Il sottosegretario all’istruzione, dal palco della Festa dell’Unità di Palermo, attacca duramente Crocetta, criticando l’antimafia di facciata di cui, secondo Faraone, il governatore siciliano ne è un emblema

Certa antimafia ha fatto male a questo paese, ed è arrivata a un punto di non ritorno, questa parola, tanto di moda dalla Sicilia in su, s’è inflazionata a causa degli scandali che hanno coinvolto i personaggi che si fregiavano di questo sostantivo, per fare carriera, giovare di privilegi e percorrere corsie preferenziali. È l’antimafia senza divisa: quella delle associazioni costituite ad hoc che sfruttano il marchio dei nomi degli uomini che hanno dato la vita per combatterla veramente la mafia (Falcone, Borsellino, Dalla Chiesa). E ancora l’antimafia delle istituzioni: di alcuni politici che si appuntano questa etichetta come una medaglia per attirare voti e scalare la vetta. O quella che fa  più male: di alcuni giudici che la usano per lucrarci su.

E su questa antimafia di facciata che spara a zero Davide Faraone, sottosegretario all’istruzione del governo nazionale, ed esponente renziano di punta nella nostra isola.

Dal palco della Festa dell’Unità di Palermo parla senza peli sulla lingua riferendosi principalmente al suo compagno di partito, Rosario Crocetta, che l’antimafia l’avrebbe strumentalizzata a scopi non consoni. Così facendo se ne sono persi i confini e l’antimafia è degenerata in qualcosa che ha perso la sua originaria essenza e non si sa più che cos’è.

“I temi dell’antimafia e della legalità – asserisce Faraone – sono dei manganelli utilizzati costantemente da certa politica, da certe organizzazioni, in modo distorto. L’antimafia dovrebbe invece riguardare tutti e non dovrebbe appartenere a una corrente di partito o a un partito, ma dovrebbe essere la base di partenza. È stata utilizzata come divisione della battaglia politica”.

“Il centrosinistra la parola antimafia l’ha bruciata sul serio, in Sicilia e nel paese. Ha reso quella parola un’arma spuntata. Anzi, chi la usa oggi è quasi visto con sospetto, eppure noi siamo stati protagonisti del percorso di legislazione con Pio La Torre e abbiamo introdotto elementi di grande innovazione, facendo diventare una ricchezza la lotta alla mafia e siamo diventati gli stessi che invece abbiamo logorato costantemente quegli strumenti, ed io credo che oggi chi guida la regione in Sicilia ha avuto una responsabilità in questa direzione”.

E chiamato a esprimersi anche su Confindustria Sicilia e in particolare su Antonello Montante, delegato nazionale per la legalità di Confindustria, sotto inchiesta per mafia dalle Procure di Caltanissetta e Catania, Faraone ha detto:

“Al di là di quello che si pensa di quest’indagine a me quello che colpisce è che le persone a cui sono rivolte delle domande precise e puntuali non sentono il dovere di rispondere. Se qualcuno mi scrive un editoriale e mi dice che ho costruito un rapporto con questo mafioso, io sento il dovere di convocare una conferenza stampa e chiarire qual è la mia posizione”.

Di certo c’è che ultimamente l’elenco di icone antimafia coinvolte nelle indagini della magistratura si fa sempre più folto, ne citiamo alcuni sperando di non fare torto a nessuno: Roberto Helg, presidente di Confcommercio Palermo e vicepresidente della Gesap, la società che gestisce l’aeroporto “Falcone e Borsellino”, arrestato con l’accusa di estorsione; Antonello Montante, di cui abbiamo detto prima; il giudice Silvana Saguto, presidente della sezione Misure di prevenzione del Tribunale di Palermo, coinvolta nell’indagine sulla gestione dei beni confiscati alla mafia; Monica Paolino, presidente della commissione anticamorra in Campania, indagata recentemente per voto di scambio politico-mafioso.

Che non corra buon sangue tra Faraone e Crocetta è noto, il primo ha sempre attaccato il secondo mettendo in discussione il suo operato da governatore della Sicilia, ed è stato quello che ne ha chiesto più convintamente le dimissioni dopo la pubblicazione della presunta intercettazione tra Crocetta e Tutino, mentre questi sosteneva di “fare fuori Lucia Borsellino”.

Ma se il pensiero di Faraone coincide più o meno con quello del Pd, ci chiediamo perché Crocetta è ancora in sella alla presidenza della regione siciliana? Probabilmente per una questione di sopravvivenza e di attaccamento al potere, giacché se si andasse alle elezioni oggi il M5S vincerebbe largamente. E allora il Pd tira a campare con un governo raffazzonato, con la giostra degli assessori e delle compagini di maggioranza.

Il Pd, quindi, allunga i tempi rinviando il rischio elezioni e rinunciando a una sana eutanasia, ma così facendo corre un altro rischio: l’implosione.

In tutto questo chi paga le conseguenze di 15 anni di malgoverno siciliano, che da Cuffaro passando per Lombardo arriva a Crocetta, sono i siciliani.

Fonte foto: blogtaormina.it

Vincenzo Adalberto

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