Dopo le recenti elezioni regionali e locali ed esauritasi l’emotività immediatamente successiva, cominciano le analisi e si assestano i sondaggi sulle prossime intenzioni di voto. Il risultato sembra univoco: con leggeri scarti, il Pd di Renzi viene dato in deciso decremento rispetto alle elezioni europee, che avevano fatto gridare al miracolo e alla conseguita sua capacità, mai riuscitagli in passato, di raccogliere i voti del centro e persino della destra. Sicché se si andasse oggi al ballottaggio, in base all’Italicum, con la destra unita (Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia, cioè in sostanza le stesse forze politiche che in passato hanno guidato con Berlusconi il paese), il Pd sarebbe sonoramente battuto; con l’aggravante che questa volta a capo della coalizione di destra ci sarà un meno rassicurante Salvini.

Non c’è a ben riflettere da stupirsi molto di questo risultato. Chi di solito si colloca a destra – per tradizione, sentimento, visione della vita – non voterebbe mai il Pd e mai si fiderebbe del loro leader, chiunque esso sia. Per costoro il Pd è sempre “la sinistra” – come continua ancora a ripetere ossessivamente e un po’ comicamente Berlusconi; i suoi uomini sono gli eredi di Togliatti e Berlinguer (e questa non è una connotazione positiva) e la sua storia è sempre quella legata per un lungo corso al comunismo realizzato. La parte più riflessiva di questa tipologia di persone è stata brava in passato a sottoporre il Pci prima, e poi tutte le successive sue incarnazioni, ad “esami di democraticità”, di atlantismo, di fedeltà agli Usa e al “campo occidentale”. E il Pci prima, e quindi oggi anche il Pd, questi esami li ha tutti superati, addirittura andando oltre la meta assegnatagli, dimostrandosi più bravo dei suoi precettori, dei suggeritori “nel suo interesse”, di coloro che hanno sostenuto che “il liberismo è di sinistra” e che quindi hanno spinto una classe politica “comunista” ad abbandonare tutte le proprie roccaforti politiche e ideali.

Non è evidentemente bastato. Si sa, “gli esami non finiscono mai”. E così non è stato sufficiente andare a visitare Wall Street, stringere la mano ai finanzieri della City, farsi vedere a braccetto con Marchionne, entrare in dura contrapposizione con i sindacati e vedere ormai nella residua e spelacchiata classe operaia il nemico della “crescita” e dello “sviluppo”. Il cuore e la pancia della destra è sempre di destra e batte a destra; mai si lascerà abbindolare dai “sinistri” che hanno cambiato casacca. Se si vuole una politica di destra (o di centro), perché non rivolgersi a chi ha il marchio di fabbrica registrato, a coloro che l’hanno meglio incarnata e che ce l’hanno nel Dna? La “destra razionale”, moderata, europea, che sottopone le proprie convinzioni alla prova delle argomentazioni e che può essere falsificata nelle proprie idee dalle scelte politiche, dalle prove concrete di governo, dalla ragionevolezza delle proposte sui vari infiammati fronti della politica nazionale, questa destra esiste solo nell’immaginazione di pochi editorialisti politici, di alcuni maestrini del pensiero laico e illuminista. Ha percentuali ad una sola cifra nello scenario politico; non fa battere il cuore alla gran parte del suo popolo.

Non poteva che essere una pia illusione l’idea nutrita dal Pd e dalla sua leadership di “sfondare al centro” e di catturare i voti della destra disillusa da Berlusconi. V’è sempre un capopopolo pronto a prenderne le veci e che attirerà le attenzioni del suo elettorato; oggi è Salvini, che le dà soddisfazione in tutte le sue pulsioni più radicate, inconfessate e pubblicamente scomode. Questa “destra eterna” è disposta nel segreto dell’urna a votare per lo sterminio dei rom, per l’annegamento dei migranti o qualunque altra misura di egoismo smisurato, di particolarismo indicibile, di provincialismo poco elegante. Non c’è da stupirsi; è già storicamente avvenuto, ad es. quando il popolo tedesco si è “distratto” e non ha scorto le implicazioni di certe dichiarazioni hitleriane o quanto stava accadendo sotto i suoi occhi con ebrei, zingari e comunisti. È il popolo dei “volenterosi carnefici di Hitler”, come è stato definito dallo storico Daniel Jonah Goldhagen, che ha documentato questo fenomeno; “volontarosi” che non hanno codice genetico o peculiarità etnico-nazionali, ma che possono sempre sorgere quando le condizioni siano favorevoli. In Italia ci siamo vicini.

E allora al posto dello “sfondamento a destra” si è avuta la perdita della sinistra, rapidamente e precipitosamente fuggita o nell’astensionismo (come dimostra l’analisi dei flussi di voto in Liguria, dove più cocente è stata la sconfitta) o – quando posta alle strette col ballottaggio – nell’unica alternativa possibile del grillismo. E così la destra – e di conseguenza anche il M5S – ha trovato forza e spazio, a dimostrazione che la “sinistra” può vincere non se imita la destra, nella speranza di catturarne i voti, ma innanzi tutto se rimotiva quella parte del suo elettorato che si è allontanato dalla politica. Non c’è niente da fare: l’animus italico non è di sinistra ed è difficile una politica che riesca a esercitare su di esso una “egemonia” come concepita da Gramsci. Ora Renzi, per poter risalire la china, deve cercare di recuperare quanto più possibile tra i disaffezionati alla politica, di grattare il barile del popolo progressista, di dare una nuova speranza a giovani e vecchi che ormai sono “disperati” e vedono nel futuro il reiterarsi del passato, senza una luce che li possa attrarre e interessare. Deve cioè riuscire nell’arduo compito di mantenere il poco elettorato guadagnato alla destra, ma rafforzandolo con il recupero dei disaffezionati alla politica. In fin dei conti la vittoria e il successo si gioca su percentuali di spostamento di voti assai modeste. Non è dunque un compito impossibile.

Per fare ciò non è però necessario solo dire “parole di sinistra” o andare a braccetto con gli operai; è soprattutto imprescindibile ritrovare i motivi di fondo che hanno in passato reso “distinguibile” il progetto della sinistra da quello della destra e – tra questi – quell’atteggiamento di prossimità con la società civile e i ceti popolari che ha sempre caratterizzato il miglior Pci, nonché quell’ethos collettivo che non può tollerare fenomeni del tipo “Mafia Capitale”. Il carisma da solo non basta, l’affabulazione mostra in breve i propri limiti di strumento tattico per una stagione e per momenti circoscritti. O almeno non basta per l’ex “popolo comunista”. Coraggio Mr Renzi, il lavoro non è mica finito.

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