Ci ha messo poco, pochissimo, Elena Cattaneo, biologa di fama internazionale e senatrice a vita, ospite di recente della Scuola Superiore dell’Università di Catania, a far capire cosa significhi la scienza per sé e cosa possa diventare per gli altri, in specie per coloro i quali non la praticheranno mai, ma non per questo sono vocati alla deresponsabilizzazione di sapere di cosa essa si occupi.

La Cattaneo ha scelto la metafora dell’uomo in mezzo al deserto, del soggetto che cammina sulla (apparente) piattezza del nulla polverizzato, finissimo e infinito dei fatti. Ma col desiderio di trarsi fuori, cercando tracce, disegnandone altre, incrociando percorsi.

Si vedeva chiaramente che c’era una linea esistenziale in questa immagine, dettata non dalla solitudine, ma da quello stato di sacrale isolamento in cui il ricercatore per forza di cose è costretto a immergersi per rimanere da solo con se stesso e la sua domanda totemica del momento. È lì che anche il solo-contro-tutti, la sensazione di aver ragione, ma di non riuscire a trovare sul momento la strada giusta per dimostrarlo (mostrarlo anche agli altri, appunto!), la battaglia delle idee ingaggiata con i colleghi e, da ultimo, anche il dubbio di poter aver fallito rendono l’impresa della possibilità della conoscenza profondamente umana. E perciò emotivamente tratteggiata.

Thomas Huxley diceva che molte volte le scoperte brillanti iniziano come se fossero eresie, ma col tempo sono destinate a trasformarsi in ortodossie! Vero, verissimo.

Dietro le scoperte scientifiche ci sono fatti e relazioni ben accertati, ma anche i racconti dell’esistenza che partecipano attivamente a quel processo di scoperta. E tutti insieme diventano una narrazione, la manifestazione di un’utopia rivelata, raggiunta e perciò smantellata, destrutturata nelle sue pretese iniziali, poste dagli stessi uomini come irraggiungibili perché residenti in un luogo che non c’è.

Fare uscire la conoscenza da questo ‘altrove’, spremerla insieme alla propria vita, affidandosi soltanto a un metodo (uno dei migliori che la logica umana sia riuscita a mettere a punto, al momento) è il valore fondamentale che la scienza custodisce. E che la Cattaneo ha voluto ulteriormente ‘rifinire’ creando e aggiungendo al racconto dei suoi fatti di scienza altri fatti, questa volta umani.

C’era molta trama di sociologia della scienza di mertoniana memoria nel suo dire, ma l’ordito era decisamente umano, ispessito da una visione della vita chiara, cristallina. Non ho potuto fare a meno di ricordare ciò che diceva Gilberto Corbellini sui ricercatori: ‘Gli scienziati non sono pericolosi’. Non lo sono perché essere «alfabetizzati di scienza» non comporta di necessità anche l’essere «scientificamente alfabetizzati». Come dire: tra il fare scienza e il condividerne la missione, il significato, gli obiettivi, i risultati, prima che la comprensione del dato scientifico (o, insieme ad esso) deve transitare la questione del Valore, del posizionamento corretto della ricerca nella (e per la) società. Tra scienza e società il legame è e deve rimanere forte.

Senza quegli obiettivi non c’è possibilità di rendere la ricerca e le sue applicazioni realmente utili per l’uomo. L’utilità, intesa come semplice facilitatore, restringe molto l’ampiezza del concetto di ricerca. L’utilità aiuta, non promuove, non spinge il soggetto ‘oltre’. Essa sottolinea una strumentalità, una medialità che accompagna l’uomo attraverso il percorso dell’esistenza. A questo punto entrano in gioco altri indicatori, altri fini, altre ragioni. E le riflessioni contenute in quest’ordine sono ‘scientifiche’ anch’esse, ma in maniera diversa. Bisogna ammetterlo: ‘Correlation does non imply causation’. Lo insegnano nei laboratori, in statistica e anche in filosofia. Per essere uomini di scienza, dall’interno, e dalla parte della scienza, dall’esterno, abbiamo tuttavia bisogno (sembrerà strano) di entrambe. Meglio ricordarlo. Perché scientismo e riduzionismo da soli rischiano di disegnare per la comprensione dell’uomo una frontiera decisamente iniqua! [… ] Et mentita est iniquitas sibi!

 

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