Vi sono motivi, momenti, eventi che accompagnano la vita di ciascuno e ne costituiscono il basso profondo che ne scandisce i momenti più significativi del faticoso e spesso non sempre fortunato incedere nel mondo. Questi motivi lo rassicurano, gli fanno pensare che si è sempre lì, che v’è uno stabile punto fermo, “un centro di gravità permanente” – come canta un illustre catanese – a cui si possono ancorare i propri ricordi e le proprie aspettative per il futuro. È spesso una melodia, un ritornello, una immagine, persino un profumo o una fragranza: sono il ricordo della nostra identità, del nostro essere uomini e cittadini, appartenenti a una comunità e ad una cultura; sono il senso di una storia di vita.

Questi leitmotiv sono spesso evocati da eventi, da accadimenti improvvisi e spesso non sempre fausti. Eppure in questo eterno ritorno nietzschiano, ci ritroviamo. E così quando accade un nubifragio come quello che ha colpito Catania l’altro ieri, di fronte al fiume in piena che sembrava travolgere su via Etnea ogni cosa, altre immagini simili ci sono venute in mente, come quelle che hanno segnato la morte di ragazze e persone travolte in passato dalle stesse acque incanalate sulle medesime vie. E così abbiamo potuto gonfiare il petto e dire anche questa volta “catanisi semu”: viviamo sempre nella stessa città, condividiamo lo stesso destino, siamo tutti pronti ad essere travolti dalle prossime acque su una via cittadina. E al sentire ancora una volta evocare il “canale di gronda” ricordiamo quando adolescenti, al sentire per la prima volta questa espressione, ci siamo domandati sgomenti: “ma cos’è un canale di gronda?”.

Questa parola inusuale nella normale conversazione ha un profumo di antico, della Catania di una volta, quando si diceva che bisognava al più presto fare il canale di gronda. Ma si sono succeduti  amministrazioni, colori e sigle diverse, sindaci fioriti e sfioriti, eppure il problema del canale di gronda è sempre lì, come un memento eterno, imperituro: a Catania siamo, in Sicilia, e in Italia. Sì, lo sappiamo: c’è stata la riunione giorno xy, l’incontro tra tizio e caio, il progetto esecutivo, lo studio di fattibilità e via dicendo: ma come non pensare anche a queste cose come a care memorie del passato, come un memento dell’eterno ritorno dell’identico? Perché negli ameni luoghi da noi vissuti i problemi sono discussi, raramente risolti. Ma volete levare il piacere ai catanesi, al prossimo nubifragio, di inveire contro il sindaco di turno, così come oggi fanno con Bianco? Vogliamo privarci di questo caldo senso di identità, di tradizionale inefficienza, di perdurante incompiutezza, come la torre di brancatiana memoria? Vogliamo proprio omologarci ad una piatta e insipida efficienza di tanti scoloriti paesi nordici?

E come non sentirsi anche confortati a sentire periodicamente evocare la necessità della lotta all’evasione fiscale, alla salvaguardia del territorio, alla necessità di valorizzare il nostro patrimonio artistico e archeologico? Ricordo quando, da ragazzino che apriva gli occhi verso la realtà e i problemi sociali, aspettavo che da lì a qualche anno questi problemi fossero risolti. Oggi, in età matura, mi accorgo che sono stati essi la sinfonia e il basso profondo della mia vita di catanese, siciliano e infine italiano.

Per favore sindaco Bianco, presidente Crocetta, non levate ai siciliani il pregio di essere sempre se stessi, di riconoscersi fra tutti i popoli con la propria identità. Non pulite i tombini all’annuncio del prossimo nubifragio, portatela alle lunghe col canale di gronda. In fondo anche nell’essere straccioni, pezzenti e miserabili v’è una certa dignità. Portiamo quindi il peso della nostra tradizione di inciviltà con orgoglio: siamo siciliani e catanesi, gli ultimi che ancora resistono all’avanzata della marea civilizzatrice e del pensiero unico. E soprattutto, non arrestate il nostro cammino che ci porta verso il settentrione: dalla “Milano del Sud” alla “Tripoli del Nord”.

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