di Marco Spampinato

CATANIA  – Forse a Berlino, Vienna o Parigi eurodeputati, non italiani, non riusciranno mai a capire perché, in generale, ci si preoccupi tanto, e si gestisca con affanno, l’impropriamente definita “emergenza” legata ai migranti.
L’emergenza qui, dietro le nostre coste di gente del Sud,  è quella di ogni giorno, quella prevedibile, prevista e che, puntualmente, si verifica. E’ una realtà, drammatica, che “emerge” dalle acque, attraverso le fughe dei disperati, o viene alla ribalta quando la cronaca si tinge di nero.
Unico appiglio, anche per noi che i fatti proviamo a descrivere, l’umanità dei tanti che provano a organizzare l’accoglienza.
“La macchina della solidarietà funzionava benino fino a un paio di mesi fa…da qualche tempo, invece, le cose pare che vadano diversamente” aveva affermato un maresciallo della Guardia di Finanza, che di accoglienza e controllo è stato comandato di servizio tante volte, da noi incontrato nella prima mattinata di oggi.
Le coste italiane, per lo più siciliane, calabresi e pugliesi, dall’inizio del 2014 hanno registrato un flusso di oltre 50.000 disperati provenienti da più regioni dell’Africa e dell’Asia alla ricerca di una nuova speranza di vita.
Ed i cittadini, e politici, di altre nazionalità differenti dalla nostra, non capiranno mai i motivi dello scontento, delle difficoltà e delle preoccupazioni della nostra gente rispetto a questa questione.
Uno dei motivi, di questa mancata comprensione, sta nel fatto che, ogni immigrato, costa alla Comunità Europea oltre 600 euro al giorno almeno nei primi 21/30 giorni a far data dallo sbarco.  “Italiani avete i soldi per occuparvi dell’assistenza umanitaria agli immigrati di cosa vi lamentate?”  Immagino una domanda simile fatta con accenno teutonico da un donnone che vagamente somigli al Cancelliere tedesco Angela Merkel mentre mi appresto a entrare nel vivo del mio mini reportage.
Una cifra, mi viene da insistere, quella di 600 euro, comunque garantita da Bruxelles, consistente e importante e che serve al fine di garantire assoluta dignità agli “accolti” e una esaustiva copertura a tutta la macchina dell’accoglienza che, coinvolge i costi del lavoro, extra inclusi, di rappresentanti delle forze dell’ordine, dell’associazionismo, della croce rossa e delle strutture medico sanitarie impegnate oltre al rimborso agli enti locali, per strutture e servizi.
Comunque una cifra più che ragguardevole di questi tempi, tanto da rappresentare, oggi, l’ideale speranza di un reddito addirittura mensile anche per una buona maggioranza degli italiani.
Eppure qualcosa continua a non andare. E i soldi non assicurano, di certo, il decoro dell’accoglienza e la qualità degli stessi servizi forniti agli immigrati.
Non sempre, perlomeno.  Ed esistono pure dei casi limite.
Capita così che soprattutto Catania debba registrare situazioni che sfuggono anche agli “onori” della cronaca malgrado rappresentino una quotidianità, piena di incognite, che va avanti da mesi.
E’ il caso del nostro servizio di oggi. Senza molto fragore anche noi, arriviamo, stavolta per primi e registrando l’esclusiva rispetto alla altra stampa locale, al Palaspedini.
Il palazzetto caro ai catanesi quale “tempio” di passati allori sportivi legati al mondo della pallavolo oggi lo ritroviamo colmo di migranti di cui nessuno ha letto nulla prima e altrove.
Gli sbarchi sono quasi giornalieri, in questo periodo, e prima di far passare la gran parte di questi stranieri dal Cara di Mineo da qualche parte devono pur trovare ricovero.
“In provincia nessuno li ha voluti malgrado i reiterati ‘inviti’ rivolti ai sindaci dalla Prefettura. A Catania, dopo un paio di accoglienze al PalaCannizzaro, ormai indisponibile, le uniche strutture che, sfiorando il collasso, offrono un ‘primo soccorso’ ai tanti stranieri costretti a migrazioni forzati sono questa, il PalaNitta di Librino e il PalaArcidiacono, poco sopra la Cittadella dello Sport” ci informa un operatore che preferisce non essere citato.
Dopo questa premessa arriviamo che sono quasi le 13.00 all’orologio. Superando il chiosco di Piazza Spedini varchiamo la transenna aperta posta a delimitare la piazza dall’epoca immediatamente successiva ai tristi fatti di cronaca del Massimino legati alla morte dell’ispettore capo della Polizia di Stato Filippo Raciti e giungiamo quasi davanti l’ingresso del palazzetto.
Di fronte a noi conto oltre quaranta uomini di colore. Sono tutti seduti per terra, quasi non parlano neppure tra di loro ma l’atmosfera, tutt’intorno, pare tranquilla.
Siamo sul posto dove, quasi in contemporanea, posteggia una pattuglia della Guardia di Finanza ora presente a presidio del piazzale e che ha appena dato il cambio ad un’autovettura con tre poliziotti che ha  lasciato il campo per fine turno.
