San Leone divenne famoso grazie alla nefasta fama del suo antagonista Eliodoro che, come Faust, vendette l’anima al diavolo, ma il suo elefante di pietra nera oggi è il simbolo di Catania

 di  Corrado Rubino

 

CATANIA – A proposito di san Leone II il taumaturgo, vescovo di Catania, l’archeologo Guido Libertini scrisse in un suo articolo “A dare rilievo a questa caratteristica figura concorsero gli innografi, gli encomiasti e, soprattutto, la tradizione popolare, evidentissima negli “elogia” che di questo presule ci sono pervenuti e che, con varianti od aggiunte, ci narrano le sue vicende”.2_
In effetti, sul personaggio di Leone il taumaturgo, così come su altri personaggi dello stesso periodo storico, le note agiografiche, a cui facciamo riferimento di seguito, sono fortemente influenzate dalla leggenda e dalla tradizione popolare, ma anche indicative del pensiero corrente degli anni in cui sono state scritte.

Nato a Ravenna da nobile famiglia cristiana, forse nella prima metà dell’8° secolo (725 ?), Leone, a 23 anni, dopo avere abbracciato la vita religiosa, era divenuto discepolo del celebre metropolita Cirillo che reggeva le sorti della comunità religiosa di Reggio (in Calabria). Uomo santo, quest’ultimo, noto e venerato anche in altre città del Tema di Sicilia  (Provincia bizantina che nell’8° secolo comprendeva anche la Calabria). La comunità cristiana catanese aspettò circa quindici anni prima di conoscere il successore di Sabino, il loro ultimo vescovo; ma quando Leone fu indicato come possibile episcopus, era talmente famoso che i fedeli lo ritennero subito degno di sedere sul seggio, che era stato di san Berillo, con il nome di Leone II.

Non è chiaro il motivo per cui la sede vescovile restò vuota per così tanto tempo, ma appare plausibile visto che, nei decenni in cui è riferita la storia, Roma e Costantinopoli erano già in piena lotta iconoclasta. Inoltre, fra il 7° e l’8° secolo si era accentuata in Sicilia la penetrazione dell’elemento ecclesiastico greco-bizantino che faceva capo al patriarcato di Costantinopoli, ma la dipendenza giuridica delle diocesi latine, almeno fino al 731, era ufficialmente dal patriarcato di Roma. Nell’8° secolo, a Costantinopoli, dominavano le figure degli imperatori Leone III Isaurico (717-741) e del figlio Costantino V Copronimo (720-775). Era un momento delicato della vita dell’impero d’Oriente e della stessa Sicilia, dato che su di essi andava aumentando la pressione dell’espansionismo arabo momentaneamente bloccato alle porte di Costantinopoli nel 717-718. La situazione interna non era meno tesa; invece che fare fronte comune contro la montante ondata mussulmana l’imperatore di Costantinopoli pensò bene di alimentare le discordie pubblicando nel 726 un editto in cui dichiarò il culto delle immagini sacre alla stregua di quello di idoli e ordinò la distruzione di queste immagini nelle chiese. È proprio del 730 la promulgazione del decreto imperiale definitivo che mise al bando le immagini nel mondo cristiano (iconoclastia). Ma la solidità del legame della Chiesa latina siciliana con la liturgia di  Roma si dimostrò proprio in questa occasione. La maggioranza dei monaci prende le difese delle icone e delle reliquie, che sono per loro fonte di sopravvivenza e di ricchezza.3_

