di Katya Maugeri

Quattro anni trascorsi in trincea, in un inferno di orrori, tra terra tutta buchi e distruzione, brandelli di divise, lampi d’artiglieria e missili che squarciano il cielo , poi in un giorno del 1918 ecco, improvvisa, la pace.
La via del ritorno, romanzo dell’autore tedesco Erich Maria Remarque venne pubblicato a puntate sul quotidiano tedesco Vossische Zeitung tra il dicembre del 1930 e il gennaio del 193. L’autore narra l’esperienza vissuta da un giovane reduce dalle trincee della prima guerra mondiale, il rientro in Germania e il tentativo di reinserirsi nella vita quotidiana. Il libro si colloca cronologicamente come seguito di Niente di nuovo sul fronte occidentale e prima del romanzo Tre camerati. Remarque ha uno stile essenziale, toccante, emozionante, una scrittura che resta ancora contemporanea  e conduce il lettore nel suo mondo  tenendolo avvinghiato durante la lettura. Sublime la sua capacità di descrivere la difficoltà, per i ragazzi mandati a combattere una guerra inutile, di ritornare ad una vita normale, una routine fatta di cose ormai dimenticate,  cercando una giovinezza che dopo il dramma bellico è ormai perduta per sempre. La guerra, anche se finita, rimane dentro loro mentre la pace resta fuori. Non c’è più fango, non si spara più, ma rimangono fame e miseria, le trincee lasciano spazio al disorientamento, all’incapacità di tornare quelli di prima, perché quella generazione “distrutta” – la definisce così l’autore – ha lasciato cicatrici profonde, che bruciano a tal punto da sentirle ancora lacerare corpo e anima. La guerra non finisce con il trattato di pace, persiste, si ostina a rivelarsi nei restanti giorni.

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«Le strade attraversano lunghe il paese, i villaggi si stendono nella luce grigia, gli alberi stormiscono e le foglie cadono, cadono. Per le strade vanno passo passo le loro divise stinte e sudice, le grige colonne. I visi setolosi sotto gli elmetti d’acciaio sono sottili e scavati dalla fame, dalla miseria, stenti e ridotti ai lineamenti che segnano l’orrore, il valore e la morte. Se ne vanno silenziosi, come hanno marciato già per tante strade, come sono stati accoccolati in tante trincee e in tante buche, senza molte parole: così se ne vanno anche adesso per questa strada verso la patria e verso la pace. Senza tante parole. Vecchi con la barba e compagni smilzi non ancora ventenni, senza distinzioni. E dietro a loro l’esercito dei morti. Così se ne vanno, passo passo, malati, mezzo morti di fame, senza munizioni, sfuggiti al regno della morte, ritornano alla vita. La compagnia procede lentamente, perché siamo stanchi e abbiamo ancora dei feriti con noi. Le nostre divise sono stinte del sudiciume degli anni, dalla pioggia delle Argonne, i mantelli sbrindellati dalle schegge, rigidi di argilla e qualche volta di sangue. Non abbiamo più neanche bende di garza. Dai villaggi la gente ci segue con gli occhi fissi. Strano essere a casa! Continuano a parlare, ma io non riesco a frenare i miei pensieri, che divagano continuamente. Mi alzo e guardo la finestra. Un paio di mutande pendono dalla cordicella. Sventolano pigre e grigie nel crepuscolo. L’incerto chiaroscuro del bucato oscilla, ed ecco sorgere ad un tratto, in lontananza, un’immagine diversa; biancheria che sventola, un’armonica solitaria nella sera, un’avanzata in penombra, e tanti negri morti, avvolti in mantelli azzurri e stinti, con labbra screpolate e gli occhi sanguigni: il gas. Il quadro è per un attimo tutto limpido, poi ondeggia e scompare, riappaiono le mutande, rivedo il bucato e dietro a me sento di nuovo la stanza, coi genitori, il tepore e la tranquilla sicurezza. “È passato”, penso con sollievo, e mi volto rapidamente».

K.M.

A proposito dell'autore

Determinata. Umorale. Contraddittoria. Parlare di me? Servirebbe un’altra me per farlo. Riesco ad analizzare, esaminare varie tematiche senza alcun timore, ma alla richiesta autoreferenziale, ecco la Maugeri impreparata! Caos. Ed è proprio in questo caos che trovo ciò che mi identifica, trovo stimolante tutto ciò che gli altri, per superficialità, ritengono marginale, amo trovare e curarne i dettagli. Credo che trattenere i pensieri e sentirli dibattere nella mia mente sia l’essenza della mia “devozione”. Amo scrivere, serve scriverlo?

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