Chiara D’Amore

CATANIA – “Dal 9 Dicembre 2013, Associazione Italiana Sommelier Roma aderisce alla Fondazione Italiana Sommelier, ente appositamente costituito per elevare ancora di più lo spessore del nostro lavoro di divulgatori della cultura del vino e dell’olio di qualità”. Così scriveva Franco Ricci, attuale presidente della Fondazione e presidente della Worldwide Sommelier, sancendo di fatto il divorzio dall’ AIS (Associazione Italiana Sommelier) e la nascita di un nuovo soggetto protagonista nel panorama della sommellierie del nostro paese. Un divorzio destinato a creare non poche perplessità e polemiche e che, a più di un anno di distanza, continua a suscitare curiosità circa l’operato della nuova Fondazione in un settore dalle grandi potenzialità come quello degli amanti del vino nel Bel Paese. Quest’anno Ricci, titolare di Bidenda, ha presentato una nuova guida digitale composta da 4 mila pagine ricche di storie sui tesori enogastronomici d’Italia, realizzando così un piccolo passo in avanti in quello che è il suo progetto di diffondere una conoscenza del vino più approfondita e consapevole.

– Franco Ricci, lei ha deciso di staccarsi dall’AIS per creare la Fondazione Italiana Sommelier. Da cosa nasce questa necessità?

“La Fondazione rappresenta l’evoluzione dell’AIS a cui mi sono dedicato per ben 30 anni. Questa iniziativa nasce dalla necessità di dar vita ad un’associazione di sommelier più consona alla realtà culturale dei nostri giorni, non più chiusa e ristretta ai soli ristoratori ed enotecari ma aperta a tutti. Il racconto dell’Associazione Sommelier non bastava, bisognava evolversi in una fondazione per poter dialogare più da vicino con le istituzioni. Sto avendo molte soddisfazioni, ma per cercare di cambiare veramente questo paese non basta solo la qualità del prodotto, bisogna anche diffondere la cultura del vino”.

– Come si può instaurare nel nostro paese una vera cultura del vino?

“Cercando di insegnare agli italiani cos’è il vino. In 30 anni di AIS abbiamo istruito circa 8 mila allievi all’anno, numero esiguo per una realtà come la nostra, quindi è importante coinvolgere anche le istituzioni perché da soli non possiamo reggere questo peso. E’ doveroso sottolineare però che in questo caso le responsabilità non sono della politica, perché i politici non potevano  capire l’urgenza di divulgare la conoscenza del vino visto che neanche l’Associazione Sommelier ha dimostrato di capirlo. L’Associazione manteneva la sua fettina e il suo orticello con ristoratori ed enotecari, quindi non poteva conoscere l’importanza di cercare di instaurare una giusta cultura del vino soprattutto perché si  pensava fosse una questione di mercantile, di guadagno. Lo stesso discorso può essere fatto per i produttori, ma mentre ognuno pensa al proprio profitto il paese diventa sempre più povero”.

– Quali soluzioni auspica per una maggiore conoscenza della materia?

 “Un ruolo attivo potrebbe essere svolto ad esempio dalla scuola, sarebbe importante infatti iniziare ad insegnare il vino alle nuova generazioni come avviene già in Francia, un paese in cui quella del vino è veramente un’arte. Il 97% degli italiani non conosce la maggior parte dei più importanti produttori e questo non è accettabile in un paese come il nostro”.

– Cosa è stato fatto fino ad oggi dalle istituzioni per sostenere una realtà fondamentale per la nostra economia come quella del vino e dell’olio?

“Abbiamo un ministero dell’Agricoltura che non fa un lavoro sufficiente, forse per parlare di vino dovrei rivolgermi al “Signor Franceschini”, Ministro dei beni e delle attività culturali, o probabilmente dovrei parlare con il Ministro della salute Lorenzin, la quale dice che il vino fa male, mentre noi diciamo che fa bene. Bisogna in qualche modo aggiustare il tiro e stabilire le giuste regole”

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