Non a caso, a cavallo di quel periodo, salirono sul trono di Pietro, ben cinque pontefici siciliani: sant’Agatone (678-681), san Leone II (682-683), Conone (686-687), san Sergio (687-701) e Stefano III (768-772). Le comunità cristiane siciliane quindi non aderirono né al primo (726) né al secondo (730) decreto contro il culto delle immagini dell’imperatore, e subirono, a partire appunto dal 731,  la sua ritorsione, che colpì non solo la Sicilia, ma anche la Calabria, l’Acaia, l’Illirio e l’Epiro. Infatti, subito dopo che papa Gregorio III da Roma manifestò il suo dissenso dichiarando legittimo il culto delle immagini, l’imperatore Leone III Isaurico confiscò le rendite della chiesa romana nei territori dell’Italia bizantina e ne sottopone le diocesi al patriarcato di Costantinopoli. Questo è il contesto storico in cui si dovrebbero inserire le azioni del nostro personaggio. Nell’agiografia di san Leone II taumaturgo scritta dopo la metà del 1500, anche se ha come sfondo il periodo iconoclasta, la figura del vescovo in realtà viene posta in relazione all’attività antisemita del clero siciliano. Ma non solo; l’arma della fede viene brandita contro tutte le figure eretiche e demoniache impersonate dal mago Eliodoro e dall’elefante di pietra. La trasfigurazione leggendaria vede quindi la figura positiva di Leone “il bene” contrapposta a quella negativa appunto del personaggio Eliodoro “il male” (Fazello lo chiama Diodoro e Filoteo lo chiama Teodoro).
Questo perfetto antagonista è un cristiano; si, ma un cristiano cattivo la cui ambizione ad assumere la carica di Prefetto (Praefecturae) lo porta ad usare qualsiasi mezzo pur di raggiungere i suoi scopi. Non esita ad accettare l’aiuto di un mago ebreo che gli offre la formula magica per la realizzazione dei suoi desideri ma solo a patto di rinnegare Cristo. Il personaggio del mago è solo un tramite; il vero corruttore, quello che trasforma i cristiani in ebrei è Satana. Sale allora su un’alta colonna, così come gli aveva indicato lo stesso mago …Abi in tempesta nocte ad Heroum sepulchra magnã columnam conscende… (cfr. Vito Amico), e lassù, nel profondo della notte tempestosa, gli va incontro il Demonio che gli chiede di rinnegare Cristo; in cambio lui, il signore del male, avrebbe eseguito ogni suo ordine. Da quel momento Eliodoro diventa, egli stesso, l’incarnazione dell’anticristo ingaggiando una lotta senza esclusione di colpi per mettere in ridicolo e sminuire il traballante potere religioso del vescovo, il potere temporale del rappresentante imperiale in città e dell’imperatore stesso a Costantinopoli.

4_Mette a soqquadro la vita della società catanese, truffando i commercianti e corrompendo i funzionari, pagando con monete d’oro che poi si rivelano false trasformandosi in sassi, istigando alla disonestà le figlie dei notabili cittadini usando dei filtri d’amore ed infine facendo pubblica professione dell’idolatria. Condotto per ben due volte a Costantinopoli e condannato alla decapitazione riesce, con i suoi stratagemmi, a scomparire dalla vista dell’imperatore e a riapparire a Catania utilizzando come mezzo di trasporto proprio l’elefante nero (il colore è fondamentale nella scelta dell’elemento leggendario) per perseverare nel suo scandaloso comportamento. Ma ecco infine che interviene l’episcopus Leone, che lo sorprende mentre disturba la celebrazione della messa, lo afferra, gli avvolge la sua stola al collo, lo trascina tra le fiamme che ardono in un vicino impianto termale e lo lascia ardere, mentre egli stesso ne rimane miracolosamente illeso. Appare chiara, in questo gesto, la trasposizione allegorica delle fiamme che corrodono l’anima dell’indemoniato e della figura dell’esorcista che scaccia, anche con il vigore fisico, il demone che si è impadronito del suo corpo. È opinione di Augusta Acconcia Longo che nel romanzo agiografico del santo la figura predominante del racconto non sia lui ma il personaggio demoniaco di Eliodoro. Ma forse, più semplicemente, si è voluto enfatizzare il personaggio “male” per poi presentare come grandissima impresa del personaggio “bene” l’averlo distrutto. Inoltre è indicativo il fatto che anche il potere dell’imperatore di Costantinopoli nulla può contro Eliodoro. Anche il promotore dell’iconoclastia è tutta la sua chiesa orientale, nel racconto agiografico, sono visti come eretici dalla curia romana e dagli ordini religiosi che hanno curato la stesura delle agiografie dei Santi nel chiuso dei loro monasteri. L’aggettivo di taumaturgo Leone lo meritò non tanto per quest’atto cruento ma quanto per il suo misticismo. La sua agiografia infatti ci tramanda la figura eroico-mistica del presule che, con la sola forza delle preghiere, abbatté i resti di un santuario pagano nel quale si veneravano ancora i detestati idoli (detestandum idolum, quod impius Decius colebat) e le cui statue ancora resistevano sopra il tempio stesso. La tradizione lo identifica con quello di Cerere (o meglio di Cerere e Libera che per i greci erano Demètra e Kore), citato anche da Cicerone nelle Verrine e di cui è documentato il culto in Sicilia fino alla tarda antichità. Anche qui è chiara la trasposizione allegorica dell’abbattimento del tempio con la decisa azione antipagana di Leone che lo sostituì con una chiesa dedicata ai santi Quaranta Martiri. Fu quindi il difensore della religione cristiana sia dall’eresia monotelita, dagli iconoclasti e dal diffuso paganesimo delle campagne, e sia dalla persistenza di riti magici, visti allora come un “contagio” ebraico. Al tramonto della sua vita, sempre secondo gli agiografi, si ritirò in un luogo appartato, fuori dalla città, da dove si vedeva il mare e dall’accesso difficile, per trascorrere in solitudine i suoi ultimi giorni. Quando morì (785 ?) il suo corpo fu sepolto proprio in quello stesso luogo (Monasterio suo non procul a Civitatis muris…) dove si era ritirato in meditazione negli ultimi anni della sua vita e dove egli stesso aveva intitolato una chiesa a santa Lucia. L’erudito gesuita Ottavio Caetani si dice certo che la chiesa di santa Lucia sorgesse fuori dalla città, non lontano dalle mura di Catania e dal mare. Egli individua negli antichi ruderi visibili all’interno del chiostro del convento di santa Maria Annunziata (il Carmine), le vestigia del monastero di san Leone da lui stesso costruito vicino all’oratorio dedicato alla santa siracusana. Ma non è tutto. Sempre secondo il Caetani questo luogo è anche quello da cui le sue spoglie sono state prese dall’esarca Giorgio Maniace e trasportate a Costantinopoli assieme a quelle di sant’Agata e di santa Lucia. Infine una cosa è certa: è dalla corruzione del nome Eliodoro (Liodoro, Leodoro) che a sua volta prende nome l’antico elefante di pietra lavica (e solo quello) che i catanesi chiamano appunto Liotru e che è divenuto anche il simbolo della città di Catania. Il simulacro è legato al personaggio leggendario proprio perché egli se ne serviva per le sue magie e per le sue esibizioni illusionistiche.

