CATANIA – Mancano pochi giorni alle prossime amministrative che vedranno l’elezione di nuovi sindaci, assessori e consiglieri comunali in sette comuni della provincia di Catania. Ma, con esattezza, vi siete mai chiesti come deve essere il profilo psicologico del “primo cittadino”? Ne abbiamo discusso con lo psichiatra Salvo Di Dio, candidato al ruolo di consigliere a Tremestieri Etneo.

La sua, è bene dirlo a scanso di equivoci, non è stata una discussione indirizzata all’elogio del “suo” candidato sindaco, come avviene nella maggior parte dei casi. Né, tantomeno, assisterete alla solita propaganda politica su “scommesse da vincere” e “sfide da raccogliere per il bene dei cittadini”. E’ tempo di elezioni, e il voto incide più di ogni altra cosa: in esso è racchiusa la possibilità di delegare se stesso al primo cittadino. Una delega che deve essere raccolta con grande senso di responsabilità dal sindaco: “Partiamo dall’origine del termine: nella polis greca, il sindaco, da σύν, “con”, e δίκη, “giustizia”, doveva mettere insieme con giustizia. Deve, insomma, amministrare con giustizia, non come un sovrano, ma come parte integrante della comunità”, spiega.

Ma, nello specifico, come deve essere il profilo del sindaco? “Deve comportarsi come il genitore di una comunità: non deve essere né troppo buono, né troppo rigido, ma far suo il tessuto territoriale nel quale svolge il suo operato, conoscendone pregi e difetti, anche sociali”, racconta Di Dio. Insomma, deve amministrare con l’affetto di un padre, non autoritario, ma neanche distaccato: e in una famiglia ci sono tante componenti, come il Consiglio comunale. “Deve saper gestire anche i rapporti interni al collegio, tra maggioranza e opposizione, attraverso una comunicazione interattiva e mirata alla promozione di progetti condivisi – ha proseguito – : tutto ciò, mantenendo una posizione super partes”, chiaramente.

E se l’opposizione, come spesso avviene, non facilita il ruolo del sindaco? “Esso deve armonizzare i contrasti, amalgamando i diversi punti di vista. Deve negoziare, insomma, riconoscendo il giusto spazio agli avversari: in Italia, purtroppo, si vive una politica di inimicizie, e tutto ciò non aiuta…”, ha aggiunto. “E, dal canto loro, i consiglieri devono ricordare che sono lì non per i loro interessi, ma per il bene dei cittadini”, ha spiegato.

Un ruolo che, pertanto, deve avere un fine più significativo rispetto al valore della singola poltrona: “Voi vi siete mai chiesti cosa significhi il termine “candidato”? Candidato deriva da “candidus”, che era la veste indossata dai componenti del senato romano. Perché? Perché la tunica bianca doveva rappresentare la purezza, una posizione che era slegata dalla vita privata – racconta – : se il candidato fosse tale, quindi, verrebbero meno anche le spinte politiche legate alle “bandiere”, e la macchina funzionerebbe a dovere”, spiega Di Dio.

E nel periodo storico in cui viviamo, la frattura tra classe politica e cittadinanza si fa sempre più ampia, a causa della cattiva gestione di chi rappresenta il popolo. Che fare, allora? Votare, o non votare? “La democrazia, come ben sapete, rappresenta il “Governo del popolo”, dove quest’ultimo non comanda, ma partecipa all’amministrazione delle risorse. Il voto diventa quindi una necessità, per delegare la propria persona, ma non è più solo un diritto: si tratta, infatti, di un vero e proprio dovere per cambiare le cose”, racconta lo psichiatra.

“Il cittadino ha ragione ad essere irritato. Noto una quantità eccessiva di candidati, perché fare il politico è divenuto ormai sinonimo di “occupazione”. Tuttavia, l’astensione al voto non risolve le cose: al contrario, rischia di aggravarle”, ha concluso. Andare a votare, insomma, sembra essere l’unico strumento rimasto al popolo per non peggiorare la situazione e affidare il proprio paese nelle mani di un “padre”, severo al punto giusto magari.

Antonio Torrisi

Scrivi