Alle elezioni in Emilia-Romagna v’è stata un’astensione superiore al 62% degli elettori. In una regione in cui gli elettori si sono sempre particolarmente distinti per il senso di appartenenza e la grande partecipazione a tutte le occasioni di manifestazione della volontà collettiva. La conseguenza è che il candidato del Pd è stato eletto con il voto di meno di un quinto degli aventi diritto (esattamente il 17,7%). Lasciando da perdere i facili trionfalismi, che ci saranno comunque, dovute alla percentuale di voti ricevuti in confronto a quelli degli altri partiti, assisteremo ora alla solita geremiade e ai consueti volti preoccupati dei politici, che lamenteranno l’alto astensionismo e l’abbassamento del livello di partecipazione politica.

Una preoccupazione finta e ipocrita, diciamolo subito. In uno scenario politico in cui i partiti e le aggregazioni si distinguono sempre meno per la visione complessiva della realtà e dove ormai il ceto politico è fatto da “professionisti” che sin dalla culla sono stati preparati e predestinati al loro ruolo da premurosi trainer e genitori (fisici e spirituali), si “scende in campo” per ragioni che ormai ben poco hanno a che fare con delle idealità complessive, con delle esigenze morali o con il desiderio di mettersi al servizio della propria nazione. Per lo più lo si fa perché nella gestione del potere si vede un modo per salvaguardare degli interessi, gestire rendite e sinecure, garantire e distribuire privilegi. In tal modo i partiti, saldamente nelle mani di coloro che ne detengono la quota di maggioranza, si vanno sempre più configurando come forme, strumenti, meccanismi per gestire il privilegio, ovvero il vantaggio (comunque esso sia inteso) di una parte sul tutto, che avviene grazie alla esclusione degli “altri” dal suo godimento.

Il privilegio è però tanto più alto quanto più è elevata la divaricazione tra numerosità dei rappresentati dal partito vincente e il resto della popolazione rappresentata dagli altri partiti o non rappresentata affatto (perché appunto non vota, astenendosi). Si capisce facilmente che a tale scopo il sistema elettorale e rappresentativo migliore è quello maggioritario con premio di maggioranza: in questo caso, pur con un consenso limitato sul totale della popolazione votante (e ancor più, non votante), un partito può massimizzare il proprio potere e quindi la capacità di spartire e garantire privilegi. Ed è ancor meglio se il partito diventa “leggero”: i pochi iscritti e l’affievolirsi del dibattito democratico interno (e negli organismi di base) assicurano un sempre maggior potere alla segreteria e all’apparato dirigente, che poi nomina a cascata tutti coloro che sono collocati nei gradi intermedi e negli organismi istituzionali in qualche modo sottoposti alla discrezionalità politica (direttamente dipendenti dal governo nazionale o di disponibilità degli enti locali). Così, infatti, si riduce la coorte di persone a cui devono essere assicurati i privilegi e diventa possibile aumentare proporzionalmente quelli da assegnare a coloro che partecipano alla gestione del potere. In questa complessiva transizione si deve scorgere il significato del processo politico degli ultimi decenni (che, non bisogna dimenticarlo, è il corrispettivo di quello che nel contempo si è affermato sul piano economico e sociale).

E allora il fatto che ci sia una così elevata astensione non è ritenuto da questo tipo di ceto politico una malaugurata decadenza della rappresentanza – come si augurerebbe chi ancora crede alla partecipazione dei cittadini alla gestione della cosa pubblica – ma una sua evoluzione verso una più ampia e libera disponibilità del potere. E tutte le dichiarazioni in contrario suonano ipocrite: nella sostanza il ceto politico è ben felice che le cose vadano così.

Ma un così elevato astensionismo rivela anche un altro elemento, dal lato degli elettori: la disillusione che la politica possa essere cambiata, l’idea ormai radicata che il voto sia un rito che non incide realmente sugli assetti di potere e che chiunque vada al governo poco o nulla potrà fare, sia perché non vuole, sia perché le decisioni reali sono prese altrove. Del resto è ormai da decenni che la politica si propone di riformare se stessa, ma alla prova dei fatti nulla accade: un po’ di stracci in aria, qualche capro espiatorio da offrire in offa al popolo furente e poi tutto ricomincia come prima. Leggi veramente incisive contro la corruzione non ne vengono fatte, si approntano riforme che sottraggono sempre più potere partecipativo ai cittadini; infine, ci si vorrebbe garantire con la supposta riforma elettorale una truppa di ben 100 eletti, che di fatto finiranno per essere i controllori “feudali” del potere nel collegio elettorale, “investiti” dal segretario e dalla sua cerchia; per cui gli altri eletti del collegio devono stare zitti e adeguarsi, altrimenti la prossima volta non saranno più messi in lista.

In queste condizioni l’astensione è l’ultimo atto di un potere delegittimato. Ma attenzione a esserne troppo soddisfatti, perché le successive manifestazioni di tale metamorfosi della politica potrebbero essere ben peggiori.

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