. Nulla resta immutabile. Tutto si modifica. E bisogna avere il coraggio e la pazienza di seguire il mondo nella sua evoluzione, alla ricerca sempre di nuovi equilibri. Purtroppo non si può cristallizzare niente! Devo dire che ho parlato e, nello stesso tempo però, ho dedicato molta attenzione all’ascolto perchè quello che non sento dire in giro è il fatto che l’apprendimento è un rapporto biunivoco tra chi insegna e chi apprende. Un bravissimo insegnante, che non abbia davanti un alunno disponibile all’apprendimento, non fa niente. Così come il più volenteroso degli alunni, se non ha di fronte un insegnante capace, non apprenderà niente lo stesso o sbaglio? Questo rapporto che c’è tra chi insegna e chi apprende è fondamentale. Ai miei tempi c’erano pochi centri formativi… giusto la famiglia, la parrocchia e la scuola. Adesso i centri formativi sono infiniti per cui la scuola è diventata una debole voce clamans in deserto regolarmente smentita dalle televisioni, dai giornali, dai discorsi delle famiglie, dai conciliaboli tra coetanei per cui…la scuola ha un pochino perso il suo ruolo e lo sforzo è quello di recuperare, di mantenersi come punto saldo che dia delle certezze. Di questo hanno bisogno i giovani. Di questo ha bisogno la società”.

 Chiacchierare con Seminerio è sempre fonte di gioia, e di continua scoperta per me, per cui mi ritrovo a tempestarlo di continue domande sulle sue opere… tutte di sicuro appeal. Non faccio eccezione neppure questa volta.

 Oltre a “Senza re né regno”, datato 2004, e che è un affresco della Sicilia del dopoguerra, in cui dici che il destino è segnato dal nascere, per l’appunto, in Sicilia che è una terra in cui bisogna piegarsi inesorabilmente al destino, nel 2006 è la volta de “Il cammello e la corda”. Sbaglio a pensare che tutt’e due i romanzi siano espressione di una visione adogmatica del mondo oltre ad essere una condanna assoluta, anche, dell’ipocrisia e dell’intolleranza religiosa?

 “No. Non sbagli assolutamente perchè il senso è un po’ quello. Tra l’altro, attraverso i due romanzi, ho cercato di approfondire quella che può essere la conoscenza dell’animo dei siciliani atteso che, presso tutti gli scrittori nostri, è venuta fuori questa distinzione, questa diversità del siciliano rispetto a tutti gli altri. Sciascia, sulle orme di Crescenzio Canela, la chiamava sicilitudo. La sicilitudine. Ora, nel mio secondo romanzo – “Il cammello e la corda”- vado un po’ in questa direzione cioè contrasto tutti i fideismi di qualunque natura essi siano. Non necessariamente religiosi perchè, quando si cerca di spiegare la realtà con le solite giaculatorie stantie si finisce con il perdere assolutamente il rapporto con la realtà, con il non capire cosa stia succedendo. E devo dire, con mio rammarico, che in questi giorni in televisione sto sentendo recitare le solite litanie che nulla aggiungono e molto levano alla comprensione delle cose. Ne parlo proprio in questo romanzo…anche se con un certo distacco… perchè ho capito che, a forza di “fare” i siciliani dimentichiamo di “essere” siciliani, no? Ora, che ci siano delle peculiarità legate alla storia..all’etnos..al clima, a quant’altro…è innegabile. E che però si focalizzi solo su queste peculiarità, dimenticando che siamo essere umani come tutti gli altri…mi pare un’esagerazione. Certamente ci sono delle componenti che vanno esaminate meglio soprattutto alla luce di quei fatti che, poi, troviamo in cronaca nera. Perchè certi fatti sono stati così violenti in Sicilia e non altrove? Ormai siamo in epoca di globalizzazione per cui nessuno puo’ dirsi immune…ma c’è stato un momento storico in cui queste cose sembravano peculiarità dei siciliani. Ed allora lì il discorso diventa un pochino più complesso perchè si parte dall’insularità nostra che, poi, non è un’insularità assoluta in quanto non siamo abitanti di un’isola ma di un arcipelago perchè, in Sicilia, ci sono tante isole quanti sono i paesi e quante sono le città. E, quindi, ogni città, ogni borgo, ha la sua peculiarità sia a livello linguistico…dialetti che sono assolutamente incomprensibili a distanza di 10 chilometri, voglio dire e tante altre differenze ancora.”

