Giorni fa, ci è capitato di leggere su “la Repubblica” (edizione di Palermo), di venerdì 26 luglio, un art. di Salvo Palazzolo dal titolo lessicalmente intrigante: «Mille euro al mese di sussidio al pip mafioso con yacht e pub».

L’intrigo lessicale è naturalmente costituito dal misterioso “pip”, termine-chiave del ‘pezzo’, non comprensibile, a primo acchito, a partire dal titolo. Ma non chiarito neppure nel corso della lettura dell’articolo, con non piccolo disappunto e dispetto del lettore.

E dire che il termine ricompare, non meno di altre cinque volte, in “cattiva compagnia” come prefissato (“ex pip”) e con la maiuscola (“il Pip”): (i) «nella sua cosca, c’erano altri due ex pip mafiosi a tempo pieno»; (ii) «E fra gli arrestati c’è anche un terzo pip»; (iii) «Tonino, il pip vicario della cosca, aveva uno stipendio sostanzioso che non erano certo i 1.000 euro ricevuti dalla Regione»; (iv) «Tonino il Pip boss a tempo pieno andava in giro con una fiammante Mini Cooper “Country man”»; (v) «Seranella junior ci teneva allo stipendio da Pip».

L’articolo ci ha, confesso, non poco indispettito. Perché? Certamente colpa della nostra ‘ignoranza’ lessicale, a dispetto della nostra brava laurea e del mestiere che facciamo. Ma una mini-inchiesta telefonica ad amici e colleghi un po’ di tutta Italia ci ha permesso di scoprire (mal comune mezzo gaudio?) che la nostra ‘ignoranza’ non era poi un fatto del tutto isolato. Nessun parlante, com’è noto, può conoscere, per quanto colto, tutte le parole della lingua di una comunità di milioni di parlanti. Le parole e i significati di una lingua sono infatti infiniti. Un parlante invero non conosce neppure le parole di un comune dizionario, anche mono-volume, come per es. l’ultima edizione dello Zingarelli, che vanta di averne registrate ben 144mila.

E tuttavia c’è una regola fondamentale – a cui non può sottrarsi chi per es. fa il giornalista – per la garanzia della comprensione di chi legge, senza dover rinunciare all’esigenza di esprimere i propri pensieri. Se le parole che si adoperano non sono proprio note, neppure ai comuni laureati (che poi in Italia sono meno del 10% degli italiani), la regola elementare da seguire è quella di spiegarle all’interno del proprio testo. Tanto più che nel caso specifico si tratta, come abbiamo alla fine scoperto, di una sigla.

Una regola del “codice di stile” suggerisce, senza dover rinunciare al vantaggio delle sigle (che è la loro sinteticità), di scioglierle la prima volta in cui si adoperano.  Google può al riguardo venire in soccorso del povero lettore. Ma cliccando su “pip” in Wikipedia si apprende che si tratta di una sigla polisemica, vigente in almeno 10 settori (chimica, codici, economia, informatica, letteratura, politica, urbanistica, altro…). Peggio che andar di notte, per il povero lettore che è lasciato in asso.

Invero, solo la ricerca del prefissato “ex Pip” permette di imbattersi in un altro articolo, il cui autore applica la regola di cui sopra: «Costerà 24 milioni di euro per l’anno in corso e altri 72 milioni per i prossimi due anni la stabilizzazione dei 3.218 precari ex Pip (Piani di inserimento professionale) del Comune di Palermo» (in “la Repubblica”, Palermo.it, 9 Luglio 2014).

Dal significato “non-animato” di “Pip” si è passati nell’art. sopra citato a quello “animato-umano” di «giovane precario che può usufruire dei Piani di inserimento professionale». Un’ulteriore indagine consente quindi di datare la comparsa dei “Pip” con la Legge n. 451/94 art. 15 relativa ai “Piani per l’inserimento professionale dei giovani”. I Pip «sono strumenti finalizzati a favorire la scelta e l’acquisizione di nuove professionalità dei giovani disoccupati attraverso la conoscenza diretta del mondo del lavoro».

L’art. denunciava che «le indagini dei carabinieri del comando provinciale dicono che i fratelli Seranella [mafiosi] erano dipendenti della Social Trinacria e dunque pagati dalla Regione dall’ottobre 2010». Ma il collegamento tra i mafiosi e i “Piani di inserimento professionali” è rimasto oscuro per chi non sapeva cosa fossero i “Pip”, di cui non si volevano forse evidenziare le infiltrazioni mafiose.

A proposito dell'autore

Docente di linguistica generale all'università di Catania

Salvatore Claudio Sgroi, ordinario di linguistica generale (Università di Catania), è stato pres. del corso di laurea in "Culture e linguaggi per la comunicazione", fa parte della direzione del "Bollettino del Centro di studi filologici e linguistici siciliani", del comitato di redazione "Le Forme e la Storia", e collabora a importanti riviste italiane e straniere di linguistica. È autore di circa 400 saggi e di numerosi volumi, tra cui i più recenti sono Per una grammatica ‘laica’. Esercizi di analisi linguistica dalla parte del parlante, UTET 2010; Scrivere per gli Italiani nell'Italia post-unitaria, Cesati 2013; Dove va il congiuntivo? Il congiuntivo da nove punti di vista, UTET 2013.

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