CATANIA – Ampliare le proprie visioni per un’innovazione maggiormente efficiente. Questo è uno dei temi affrontati nell’incontro dal titolo “L’innovazione al servizio del patrimonio culturale e territoriale”, promosso da Vulcanìc, spazio di co-working per l’innovazione sociale, che si è tenuto presso i locali dell’incubatore di idee, a Catania, nella mattina di oggi.

In un periodo di crisi economica e sociale, le startup e le idee legate all’innovazione sono elementi di primaria importanza: se a questo si aggiunge il patrimonio culturale della Sicilia, si otterrà un mix esplosivo capace di mettere in moto l’intera economia, non solo regionale o nazionale, ma europea.

Come spiega Marco Magrini, consulente del Centro Europeo per la Formazione per la Sicilia, nonché moderatore del workshop, “in Italia, la cultura diventa un fattore, e ciò si può vedere anche dalla destinazione degli stranieri nel turismo”. Cos’è che manca, allora? “Occorre avere una visione di sistema della cultura, adeguando il nostro Paese alla digitalizzazione, che nel resto d’Europa e del mondo è stata avviata nel 1995.”, racconta Magrini. Dati alla mano, infatti, l’Italia, appena venti anni fa, era prima nella classifica delle destinazioni turistiche: oggi è scesa al quinto posto.

“La cultura nel nostro Paese è stata individuata come uno degli assi sui quali deve reggersi l’innovazione: in Sicilia – aggiunge Magrini -, in particolare, c’è un giacimento culturale immenso, ma serve un appoggio che non crei solo promozioni, ma soprattutto fatti”. E i siciliani, come devono reagire? “D’altra parte, però, il sistema territoriale va indirizzato, anche grazie all’azione delle istituzioni che devono fungere da facilitatore, concedendo al singolo operatore turistico un maggiore raggio d’azione, non come “comando”, ma in cooperazione”, ha concluso.

La cooperazione, insomma, come tassello importante per l’innovazione. E’ proprio questo l’obiettivo di Vulcanìc, come racconta il co-fondatore, Rosario Sapienza: “Vulcanìc è una realtà che vuole mettere insieme delle variabili che, di solito, non vanno d’accordo. Prima di tutto, in Italia dobbiamo togliere dalla mente l’idea che i beni culturali siano solo una fonte di soldi: non è così, anzi! Sono soprattutto un costo, e trasformarli in guadagno è molto difficile: un miraggio”, spiega Sapienza.

Un miraggio che, pertanto, non deve illudere gli operatori economici: “Il patrimonio che abbiamo non ci rende più ricchi: paradossalmente ci rende più poveri, e noi dobbiamo sfruttarlo al massimo. Il nostro deve essere un ruolo di facilitazione: vogliamo, attraverso dei supporti, mettere insieme il settore dei privati, il terzo settore e quello della Pubblica Amministrazione. Siamo solo agli inizi, e non vogliamo pubblicità: sento, però, che qualcosa sta cambiando. Tira un buon vento di cambiamento, ma adesso bisogna trasformarlo in pratica.”, dichiara il co-fondatore di Vulcanìc.

Il tutto, poi, con uno sguardo diverso: “E’ vero che ci sono tanti problemi nel nostro Paese, ma bisogna parlare e ripartire dalle cose buone, positive, seguendo tre formule: prima di tutto la creazione di uno spazio di co-working; poi l’accompagnamento a fare impresa sociale; e, infine, la facilitazione territoriale che crei delle reti. Non possiamo più permetterci di aspettare la Pubblica Amministrazione: la politica, al giorno d’oggi, la fanno i territori con la capacità di creare incubatori come questo!”, ha spiegato Rosario Sapienza.

Luigi Grasso, vicepresidente di Etna Hitech, società consortile che raccoglie ben 15 imprese nell’area delle tecnologie, ha poi illustrato i punti del programma alla base dello sviluppo futuro: “La nostra “missione” parte da E015, un protocollo che si propone l’incontro tra domanda e offerta di beni e servizi per lo sviluppo. Bisogna creare un ecosistema locale, basato su tre fattori ben precisi: 1. La visione dello sviullpo; 2. Le regole da fissare; 3. La gestione, al fine di governare un sistema complicatissimo che possa creare un pensiero comune”.

