Chiara D’Amore

CATANIA – Sin dall’antichità la Sicilia è stata terra di vigneti, di vini prelibati, di simposi e di banchetti. Una terra calda, che scotta, e regala dei prodotti dai sapori forti e inconfondibili che da soli potrebbero rappresentare una vera risorsa per tutto il territorio. Ma il problema è sempre lo stesso, abbiamo i numeri ma per qualche strano scherzo del destino non sono mai quelli vincenti e quindi anche quello del vino rimane un mercato ricco di potenzialità inespresse, di conquiste non del tutto raggiunte. Da qui l’invito di Paolo Di Caro, presidente della Fondazione Italiana Sommelier Sicilia orientale, a instaurare una maggiore collaborazione con le istituzioni per creare un tessuto in grado di far diventare il vino uno dei fattori di traino per l’economia isolana attraverso la qualità del prodotto e una comunicazione chiara e mirata.

  • Paolo Di Caro, quali sono gli obiettivi della FIS?

“La nostra missione nel mondo dell’enogastronomia è chiara, far capire che non basta conoscere il vino, bisogna anche saperlo comunicare. La comunicazione è per noi fondamentale e creare una generazione di profondi conoscitori del vino può diventare un grande strumento di promozione del territorio”.

  • Quale può essere il ruolo di una città come Catania in questo contesto?

“Catania è una città sotto questo aspetto strategica, perché è una realtà nella quale vi sono i servizi ed è “protetta”, come dico sempre, dall’Etna che per noi è un elemento di ricchezza e non un pericolo. E questa ricchezza secondo noi va valorizzata e trasformata in una risorsa dal punto di vista del marketing territoriale. La Sicilia si autopromuove grazie al vino, all’olio, all’agricoltura, alla qualità e se tutti insieme riusciamo ad investire su questa qualità allora forse possiamo veramente creare una generazione in grado di trovare la propria strada”.

  • Quali sono le lacune del territorio etneo dal punto di vista della comunicazione del vino?

“La lacune sono molte, è inconcepibile ad esempio che ci siano grandi produttori sull’Etna che esportano circa l’80% della loro produzione e quando si sbarca all’aeroporto di Catania non ci sia nulla che informi la gente che questa è la terra del vino e che sull’Etna c’è un produttore per ogni ettaro appena  si supera una determinata altitudine. Ecco, se riuscissimo a comunicare un po’ meglio questo messaggio e a creare una sinergia con le istituzioni forse faremmo un buon servizio non solo al mondo del vino ma alla Sicilia in generale”.

  • A livello di produzione la Sicilia Orientale può avere un ruolo da protagonista?

“ Certo, il livello di produzione e di qualità è altissimo, quello che manca è appunto questa collaborazione con le istituzioni perché possano riuscire a dare qualcosa di più a questo mondo in modo da tale da farlo diventare un vero fattore di sviluppo per tutto il territorio. L’enogastronomia può essere un settore di primaria importanza per la rinascita economica e culturale della nostra terra, i numeri ci sono tutti”.

  • Quest’anno la guida Bidenda curata dalla vostra Fondazione è stata ampliata, da cosa nasce questa scelta?

“La guida quest’anno fa un passaggio fondamentale perché diventa completamente digitale e si rivolge ad un auditorio molto più ampio grazie ad accordi con alcuni partner strategici tra cui Alitalia. Diventa una guida destinata a 3 milioni e mezzo di utenti e questo significa che non si tratta più di un prodotto di élite ma destinato ad una piccola massa. Siamo ancora lontani dai 55 milioni di italiani, ma si tratta comunque di una percentuale estremamente significativa e questa è la direzione verso cui dobbiamo andare, quella di comunicare a 360 gradi quest’universo”.

 

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