1_ L’epilogo della storia è quanto meno curioso. La leggenda vuole che Leone  taumaturgo, dopo i fatti che avevano portato all’eliminazione del mago Eliodoro e dando corso alla sua damnatio memoriæ, aveva ordinato di portare l’elefante di pietra fuori dalla cerchia della città. Lì forse lo vide il geografo e viaggiatore arabo Edrisi che, tra il 1145 e il 1154, scrisse che a Catania, città dell’elefante, vi era un simulacro di tale animale. Ancora la tradizione erudita lo descrive posto sulle mura cittadine a difesa dalle violenze del vulcano. Continuò a restare lì fino al 1239, anno in cui l’imperatore Federico II di Svevia dichiarò Catania città demaniale, sottraendola così al dominio feudale del vescovo. Allora i catanesi (o lo stesso Federico), per contrapporre un’insegna a quella del dominio vescovile, rappresentata dal “normanno” san Giorgio, riportarono in città l’antico elefante (u Liotru) collocandolo nell’angolo destro della Loggia del Senato. Infine, nella ricostruzione post terremoto, addirittura il Vaccarini lo utilizzò come elemento principale nella composizione architettonica della sua fontana destinata al centro di piazza del Duomo. Da qui in poi l’elefante diventa sinonimo di Catania e il simpatico epiteto “marca liotru” sinonimo di catanese. Tra magia e storia non si può fare a meno di pensare ad una rivalsa postuma del mago catanese. Questo ornamento di pietra lavica, appartenuto a chissà quale monumento della città e introdotto a forza nella leggenda per avvalorare l’anticristianità di Eliodoro (che per i tempi significava anche antisocialità), oggi è trionfalmente, assieme a Sant’Agata, simbolo di campanilistica aggregazione sociale e religiosa.

Immagini:

  • 1 – Moneta bizantina – Follis di Leone III Isaurico (717 – 741)
  • 2 – Moneta bizantina – Solidus con l’effigie degli imperatori Leone III e suo figlio Costantino V
  • 3 – San Leone II che brucia Eliodoro
  • 4 – Confini dell’Impero Bizantino nel 717 d.C.

 

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