Di Fausto Pignataro

 

“Vuoi più bene a mamma o a papà?” ci alitavano le amiche di nonna da piccoli, facendoci dondolare sul naso due Rossana Sperlari, come non troppo invitante mercede. Noi, in quel crudele gioco della torre, rispondevamo fessi “A Gesù”, per chiudere le labbra impastate di mentolo di quella infida e naftalinica Sfinge.

La vita, indifferente alle nostre necessità e alle nostre ambizioni, spesso si fa matrigna, riproponendo la matrice di quella domanda impossibile, da concorso abilitante per l’insegnamento, chiedendoci di farci attanti e non solo testimoni, imponendoci delle scelte che non prevedono risposte catecumenali. Così facendo (la vita, sempre quella) ci ricorda la nostra quotidiana miseria, di individui-grumo di un corpo unto, che mai si farà Uno, se non dopo purgatori ormai messi in forse anche dai vertici ecclesiastici. Noi, lontani dall’ubiquità del Divino, non possiamo che allargar le braccia e dire: “Va bene, seguirò la conferenza di Ivo Milazzo, alle tre alla sala Polifemo, perdendomi così quella, contemporanea, di Giancarlo Berardi, in sala Galatea. Recupererò poi sabato, quando lo sceneggiatore terrà un altro incontro”.

Per un lettore di Ken Parker – seppure, e solo per ragioni anagrafiche, non della prima ora – la scelta non può che essere “dolorosa” e “sofferta” e accompagnata da un leggero dolore intercostale, o poco più giù, dove l’aquila di Prometeo era solita pasteggiare.

Poi un amico, ipostasi di un Disegno Altro, ci rincantuccia in una Scelta Altra e noi, volubili come quei cinquantenni che si vestono da Tex, ci lasciamo rabbonire. “Andiamo da Berardi. È un narratore, sa tenere la platea”.

Il primo incontro con Berardi, in compagnia del disegnatore Francesco Ripoli, acquisizione relativamente recente della Sergio Bonelli Editore, è solo un preludio che ci convincerà a riprendere il discorso lasciato in sospeso nel successivo incontro di sabato.

La prima domanda dal pubblico è quella che viene posta quasi incessantemente da più di un anno allo sceneggiatore genovese.

– Perché? – Perché lasciar morire Ken così, in maniera quasi insignificante, lasciando pendere quei fili interrotti di trama senza nemmeno tentare di riallacciarli?

“Perché scrivo della vita e di persone, non di supereroi. Quello che rimane in sospeso deve rimanere in sospeso. Quante cose sono rimaste in sospeso nella mia vita? Tantissime. Fa parte della vita e ho imparato ad accettarlo. Ken era diventato più persona che personaggio, ed era giusto quindi dargli una fine da persona. Le ragioni editoriali, invece, sono note. Un editore [Mondadori Comics, n.d.r.] ha proposto a me e a Ivo la ristampa integrale della saga di Ken Parker, a patto di aggiungere un ultimo capitolo che potesse chiudere la saga. Portarla avanti era fuori discussione, ormai Ivo ha cominciato a dedicarsi ad opere autoconclusive lontane dai ritmi del fumetto popolare ed io mi occupo totalmente di Julia.”

E a proposito di Julia (Il relatore ha presentato Berardi come “il padre e anche un po’ la madre di Julia” a cui lo sceneggiatore ha aggiunto “E la cugina, la sorella…”) qualcuno dal pubblico gli chiede come sia stato capace di descrivere così bene un personaggio femminile. La capacità del maestro genovese spicca ancor di più in un cosmo, quello del fumetto popolare, popolato principalmente da personaggi fintamente femminili, quasi uomini con corpo di donna, osserva sempre quel qualcuno.

“Semplicemente entrando in maniera mimetica in un personaggio. Sono di una generazione di uomini abituata ad amputare tutto ciò che c’è di femminile, ma sono cresciuto in un gineceo di zie, cugine, mamme. Passavo le giornate nascosto sotto al tavolo ad ascoltare i loro discorsi, i discorsi ‘da donne’. Non capivo tutto ciò che dicevano, ma intuivo che c’era qualcosa di interessante. C’era sempre qualcuna che dopo essersi espressa in maniera forse troppo colorita chiedeva ‘Ma il bambino è qui?’”

L’autore entra più nello specifico per quanto riguarda il passaggio da un personaggio all’altro.

“Ken vendeva tredicimila copie, che per gli standard Bonelli erano troppo pochi. Quando incrociavo Sergio Bonelli nei corridoi, mi dava una pacca sulla spalla e mi diceva ‘Questo mese abbiamo perso due milioni, eh!’, e per un professionista non può andar bene che il suo editore perda due milioni al mese. Da diversi mesi mi chiedeva di proporgli nuovi personaggi e decisi di accontentarlo presentandogli Julia. Ricordo che gli parlai del progetto per un’ora, lui annuì tutto il tempo e quando finii mi disse: ‘Non ci ho capito nulla, ma di te mi fido”.