Del 2008 è, come dicevo “Il manoscritto di Shakespeare e lì, a mio modesto parere, c’è il migliore Seminerio. Riprendendo una notizia spesso rimbalzata agli onori della cronaca e ripresa anche dall’autorevole Times nel 2000…Seminerio racconta di un Bardo di probabile origini siciliane e lo fa con dovizie di particolari, serie ricerche e piglio da investigatore.

 “Vedi il libro si basa sull’ipotesi del professore Martino Iuvara, secondo cui il giovane Michelangelo Florio, nato a Messina dal medico Giovanni e da Guglielmina Crollalanza, andò via dalla città natale a 18 anni per non cadere nelle mani dell’Inquisizione spagnola. Il giovane Michelangelo gironzola un pochino nel Nord dell’Italia, compie lì i suoi studi universitari e s’innamora anche di una ragazza che si chiama Giulietta, guarda caso….” E sorride…

 “Ragazza che, tra l’altro, si uccide perchè il suo amore era contrastato. Il giovane Michelangelo, in seguito, va ad abitare in una casa che, in dialetto locale, si chiamava ‘Ca d’Otel dove, secondo la leggenda del luogo, un capitano della Repubblica veneta aveva ammazzato la moglie… Si chiamava Otello, Ti dice qualcosa????. Ed infatti ‘Ca d’Otel significa Casa di Otello. Sai come si chiamava la moglie? Desiderata detta…Desdemona. Dopo di che a Padova, dove è iscritto all’Università, il giovane Michelangelo conosce due studenti danesi, Rosengrantz e Guildestern che, con la stessa qualifica e con gli stessi nomi, stranissimamente… ritroviamo nell’Amleto. Quindi questo cosa vuol dire? Che i due studenti danesi dell’Amleto sono persone esistite, fisicamente vere, che hanno studiato all’Università di Padova. Uno addirittura è morto lì, nella città veneta. Quindi…”.

 E cita, a tal proposito, fonti documentabili attraverso ricerche condotte dal professore Manlio Bellomo dell’Università di Catania. Ricordo a me stessa che i due personaggi, nell’opera di Shakespeare, sono inviati dalla corte di Danimarca per spiare Amleto, loro amico d’infanzia. In seguito, Lo accompagnano in Inghilterra ignari di dover recapitare una lettera con la sua condanna a morte. Amleto, scopertoli, fugge.

 Mimmo, perdonami… perchè ci tieni a precisare nella prefazione che il tuo romanzo è liberamente tratto dall’ipotesi di Iuvara? Vuoi prendere così le distanze ?

 “ Perchè…praticamente la finzione narrativa che ho adottato prevede dei personaggi secondari. C’è un arzillo maestro ottantenne che si rivolge ad uno scrittore chiedendogli di scrivere lui la storia al posto suo…”.

Ma possiamo ipotizzare che lo scrittore sia Seminerio e l’ottantenne il professore Martino Iuvara?

 “No!” e taglia corto lasciandomi “marinare” nella mia curiosità…

 Chiudo l’argomento, chiedendogli se il mistero non nasca dal fatto che su Shakespeare abbiamo scarsa documentazione mentre di Crollalanza sappiamo molto di più…

 “Si, esatto…brava. Sappiamo, ad esempio, che Michelangelo Florio, ad un certo punto, mentre era al Nord conobbe Giordano Bruno il quale era reduce dall’Inghilterra dove aveva conosciuto un certo John Florio che era cugino del padre di Michelangelo e fu lui stesso a consigliargli di andare in Inghilterra perchè, a quei tempi, lì c’era abbastanza libertà religiosa. Pare che il cugino di secondo grado John, praticamente, lo mise sotto la protezione di Lord Pembroke. Non si sa se, per suggerimento del cugino o del protettore, Michelangelo alla fine cambiò nome ed adottò ed adattò il nome di sua madre. In inglese. Guglielmina diventò Guglielmo e, quindi, William. Crollalanza… Tradotto in inglese…Shake…speare… Scuoti lancia. E, quindi, William Shakespeare!”

Ma insomma, Mimmo…allora Shakespeare “fu siculo” o… “non fu siculo” ?

