Marco Iacona.
Non è soltanto lavoro. Ma quatto righe con una dedica speciale. A Fabrizio, medico coraggioso in Sierra Leone, perché guarisca. Magari quando vuole lui, perché in fondo ha fatto sempre di testa sua.
Io e Fabrizio amici di vecchia data e con noi, Corrado, Roberto e Giancarlo. Così diversi da sembrare marziani. In una Catania degli anni Ottanta piena di speranze, poi in parte deluse. Oggi due medici, un cardiologo e un infettivologo, un giornalista, due impiegati (o forse uno solo), e poi: passioni, obiettivi e gusti diversi. Woody Allen potrebbe benissimo – come fece in “Hannah e le sue sorelle” – mettere insieme destini e ragioni dissimili. Lui è un genio e come tutti i geni copia dalla realtà meglio di chiunque altro. Tutti anarchici come in fondo lo sono i meridionali? No, non direi, o forse sì, Corrado, soprattutto (mi tolgo dalla mischia), il resto buoni borghesi, bravi ragazzi avrebbe detto il mio professore marxista, con l’amore per la politica come – ultima generazione – potevano averla i ragazzi anni ’80. Politica uguale morale con accenti e aggettivi di troppo.
C’è un non so cosa di italiano – se lo dico, vuol dire che siamo alla frutta – nei nostri destini sfilacciati. Non scrivo biografie: quando tra mezzo secolo si scriverà della mia generazione, si dirà che le abbiamo tentate tutte. Siamo emigrati, e siamo ritornati, ci siamo sposati e abbiamo divorziato, abbiamo lavorato e abbiamo fatto la fame. Abbiamo lottato ma siamo andati incontro a delusioni. Ci siamo amati e ci siamo odiati. Con Fabrizio condividiamo l’amore per il cinema, la musica, la politica (forse), e naturalmente non dico nulla. Ci somigliamo tutti in apparenza (ma solo in apparenza), come comparse in un peplum. In fondo siamo tutti un po’ anonimi – generazione x ci chiamano. Molti di noi hanno lottato per uscire dalla noia, quello era il vero lavoro, chi con lo sport, chi grazie a Ippocrate, chi scrivendo e riscrivendo sempre le stesse cose: l’ho imparato da Vivaldi mica dai maestri di penna.
Corrado e il suo amore per lo sport (e per la cucina), Roberto un uomo serio e affidabile, Giancarlo un po’ aristocratico un po’ borghese, medico coscienzioso, e poi Fabrizio che ama affrontare la vita come uno scalatore affronterebbe una montagna. Siamo sulla soglia dei cinquanta, se ci volgiamo indietro rivediamo noi stessi e le nostre mussolinate “babbe”. Forse dovremmo prendere coraggio e dire che l’autobiografia della nazione siamo noi. Dobbiamo solo avere la forza di dircelo negli occhi. Se questo paese è uscito dal tunnel del terrorismo, se questo paese sa cosa vuol dire opporsi alla miseria, lo deve a cinquantenni. Se questo paese ha capito che musica non è solo spartito, sa cos’è lo sport e sa cosa significa lasciarsi alle spalle odi e contrapposizioni, lo deve soprattutto a noi che vestivano la tuta Fiorucci e mettevamo il giubbotto di pelle con i jeans Levi’s (e leggevamo Drieu La Rochelle). Ci temevano, perché soprattutto negli Ottanta si aveva paura dei giovani; ma noi prima generazione del dopoguerra ambiavamo ad abitarlo questo paese, non a rivoltarlo. La ritirata nella foresta l’abbiamo letta e vissuta nello stesso momento. E di pagine nobili ma ancora oscure ne abbiamo scritte a iosa.
Così come trent’anni fa Fabrizio sta con noi. Il suo coraggio è un po’ anche il nostro, il suo stare dentro e fuori è la nostra difficoltà dinanzi a un mondo che andava e va decodificato in fretta e furia. Lo volevo dire agli amici, a quelli che alla soglia dei cinquanta si voltano indietro con ansia. E a chi sa che la vera vita non è quella del ventenne; senza scadere in facili e martoniani leopardismi.
Penso avrai già capito, Fabrizio, la tua lotta, ben prima di questa spiacevole avventura, è nobile fin dall’aurora. Cosa sono due pagine di libro al confronto del cielo stellato? Dedico a te e agli altri questi brevi versi di William Carlos Williams poeta e medico: “It’s the anarchy of poverty delights me…”. Forse rappresentano bene la generazione che ha prediletto le sfide. La nostra, la tua Fabrizio.

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