Marco Iacona –

 

Enrico Stinchelli, notissimo al pubblico degli appassionati d’opera, direttore artistico del festival “Taormina Opera Stars”. Proprio a Taormina è imminente la messa in scena di Bohème. Alberto Veronesi sul podio, Stinchelli regista. Raggiungo lo storico conduttore della “Barcaccia” durante le prove, in un momento di pausa.

 

 

Enrico parliamo della Bohème del 5 giugno a Taormina…

«Un impegno nato all’improvviso. Direi quasi un’improvvisata del maestro Veronesi che mi ha chiesto la cortesia di fargli questa regia: una cosa di pochi giorni fa. C’è stato un diverbio tra lui e il precedente regista: capita nel teatro che alle volte vive di situazioni paradossali. Lui mi ha chiamato, io gli ho risposto “vengo come direttore artistico e regista del Taormina Opera Stars Festival”, evento di cui mi occupo dal 15 al 20 agosto. Sai, io sono favorevole alla cooperazione. Quello che oggi rovina l’ambiente dell’opera è l’individualismo sfrenato. In momenti di crisi bisognerebbe unirsi non disunirsi o attaccarsi. Ho pensato che fosse un gesto carino e sono venuto incontro al maestro Veronesi».

 

Due parole sul cast?

«I due principali interpreti sono Leonardo Caimi come Rodolfo, bravissimo tenore e Donata D’Annunzio Lombardi stupenda Mimì che peraltro ha lavorato con Zeffirelli ed ha una carriera internazionale. Poi ci saranno i complessi del “Bellini” di Catania. Mi sento tranquillo dal punto di vista dell’impostazione generale. Certo è una situazione d’emergenza e bisogna fare di necessità virtù. Abbiamo lavorato tutta una notte insieme alla meravigliosa “Bottega fantastica” creando un nuovo allestimento. C’è una parte spettacolare ma al tempo stesso non si pregiudica quell’intimismo che è parte fondamentale dell’opera».

 

Che è essenziale…

«Bohème è una di quelle opere che all’aperto ha sempre sofferto, anche all’Arena di Verona mi dicevano sempre: “Bohème è dura qua” è un’opera fondamentalmente da “camera” a parte la scena al caffè Momus. Come sai però ho una grande esperienza dovuta al mio tirocinio col film-opera “la Bohème” di Comencini dove facevo un po’ di tutto. Ero consulente musicale e assistente alla regia. Ho realizzato parti sceniche, ho lavorato al disco con Carreras e la Hendricks. La più grande esperienza possibile per quest’opera».

 

Chi dirigeva?

«James Conlon».

 

L’anno lo ricordi?

«Fine anni Ottanta, bisogna rivedere bene».

 

È stato il tuo battesimo?

«Bé sì, li ho cominciato. Posso dire che quella Bohème sia nata sulla scorta di un lavoro fatto insieme a Comencini. Senza tema di smentita, dato che è stato un impegno di un anno e mezzo con Comencini padre nobile della cinematografia che non era mai stato all’interno di un teatro d’opera e non conosceva una nota di Bohème. Si fidava ciecamente, sapeva che conoscevo benissimo l’opera. È nata una co-regia di fatto. Ma prima avevamo lavorato anche nel Don Carlos a Parigi».

 

Che ambiente hai trovato al teatro antico di Taormina?

«Esistono i miracoli alla siciliana no? Ci sono grandi lavoratori che fanno in un giorno quello che altri fanno in un mese. I siciliani non si scompongono davanti a niente. Credo sia un popolo, quello siciliano, fatto di roccia».

 

Quante serate ci saranno?

«Il 5 e il 6. Poi lo spettacolo riprenderà a settembre. Ci saranno altre due Bohème col maestro Veronesi, con i professori del “Bellini” e con chi ha lavorato a queste produzioni».

 

Cos’hai da dire in merito alla rivalità con Enrico Castiglione?

«Nell’Agnese di Hohenstaufen di Spontini ci sono tre “Enrichi”, quindi ne manca ancora uno… Scherzi a parte non mi considero rivale di Castiglione, ho altri modelli: devo al grande Leo Nucci la mia prima vera regia. Con lui ho esordito al Comunale di Bologna: lì ho firmato il mio primo lavoro. Questi sono i livelli a cui sono abituato… Dall’altra parte c’è una persona che ha un modo di lavorare discutibile e molto discusso. Non è il mio modo, non è il mio mondo soprattutto. Ma in fin dei conti che ognuno abbia il proprio spazio e faccia vedere quanto vale».

 

Te lo devo chiedere: “la Barcaccia”, la trasmissione che conduci su Radiotre con Michele Suozzo, come va?

«A gonfie vele! Stiamo arrivando al traguardo delle seimila trasmissioni, che è un record. Abbiamo iniziato nell’ottobre 1988».

 

Tra poco saranno trent’anni…

«Sì e con tutti i più grandi personaggi. Un percorso splendido che si rinnova di giorno in giorno con nuove leve. Abbiamo adesso una rubrica: “super ospite”; tiriamo dentro interviste storiche con personaggi che non esistono più e che hanno fatto la storia del canto. È bellissimo riascoltarli: Franco Corelli, Italo Tajo, Victoria de Los Angeles, Fedora Barbieri, Piero Cappuccilli. Questi sono i pilastri».

 

Sono abituato ad ascoltare le tue critiche a Muti. Adesso come va?

«Adesso è diventato una specie di padre nobile. Si è calmato. Quella della Scala è stata una lezione dura. C’era un forte personalismo, caratterialmente si sentiva il re della foresta, ma dai grandi si impara che nella musica la chiave è l’umiltà. Credo che la storia scaligera gliel’abbia insegnato. È molto più umile anche se a volte non ci risparmia quei pistolotti dopo i concerti. Lui ama parlare al pubblico: penso che sia un ottimo futuro senatore a vita…».

 

Senti, oggi il più grande personaggio del mondo dell’opera è Domingo?

«Sì, per forza! L’alieno, il marziano. Domingo viene dal pianeta della musica. È un fenomeno. Certo per me rimane un tenore che finge di cantare da baritono. Un tenore che ha paura degli acuti, stupidamente, perché secondo me ce li ha: è un fatto psicologico dopo tanti anni di carriera. Domingo è l’opera, è la musica: è unico. Riesce ad essere ovunque anche quando lo vedi davanti a te».

 

E una donna, invece?

«C’è stata. La Callas, anche se fu di breve parabola. Ma oggi non c’è una Domingo-donna. Le donne sono tutte bravissime, ad alto livello, ma non arrivano a quel tipo di onnicomprensività o di carisma. La Netrebko se la vedi è bravissima, ha una bellissima voce, un fascino notevole ma il suo carisma si limita ad alcuni personaggi. Non ha il peso di una Callas…».

 

E neanche Natalie Dessay…

«Nooo! Poveraccia. Si è immolata per il canto. Si è giocata tutte le carte in modo generosissimo, ma con quella fragilità alle corde vocali…».

 

Ha smesso?

«Sì. Era fragile, minuta. Se te la trovi davanti capisci perché si è dovuta ritirare anzitempo. Un po’ come la Devia. Si tratta di figure gracili, magari fortissime di carattere e grandissime artiste. Il fisico però è necessario …».


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