“Ci siamo adoperati per porre l’attenzione sui 75 migranti da giorni ospitati al Palaspedini perché vogliamo continuare a cooperare con Comune ed istituzioni al fine di rendere più umana l’accoglienza di queste persone prima che le stesse vengano destinate ad altre strutture” chi ci parla è Pina Giuffrida, volontaria aderente all’associazione interculturale Multi Kulti che nel pomeriggio di ieri ci aveva anticipato questa realtà – inoltre, da ieri, si sono aggiunte altre 150 persone, a quelli già ospitati in precedenza, e la cosa, ora che i migranti all’interno del PalaSpedini sono oltre 200, ha creato difficoltà anche con la distribuzione dei pasti”.
Non possiamo entrare all’interno del PalaSpedini, ce lo sottolinea con gentile fermezza il graduato della GdF presente sul posto. Ciò non mi impedisce, restando sull’uscio della struttura sportiva, di individuare decine di materassini utilizzati a mo’ di giaciglio e posti attorno al campo di pallavolo, ancora con la rete montata, e, sopra, alla fine delle gradinate. Anche in mezzo. C’è grande compostezza tra gli ospiti, un principio di ordine pure nel riporre lo scarso vestiario ma siamo dove siamo e il PalaSpedini appare come un inadeguata magione occupata da troppa gente. Di questa stagione, poi, è inevitabile che l’atmosfera sia pesante e l’ambiente cominci ad essere maleodorante.
Alle 13.20 arriva una medico, inviata dall’Azienda Sanitaria Provinciale che lamenta anche la mancanza di un ordine di servizio. E’ lì per dare un servizio sanitario di primo soccorso, per valutare eventuali casi da sottolineare alle autorità sanitarie e civili. Un’altra volontaria della Multi Kulti l’aiuto per le traduzioni dall’inglese, Mamadou, del  Mali si occupa delle traduzioni dal francese, idioma compreso da molti.
Registriamo che di questi circa 230 migranti oltre 30 sono donne e bambini. Mancano ancora scarpe, per via dell’incremento delle presenze, alcune donne lamentano la mancanza di shampoo e bagno schiuma per pulirsi. Un giovane sta male e viene soccorso dal medico non necessita di un ricovero, comunque complicato vista la situazione, in struttura sanitaria cittadina.
Sono quasi le 14.00 quando vediamo che c’è anche chi, a piccoli gruppi, esce dal perimetro.10410680_4649946502082_5759335995195235913_n
Ci incuriosiamo e chiediamo ai rappresentanti delle Forze dell’ordine dove stiamo andando quei migranti. “Sono liberi di allontanarsi ma tornano dopo poco. Per fortuna. In queste settimane non e’ stato registrato nessun problema”. Settimane o mesi i “problemi” non capitano, o vengono risolti, con la buona volontà degli stessi immigrati e per il buon servizio delle Forze di polizia  impegnate nella vigilanza ma resta il fatto che questi “ospiti momentanei non censiti” si allontanino e poi ritornino alla base grazie al sol fatto che li hanno un tetto sulla testa e un pasto assicurato. Tutto fila liscio ma potrebbe non andare sempre così.
Gli accolti sono uomini e donne del Mali, Senegal, Ghana, Costa d’Avorio, Gambia.
Ci informano che i pasti per sfamare queste persone fino a due settimane fa arrivavano, addirittura, dal Cara di Mineo poi, un giorno, il pasto delle 13.00 non sarebbe stato sufficiente a sfamare tutti e torna indietro per evitare problemi di ordine pubblico (per una pietanza o per un lenzuolo la calma che registriamo potremmo dissolversi in un attimo anche se in presenza di donne e bambini) e la Prefettura dovette barcamenarsi per far giungere i pasti attraverso altri canali. 10557396_4649945502057_7971541736136061328_nIl risultato fu che il pranzo arrivò che erano già le 16.00. “Siamo noi a occuparci della refezione per coloro che sono ospitati dentro questa struttura – ci informa, rispondendo a una nostra domanda, Mario Pellizzeri direttore della Cooperativa sociale ‘Ambiente e Benessere’ di Mascali – Siamo fornitori del Comune di Catania gestendo la mensa dei poveri all’interno della struttura dei Salesiani di Via Giuffrida a Catania”. Un pasto caldo non mancherà neppure oggi per questi immigrati del centro Africa. D’altronde, quando necessità, del latte in polvere arriva anche per mano di volontari estemporanei. La città di Catania e’ accogliente. Il quartiere di Cibali rispetta e tollera gli ospiti “momentanei” di una situazione per nulla conosciuta, i migranti stessi rispettano l’ambiente circostante di questa nuova città dalla quale alcuni non tutti, ricominceranno un percorso di decoro e dignità umana. Domani, forse, arriveranno altri cento uomini e donne che non si saprà dove “stivare” (il termine è, cinicamente, voluto e non casuale). Gli europei non capiranno mai cosa hanno da lamentarsi gli italiani rispetto ai flussi migratori, gestiti da criminali, che portano nel nostro Continente migliaia di persone. Tanti lettori non crederanno ai loro occhi quando leggeranno della “diaria” comunque offerta, per legge internazionale recepita sul territorio, a queste vittime di persecuzioni e guerre, altri 2,50 euro che dovrebbero esser dati loro per brevi manu “Cosa che in effetti non avviene sempre – sottolinea Giuffrida che ci ha accompagnati in questa visita – o che, spesso, viene scambiata con un pacco di sigarette”. Situazioni reali che, più che a Catania degli anni 2000 mi fanno pensare alla Napoli di Bellavista magistralmente descritta da Edoardo De Crescenzo.

Marco Spampinato

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