Nel prossimo futuro, sicuramente, gli storici ricorderanno il 2015 come l’anno più difficile della storia dell’Unione europea, l’anno in cui maggiormente sono emersi i limiti e le difficoltà dell’integrazione europea ed in cui sono messi in discussione le istituzione europee e l’euro. Di questo anno orribile per l’Unione europea possiamo isolare due eventi in particolare: i complessi negoziati tra l’Eurogruppo e la Grecia conclusi in extremis con un durissimo accordo e la mancata adesione dell’Unione Europea alla Convenzione Europea dei diritti dell’Uomo (CEDU).

La coincidenza nello stesso arco di tempo tra questi due eventi è sicuramente, a mio modesto parere, il segno più evidente della crisi del progetto europeo. La mancata adesione alla convenzione europea dei diritti dell’uomo investe la struttura e i valori fondanti delle istituzioni europee. Le difficoltà dei negoziati con la Grecia e la conclusione dell’accordo in extremis sono il segno più evidente di una crisi dell’Unione economica e monetaria.

Dell’Unione Europea, i commentatori e soprattutto gli studiosi di diritto costituzionale e di diritto comunitario sanno sottolineare con grande fascino intellettuale la natura sui generis. Che cosa è l’Unione Europea? È uno stato federale? È un organismo che ha elementi pre-federali? È un organizzazione internazionale confederale?

I costituzionalisti si fanno altre domande: esiste una costituzione europea? possono esistere una costituzione e un costituzionalismo al di là dello stato? Da alcuni anni, la scena del dibattito tra i costituzionalisti è occupata dal multilevel constitutionalism, in particolare dopo l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona. Con questa formula si intende l’interazione tra i diversi livelli di governo (Unione europea, Stati e Regioni). Questo fenomeno è caratterizzato:

  • dal declino dello stato nazionale e dallo spostamento della sovranità verso organismi sopranazionali (Unione Europea) e verso organi periferici (Regioni);
  • dal superamento della concezione statica della Costituzione in favore di un’integrazione tra le carte costituzionali e i trattati dell’Unione Europea.

Il Prof. Ingolf Pernice ha definito il Trattato di Lisbona come un caso di costituzionalismo multilivello in azione. Secondo i sostenitori del multilevel constitutionalism l’integrazione europea

si può intendere come un processo costituzionale dinamico che tende a rafforzare l’unione tra i popoli senza pervenire ad uno Stato e ad una Costituzione statale nel senso tradizionale. (…) Il costituzionalismo multilivello, pertanto, si basa sulla complementarietà e sulla collaborazione dei diversi livelli costituzionali e sulla collaborazione dei diversi livelli costituzionali che non sono collegati da un rapporto gerarchico. (…) Proprio perché complementari, i diversi livelli formano un unico, nuovo sistema costituzionale, un particolare ‘order of orders, che non indebolisce le costituzioni degli stati membri, ma, al contrario, le valorizza creando quella interazione per cui nessuna delle parti può fare a meno delle altre. (…) Il costituzionalismo assume, in questa prospettiva, un carattere talmente dinamico da rompere ogni collegamento con un’unica Costituzione, caratterizzandosi come un costituzionalismo ‘beyond the state’, ovvero, addirittura ‘post-state’ (Guerino D’Ignazio).

La realtà che vediamo è molto diversa dalla descrizione contenuta nella citazione sopra riportata. L’adesione dell’UE alla CEDU è in alto mare. Il dialogo tra le Alte Corti sui diritti fondamentali è interessantissimo dal punto di vista dottrinale e scientifico ma assolutamente sconosciuto all’opinione pubblica. Dal punto di vista economico, molti stati sono economicamente in recessione. L’euro è messo in discussione. Forze populiste ed euroscettiche avanzano in tutta Europa. Le difficoltà nei negoziati con la Grecia da parte dell’Eurogruppo hanno messo in luce che il multilevel constitutionalism europeo e l’estrema polisinodia all’interno dell’Europa rischia di far naufragare l’Europa. Gli egoismi nazionali hanno pesato nella gestione della crisi greca. Gli egoismi nazionali portano gli stati ad agire in ordine sparso ad ogni crisi importante.

Se l’Unione europea ha risolto a fatica un caso relativamente piccolo come la Grecia, che ne sarà dell’Unione quando ci saranno sfide geopolitiche e crisi internazionali di più grande portata?

L’Unione Europea è percepita da molti come una sorta di nuova dittatura tecnocratica. I media cercano invano di trovare un dittatore ora nella Merkel ora nel Presidente della BCE Mario Draghi. In realtà, l’Unione europea è tutto fuorché una dittatura o una dittatura tecnocratica. È caratterizzata da un’estrema dispersione dei poteri e da un’estrema polisinodia. Le prove di questa situazione sono due: il protocollo sulla sussidiarietà e la decisione sulla comitatologia. Il protocollo sulla sussidiarietà permette ai Parlamenti nazionali di intervenire nel processo legislativo europeo. La decisione sulla comitatologia è un atto della Commissione che serve a regolamentare i numerosi comitati che operano in collaborazione con essa. Se la polisinodia è una teoria politica, la “comitatologia” è – in senso spregiativo –   la distorsione e la manifestazione massima dell’inefficienza della polisinodia.

Lenin direbbe: Che fare?

Non si può tornare indietro agli stati nazionali come vogliono i neoluddisti sostenitori della sovranità dello stato. Non si può accettare un’Europa confederale come vogliono gli Inglesi, perché varrebbe quanto il due di coppe quando la briscola è a bastoni nella politica internazionale. Non è possibile neanche un’Europa federale, perché l’Europa viene da secoli di stati nazionali che rimarranno imprigionati in una gabbia federale

L’Unione ha bisogno di un nuovo slancio verso il futuro che è rappresentato dalla creazione in via definitiva di uno stato europeo e dal superamento della polisinodia e del multilevel constitutionalism. Solo in questa prospettiva è pensabile una vera costituzione europea. Solo in questo modo l’Unione Europea potrà contare qualcosa nel mondo del XXI secolo, dove gli stati più importanti hanno più di 250 milioni di abitanti e sono per lo più stati federali.

Paradossalmente, i problemi dell’Unione Europea si risolvono in Grecia. Ma non parlo della Grecia attuale, parlo della Grecia antica. Nel IV secolo a.C., la Grecia era suddivisa in città-stato e confederazioni di città-stato. Non riuscirono mai a formare uno stato unitario e finirono fagocitate dalla Macedonia e dalla Persia. Mutatis mutandis, l’Europa oggi è divisa in piccoli stati-nazione che litigano e si sbranano tra loro. Solo se l’Europa diviene uno stato unitario può far fronte alla concorrenza economica e politica di stati-impero come la Cina e stati-continente come l’India.

Ci vuole uno stato unitario europeo con una sola legge, una sola moneta ed un solo esercito.

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