Questa favola è dedicata a tutte le vittime innocenti di un falso concetto religioso e di fondamentalismi di varia natura che antepongono l’odio all’amore, alla tolleranza, all’amicizia e alla fraternità che stanno alla base di ogni credo.

 

Il suono delle zampogne, i primi fiocchi di neve, il fumo pungente delle pigne abbrustolite, il profumo dei roccocò, degli strùffoli e dei panettoni, le stelline, i bengala, i banchetti con i pastori, i presepi, le lucine, le palline di vetro colorate e i fili d’argento e oro… Natale è alle porte…

Ma Gesù, quest’anno, vuole stare un po’ da solo. Innanzitutto lontano da coloro che si rivolgono a lui soltanto nel momento del bisogno, e poi… chi s’è visto s’è visto. Vuole stare lontano dai corrotti e dai corruttori, dai disonesti, dagli imbroglioni, da quei “religiosi” che non sono degni di far parte della sua Chiesa. Vuole stare da solo per pregare e meditare su cosa si può fare, ancora una volta, per cercare di salvare un’umanità che giorno dopo giorno si discosta sempre di più dagli insegnamenti divini.

In questi ultimi tempi il Cristo è molto addolorato. Le cattiverie degli uomini d’oggi gli fanno ancora più male di quello che gli fecero gli uomini di duemila e più anni fa quando senza alcuna pietà lo crocifissero. Quest’anno il Natale che viene lo trova più demoralizzato e più arrabbiato di quando cacciò dal Tempio tutti i mercanti che avevano trasformato la Casa di Dio in una piazza di mercato.

E quindi Gesù decide di ritirarsi nella sua piccola capanna che si era portato da Betlemme: lì ha tutti i “souvenirs” presi a Nazareth e a Gerusalemme. E Gesù è contento quando riesce a stare un po’ di tempo in quel piccolo rifugio, dove si è fatto costruire, dal padre-adottivo e falegname San Giuseppe, una sedia e uno scrittoio in vero legno di ulivo, e lì può sedersi e scrivere qualche lettera o leggere un giornale, e dove può trascorrere qualche momento con i ricordini della sua prima venuta sulla terra. E come s’intenerisce quando guarda quel poco di paglia e la mangiatoia dove, appena nato, era stato sistemato dalla mamma Maria e da Giuseppe; quando accarezza il bue e l’asinello che, nonostante l’età, ancora riescono a riscaldargli sufficientemente la “capannella” persino in quelle giornate di gelo che, come diciamo noi a Napoli, spacca le unghie. E come si commuove quando sfiora con gli occhi la corona di spine e i chiodi usati dai soldati romani per crocifiggerlo e fargli, con sublime maestria e disumano accanimento, quattro buchi così nelle mani e nei piedi. E con quanta tenerezza bacia la canna con la spugna ancora fresca inzuppata di aceto e di fiele e la lancia con cui l’amabile centurione gli aveva trafitto il costato per dirgli: «Sbrigati a tirare le cuoia che ce ne dobbiamo tornare tutti a casa, che per noi la giornata è stata davvero pesantuccia!»

E Gesù entra nella sua casetta. Guarda, pensa, medita. Si siede dietro allo scrittoio e scrive una lettera… poi chiama un Angelo-postino e gli dice: «Portala immediatamente a Maometto. E poi torna subito da me perché hai altre lettere da consegnare».

L’Angelo vola via e appena entra nella Moschea e porge la lettera al Profeta musulmano, Maometto gli fa: «Ma tu guarda che combinazione: ti stavo proprio chiamando perché ho una lettera che devi consegnare il più presto possibile a Gesù».

Nel frattempo alla capanna di Gesù si presenta un altro Angelo-postino che gli recapita una lettera che gli ha scritto Buddha. «Oh, perbacco, anch’io ho una lettera pronta per Buddha! Tieni, portagliela prima che puoi, e fammi pure un’altra gentilezza, trovandoti da quelle parti, consegna quest’altra lettera a Confucio». Ma anche Confucio ha scritto una lettera a Gesù. E Gesù ha scritto a Krishna, ad Abramo e a Mosè. E a loro volta questi avevano scritto a Gesù. Insomma, si erano scritti tra di loro tutti, e tutti, la medesima cosa: «Fratelli, chiediamo al più presto udienza a nostro Dio-Padre». E così i Santi Fratelli s’incontrano e si avviano verso la Casa del Padre.

