Continua il progetto di Sicilia Journal, “Un siciliano sul fronte della Grande Guerra”, la raccolta di lettere di Francesco Gesualdo, giovane soldato protagonista della Grande Guerra.

2 marzo 1916

12Sono comandante di Compagnia, nel vero senso della parola: duecento e più uomini. Se ridi non mi vuoi bene, non potrai mai immaginare la mia posizione; se piangi non mi farà nemmeno piacere e dimostrerai di non conoscermi: mantieniti neutro e guardami come il bambino guarda il mare, o come un matto che ha un oggetto avanti a sé e che pur guardandolo, pensa ad altro e non lo vede. Sono sempre nel settore di Col di Lana, un poco a sinistra di esso e su una montagna che in in quanto ad altezza non invidia niente al primo. E perché affezionato al mio reggimento trovami in queste parti: perché come ti avrò già detto, uno che esce dal proprio reggimento per quindici giorni, e che non sia comandato di servizio, lo perde. Io, che ero mancato del mio, per lungo periodo, superiore a quindici giorni, l’avevo di già perduto e dipendevo dal deposito rifornimento uomini di Belluno, cui spettava il destinarmi dove voleva. C’era la speranza di passare un buon mesetto a Belluno e forse anche più sia nelle istruzione delle reclute, sia in qualche servizio d’accompagnamento di truppe al fronte. Senonché io, invece di presentarmi al Deposito di Belluno, pur sapendo di andare incontro a qualche severa punizione, arrivato in quella città, anziché fermarmi, proseguo, e vengo direttamente al fronte, al mio amato battaglione, senza nemmeno passare dal Comandante del reggimento che era sulla strada. L’indomani il Comandante perché io sia tornato, senza senza mi ci abbiano destinato, al mio reggimento, e come sia passato direttamente al mio battaglione in prima linea.
Io faccio lo gnorri, scusandomi che non sapevo dove andare e che quindi, siccome ero al ’52 e al terzo battaglione, ero ritornato dove mi trovavo. Insomma, dopo un cicchetto, che mi aspettavo più consistente, mi lasciano: ma mi destinano alla quarta compagnia del quarto Battaglione. Non ti so dire se hanno fatto bene o male: ero, però, molto affezionato al terzo, e son rimasto un po’ sconfortato. E mi trovo a reggimento e al fronte perché desideroso di soffrire. Non ti sembra una gran pazzia!
Soffrire quello che mai persona potrà immaginare (persona che non varchi la zona), vedere cose belle e orride, martirizzarmi non per guardare il cielo e il cuore di qualche fanciulla dal viso fresco e roseo di angelo (triste ricordo), ma soffrire perché voglio soffrire, perché le altre sofferenze, ritornando mi sembrino cosa meschina, perché possa formarmi un animo più tranquillo e più serio, perché possa dire che anch’io ho sofferto, ed ho contribuito larvatamente a un grande rivolgimento qual è questo. E ancora altre cause m’hanno spinto a ritornare al fronte: cause che sento nell’animo e che non esterno perché sarebbe inutile esternare. Se avrò la fortuna di rivedere la mia casa e i miei amici, ti ricorderò con piacere questi luoghi grandiosi e minaccianti a ogni passo la vita di coloro che ci si trovano; questi monti immensi, da cui precipitano orribilmente a valle grandi valanghe di neve che atterrano tutto al loro mortale passaggio. Ti ricorderò quelle tabelle in mezzo alla neve candida e abbagliante che portano la scritta: “Pericolo di valanga.
Procedere cauti e in silenzio. Punto scoperto. Si cammini intervallati ecc. “tutte cose che ti fanno una grande impressione e rattristano quando si è soli. E se mi fermo andando in servizio e osservo e ammiro la neve, per metà immerso in essa e mentre mi sento i piedi gelati e bagnati, eccoti che mi ricordo d’un petto di fan… ciulla che un nostro avvocato chiama NIVALE o di certe frasi che noi sul medesimo argomento ripetiamo spesso quale a dire: aveva le gotine o manine, o le braccia bianche come la neve. E dimenticando di trovarmi di fronte al nemico e in un bagno di sudore e di acqua diaccia, mi metto a ridere, afferro un pugno di neve e cerco di intiepidire o calmare l’arsura tremenda che mi tormenta.

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