Al workshop è intervenuto, poi, Bruno Grassetti, presidente del Centro Europeo per la Formazione, che ha parlato dell’estensione della visione d’impresa: “Siamo di fronte ad una svolta epocale: tra poco tempo si affronterà il problema del cambiamento della temperatura, e nel resto del mondo è iniziata la caccia alle nuove risorse. Non si può più fare una rivoluzione industriale: bisogna sfruttare quelle che si hanno, e noi, in Sicilia, come centro del Mediterraneo, ne abbiamo numerose”, ha dichiarato.

Quello che è oggi il fanalino di coda dell’Italia, può diventare, secondo Grassetti, il motore trainante del Paese, permettendogli di superare perfino le potenze del Nord Europa: “La Sicilia è obbligata ad incarnare il nuovo modo di pensare, di vivere nel pianeta: qui bisogna creare delle emozioni, passare dalla cultura dell’oggettività a quella della soggettività, come in Cina. Lì, si cerca all’estero per risolvere i problemi interni, anche sociali”. I turisti, al giorno d’oggi, diventano insomma dei “migranti” in cerca di qualcosa che nella propria terra non hanno: valori capaci di risolvere problemi culturali interni.

“Bisogna pensare non più come appartenenti ad un territorio specifico, ma al continente: e in questo i nostri giovani si stanno comportando bene”, ha commentato Bruno Grassetti, lanciando, infine, un monito: “Siamo in lotta tra le economie, bisogna creare una buona immagine per lo sviluppo. I soldi ci sono, bisogna solo sfruttarli: e la Sicilia, in particolare, deve dare valore alla propria autonomia, senza, però, isolarsi”.

Duro l’intervento di Dario Pistorio, vice presidente di Confcommercio Catania: “L’Italia, negli ultimi anni, è stata invasa da turisti che volevano visitare il territorio. Discorso inverso per la Sicilia: qui siamo soliti riempirci la bocca di belle parole, senza pensare ai fatti. La verità è che la nostra regione non è pronta per diventare il volano del turismo: la nostra politica non sta puntando sul turismo, ma lo contrasta, e fino a quando cassa alcuni settori come quello del turismo, i protagonisti non possono svolgere al meglio i propri ruoli”, dichiara senza mezzi termini.

Interessante, poi, l’esempio portato da Massimo Zucconi, consigliere d’amministrazione di Federculture Servizi, protagonista, in passato, della realizzazione del Parco Val di Cornia in Toscana: il progetto, è stato portato a termine bonificando migliaia di ettari di terreno occupati abusivamente, offrendo alla popolazione un servizio invidiabile, sia per efficienza, che per profitti, dovuto alla cooperazione tra cinque comuni in sinergia tra loro. “Adesso bisogna agire: non sono d’accordo con il pessimismo che c’è nei confronti della Sicilia: in Italia siamo distruggendo il senso della vita. Che fare allora? C’è un bisogno estremo di creare posti di lavoro”, ha spiegato.

Si tratta di un processo, secondo Zucconi, che coinvolge ogni aspetto del territorio: “Se si rispetta ogni canone relativo allo sfruttamento del territorio, questo sarà competitivo nella globalità, ma questo può avvenire solo grazie all’azione delle istituzione. Senza gestione, infatti, non c’è tutela: bisogna rendere il turismo un bene fruibile, privo di competizione, ma al contrario fondato sulla cooperazione con i privati, favorendo l’imprenditoria turistica”.

A questo si lega il discorso di Claudio Bocci, direttore di Federculture: “Questo è un percorso che deve mettere insieme pubblico e privato. Il problema, poi, è relativo alla visione di cultura: è vero che la cultura deve fare business, ma la sua funzione primaria è quella di dare un senso alla vita stessa. L’esempio del Parco di Val di Cornia deve ispirare a guardare in prospettiva: bisogna progettare, come una sorta di modo di pensare”, ha dichiarato.

Guardare al passato, insomma, non basta più: “Il modello industriale è finito: adesso bisogna pensare alla cultura. Fare cultura vuol dire sviluppare il territorio dopo una programmazione, in sinergia con la parte pubblica. E’ un percorso complesso e difficile: abbiamo pensato, pertanto, di affidare le risorse ai territori per la gestione e la progettualità di area vasta, attraverso una pianificazione strategica. Solo così possiamo agire: così si può cambiare qualcosa”.

Antonio Torrisi

Scrivi