Insensibile al mio impeto, riprende con fare sornione…” Guarda c’è il famoso ritratto che è in un museo inglese, il primo di Shakespeare giovane, che in effetti non presenta nessun tratto del tipo inglese. Ha il colorito olivastro, i capelli neri, gli occhi a mandorla…come un siciliano. Ti invito, anzi, ad andare a visitare a Cefalù il Museo Mandralisca. Noterai una certa somiglianza…noi siciliani siamo specialisti nelle somiglianze…tra il famoso uomo di Mandralisca di Antonello da Messina, ed il ritratto di Shakespeare.

Un’ipotesi assolutamente affascinante… ma non voglio entusiasmarmi io…per primo! Insomma, diciamo che ho semplicemente voluto riproporre questa ipotesi che, tra tutte le ipotesi fatte sulla vera identità di Shakespeare, forse è la meno campata per aria, devo dire. Perchè l’inconsistenza delle notizie biografiche di Shakespeare ha fatto si che moltissimi studiosi abbiano dubitato che sia vero quello che vogliono sostenere gli Inglesi. Cioè, non può essere Lui, l’uomo nato a Stratford Up Avon…figlio di guantaio, ignorante e quant’altro…colui che ha scritto opere della grandezza di quelle del Bardo….il nostro Michelangelo avrebbe tutte le carte in regola, come dire” E glissa…

Archiviato il discorso Shakespeare, certa di non poter ambire al sigillo della certezza, sposto la mia attenzione sull’ultimo romanzo di Domenico Seminerio “Il volo di Fifina” che ho avuto il grande privilegio di presentare in una stracolma ed attenta platea nell’Aula consiliare del Comune di Caltagirone, nel 2011. In questo caso, Seminerio, attingendo ad una storia raccontatagli dal padre e tramandata di generazione in generazione racconta la triste vicenda di una mahara siciliana, Fifina. E’ un romanzo, questo, di grande impatto e suggestione. La voce della strega, che esce dolorante da un albero e che chiede giustizia e verità per riposare in pace, diventa la voce della nostra coscienza tante volte soffocata, sommersa dal frastuono della vita. Dare ascolto a quella voce ci permetterebbe di pareggiare i conti con il nostro passato e di vivere meglio il presente. Un romanzo che rivela una suggestiva vena fantastica alla Pirandello unita alla migliore tradizione dello scrittore argentino Borges.

In conclusione di chiacchierata, ritorno ad un tema caro, il concetto di sicilitudine ritenuto da molti essere un quid che noi siciliani abbiamo e che ci differenzia completamente da qualsiasi altro cittadino del mondo…Perchè, Mimmo? Una risorsa o un difetto?

“Dunque. Come tutte le cose ci sono lati negativi e lati positivi. Per cui non si può mai tagliare il bene ed il male con un coltello. Il problema è che come individui abbiamo delle peculiarità eccezionali. Come collettività allora…cominciamo a stare male perchè il fatto di essere delle isole, delle monadi, di portarci appresso quest’isola…fa si che, quando ci mettiamo insieme, le cose non è che funzionino benissimo, giusto ? Per cui tutto ciò che è collettivo, vita collettiva, mostra delle crepe. Ciò che, invece, è l’animo individuale ecc…assolutamente no! E poi c’è da dire anche che la Sicilia non ha saputo difendersi efficacemente ,soprattutto nel corso degli ultimi 2 secoli, da tutti quelli che l’hanno aggredita, se ne sono impadroniti e l’hanno, poi, tutto sommato sfruttata.”

Si dice che i siciliani amino sentirsi siciliani. Per Te è la stessa cosa ?

“Si certo, ma un conto è essere siciliani. Un conto è fare i siciliani così come vogliono le fiction televisive secondo uno stereotipo che non corrisponde al vero. Non corrisponde più perchè gli stereotipi, come tutti gli stereotipi ed i pregiudizi, hanno solamente qualche punto di contatto con la realtà. Poi sono completamente diversi”.

In conclusione, oltre ai citati romanzi vorrei segnalarvi un Seminerio inedito, almeno per me, il poeta che ha dato di recente alle stampe il volume “Complementi d’argomento” laddove, al di là del baffetto e dello sguardo malizioso, ci trovi il Seminerio che mette “a nudo” tutte le sue fragilità di Uomo in un chiaro esempio di poesia pura, “scavando gallerie nella propria anima per montare l’ali ad Icari di piombo”. Grande, Mimmo!!!!!

Alla prossima…

 di Silvia Ventimiglia

 

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