“Decisi di cambiare tutto, dall’ambientazione al ritmo, ma soprattutto, dopo tanti anni passati a scrivere di un testimone della storia quale era Ken, ho deciso di mettere al centro una protagonista, un personaggio che fosse al centro dell’azione. Una protagonista femminile, con tutta la sensibilità di una donna, la capacità di ascoltare di una donna. Niente pugni, niente spari, niente raggi cosmici. Solo la capacità di ascoltare per capire, non per giudicare.”

“Il mio campo d’indagine è l’animo umano. Il western, in Ken, era solo una metafora: mi ispiravo all’attualità italiana e a ciò che vedevo. Non avrei mai voluto scrivere un western in senso proprio. Per il western c’era già Tex.

“John Ford diceva, tra la storia e la leggenda, noi raccontiamo la leggenda. A raccontar la storia ci si deprime, in effetti. Leggendo, studiando un po’, veniamo a sapere che nell’ottocento al posto delle pistole avevano della ferraglia imprecisissima, che spesso ti esplodeva in mano. O le fondine, ad esempio, sono un’invenzione cinematografica. I pistoleri se le infilavano nelle mutande, col rischio, al momento di estrarre, di incidenti che possiamo bene immaginare.”

Qualche parole viene spesa per il suo stile così personale, molto legato ad una griglia regolare, che l’autore attribuisce al suo intendere il fumetto “cinema fatto in casa”.

“Il fumetto è stato un punto d’arrivo, la mia formazione è stata prettamente cinematografica. Mio zio era proiezionista e mi ha permesso da piccolissimo di avere un’educazione cinematografica sconfinata. Gratis. Che, per un genovese non è secondario” scherza lo sceneggiatore.

E per quanto riguarda il rapporto con i disegnatori: “Io ho sempre scritto su misura, come i sarti. Ogni disegnatore ha una sua personalità: una storia scritta per Milazzo non sarebbe andata bene ad un Trevisan. Milazzo ha uno stile molto espressivo, capace di far recitare bene i suoi personaggi, di farli recitare col corpo. È stato un aspetto fondamentale per me, mi piace che i personaggi si esprimano anche attraverso il non detto. Sin dall’inizio, sin dai primi episodi di Ken, ho volontariamente evitato il didascalismo, sapete, quelle scene con l’indiano che dietro il cespuglio tende l’arco verso il cowboy, lo colpisce, e quello accasciandosi al suolo dice: ‘Ah! Mi ha colpito alla spalla…! Ma ce la farò!’. Ecco, a me piace che non si sappia se il cowboy si rialzerà e se si vendicherà e perché l’indiano l’ha colpito.”

‘Il respiro e il sogno’ porta all’estremo questo stile, omettendo dialoghi e didascalie.

“Non ho mai sopportato quei personaggi che parlano con il cavallo, Ken è una persona normale che, se non ha interlocutori, tace.”

“Ho sempre evitato, per la stessa ragione, anche di scrivere ciò che pensa il personaggio, quei balloon dei pensieri un po’ ridicoli. Voglio una narrazione oggettiva.”

C’è tempo per qualche altra domanda. Berardi, incalzato dal pubblico, spende qualche parola per ‘Oklahoma’, ad oggi l’unica storia scritta per Tex.

“Fu una proposta di Sergio Bonelli, che mi affiancò ai disegni Guglielmo Letteri, quasi a controbilanciare con la classicità del suo segno il mio stile poco texiano. Presi l’impegno con serietà: non si cambia un personaggio che funziona, sarebbe presuntuoso. Mi rilessi circa centocinquanta episodi e cercai in tutti i modi di evitare uno stile ‘berardiano‘. Sergio invece appena la lesse mi fece notare quanto fosse distante dalle narrazioni del ranger, tanto da dover inaugurare un’altra collana [Maxi Tex, n.d.r]”.

Berardi si congeda, o meglio ci congeda, è come se avesse schioccato le dita, interrompendo l’ipnosi. Ci accalchiamo attorno al tavolo per autografi e foto.

Oggi alla domanda “preferisci mammà o papà”, ho risposto: “la mamma, il papà, la sorella, la cugina”.

Oggi è la giornata di chiusura di Etna Comics. Tra i tanti appuntamenti immancabili di questa edizione segnaliamo alle 12.30 in Sala Polifemo l’incontro con il popolarissimo fumettista Zerocalcare.

 

 

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