Facebook compie gli anni e regala ai propri fruitori la possibilità di creare in automatico un video d’effetto che celebri l’amicizia raccogliendo foto e momenti “indimenticabili” con l’iniziativa #friendsday.

In tantissimi ieri hanno ricordato amici e momenti condivisi in rete grazie ad un algoritmo, ma la più grande invenzione del social per eccellenza è stata quella di ridurre le distanze tra le persone, rendendo superflua la centenaria chiamata perché un post vale più di 100 minuti al telefono, un like più di un abbraccio ed una foto insieme più di anni passati accanto nel bene e nel male.

Quello che è indubbio é che New York ci sembra più vicina da quando vediamo le foto di Times Square come sfondo delle vacanze di amici e parenti, e chi vive in nord Africa può, per la prima volta, PARLARE.

Possiamo anche scrive a Gianni Morandi ed attendere intrepidi una sua risposta, cosa inimmaginabile prima anche se avessimo chiesto alla “mamma di andare a prendere il latte”.

Tra le innovazioni più importanti rese celebri dal social come non citare il selfie. Vera e propria moda Made in USA, la foto fatta da se é diventata virale grazie alla sua ampissima diffusione sul network del buon Mark che ha in da subito sfruttato la possibilità d’inserire immagini, di condividerle con amici e curiosi e di “taggare” i presenti così da rendere tutti partecipi e social.

mark_facebook

In quanti, dopo la diffidenza iniziale, hanno creato il proprio account ed iniziato a postare le loro foto fregandosene di privacy ed immagini venute male, che sarebbero state scattate e lasciate in celluloide all’epoca del rullino da 36.

Anche la lingua italiana, e non solo, ha subito l’introduzione di termini mai immaginati: “taggare, postare, linkare, like”. Anche il termine “amico” ha intrapreso una nuova accezione: lo sei solo dopo accettazione della richiesta d’amicizia, altrimenti, pur conoscendo magari l’altro da anni, sei solo uno dei tanti tizi online.

Ricordo che anni or sono, prima di aprire un account su Facebook per lavoro, subì forti rimproveri da un amico che mi ammonì per non essermi presentato alla sua festa di laurea anche se lui “lo aveva scritto su Facebook!”. In molti, pur di controllare ed aggiornare il proprio “status”, metterebbero uno schermo sul parabrezza dell’auto da poter usare anche mentre si è a 180 km/h.

Madri 2.0

Facebook è anche tra i social che hanno favorito la diffusione delle idee alla base della “Primavera araba”, fallimento generazionale che ha permesso l’espressione libera del pensiero giovanile nord africano a cui purtroppo è conseguito caos e nuove piaghe sociali tra cui le emigrazioni verso l’Europa.

Proprio il suo modo d’inneggiare alle indipendenze personali che diventano corali, come le campagne pro LGTB o quelle contro ideologie belliche, ottime all’inizio ma inconcludenti all’atto pratico, rende i social ancora immaturi a sostituire la vera informazione. 

Cosa che purtroppo, con iniziative come “Facebook Instant Article”, sembra non solo prendere piede, ma trovare anche nel nostro paese testate blasonate che per non perdere il treno preferiscono abbandonare la propria pluridecennale immagine e seguire il filone, entrando all’interno delle grazie del miliardario sito. 

Questa la paura più grande dell’era social: avere notizie che diventano vere solo dopo essere passate da essi, come se ciò che non vi circola, non esistesse!

Se il mondo fosse migliore prima o se l’avvento dei social abbia portato dei reali miglioramenti saranno i posteri a deciderlo, per il momento abbiamo un nuovo “stramiliardario”, quel buon Mark Zuckerberg che va a cena con Obama e signora e decide le sorti di Wall Street, e se non mi sbrigo a postare sui social questo articolo non raggiungerò mai i miei follower.

Davide Di Bernardo.

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