Il Signore Iddio, nell’attesa che si faccia l’ora per mangiare qualcosa, è salito sulla torre più alta a guardare con attenzione le strade che conducono a Lui sempre con la speranza di intravedere qualche figlio caduto nelle tentazioni dei falsi sogni della vita… perduto nel caos degli imbrogli e delle cattiverie… e che una volta capito che è tutta una presa in giro si pente, e da strampalato e monello che era, ritrova il senno… e torna a casa di Papà… e Papà è sempre disponibile a farlo entrare, ad abbracciarlo, perdonarlo e spalancargli tutte le porte del Paradiso. E il Padre Eterno guarda… aspetta… spera… Improvvisamente, da lontano, vede avvicinarsi Gesù e gli altri figli prediletti.

Al mondo intero è noto che Dio conosce e parla tutte le lingue, le vecchie e le nuove… e tutte quelle che ancora non si parlano ma si parleranno in futuro, ma pochi sanno che a tutti gli idiomi Lui preferisce la parlata napoletana ed è quella che usa quando si ritrova in… famiglia! È una verità storica di cui San Pietro è testimone oculare, oltre che essere un entusiasta socio fondatore di una vera scuola di dialetto napoletano costituita assieme a due vecchi professori di concertino che un giorno, non avendo nulla da fare a Napoli, se ne andarono in Cielo e in quattro e quattr’otto fecero diventare la parlata napoletana lingua ufficiale del Paradiso*. E quindi in napoletano, vedendo tutti i suoi “giovanotti” (come Lui li chiama) arrivare, si rivolge a San Pietro e gli dice: «San Pie’, che bella cosa, ’e guagliune mieie stanno tutte quante ccà. Famme ’o piacere, avvisa chelli ssante monache d’’o refettorio ’e allungà ’o brodo e aggiungere sette posti a tavola p’’e giuvinotte mieie ca certamente po’ se vularranno magnà quaccosa. Anze, pe’ Buddha, fa menà nu poco ’e vermicielle ’e cchiù, tu ’o ssaie ca è na bona furchetta, come del resto si vede benissimo!»

Così, mentre San Pietro si reca dalle suore del refettorio, gli Angeli-trombettieri, suonando i loro strumenti a fiato, annunciano l’ingresso di Gesù con l’intera compagnia nel salone del Trono dove il Padre Eterno concede le udienze. Dio Padre li accoglie con l’amore di sempre stringendoseli forte forte al cuore, uno ad uno, con eguale affetto e con eguale gioia, senza fare alcuna distinzione… e tutti se lo abbracciano con eguale amore. Poi li invita a parlare: «Uno alla volta, però, pe’ carità, si no va a ffernì ca nun me facite capì niente! Avanti, chi comincia

I Santi Fratelli si guardano per un attimo l’un l’altro e poi, all’unisono: «Per tutti noi parla Gesù!» E Gesù dice: «Padre, giorno dopo giorno, la vita sulla terra diventa sempre più difficile. Odio, guerre, ingiustizie, crudeltà, corruzione, intolleranza e tante altre tremende espressioni del male si sono impadronite degli uomini. Aiutaci, Padre, noi siamo qui tutti assieme per chiederti aiuto, fa’ che l’intera umanità scacci dal cuore il buio che è diventato il suo “dio” e ritrovi, finalmente, la strada che porta dove tutto è LUCE e AMORE!»

Il Padre Eterno resta solo un attimo soprappensiero, poi si affaccia dal suo grande balcone e parla a tutti gli uomini della terra: «Figli miei, voi tutti di ogni continente e di ogni nazione, razza e colore, fede e religione, generali e soldati, re e poveracci, uomini e donne, vecchi e bambini, io e i miei figli prediletti – che voi, a parole, dite di amare ma poi con le azioni fate esattamente il contrario – vi chiediamo ancora una volta, tutti assieme, di accomodare le cose che non vanno. Cerchiamo ancora una volta di fare il possibile affinché nei vostri cuori possa entrare tutto il nostro amore, e se finalmente riuscirete a comprendere che questa potrebbe anche essere l’ultima occasione di salvezza che avete, e se riuscirete a volervi bene come noi ve ne vogliamo, e a perdonarvi reciprocamente come noi vi abbiamo insegnato, e se una volta per tutte riuscirete a capire che soltanto l’AMORE, il VERO AMORE, è l’unica e sola strada capace di sconfiggere tutti i mali, vi salverete. Ma… se neppure questa volta riuscirete a comprenderlo… peggio per voi! O no?… E così sia!»

 

* Riferimento alla nota canzone napoletana “Duje paravise” di E.A. Mario

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A proposito dell'autore

Raffaele Pisani

Raffaele Pisani nasce ad Afragola il 3 gennaio 1941, è il quarto dei cinque figli di Angelo e Teresa. Trascorre i primi anni nella casa dei nonni materni, Paolo e Amalia Di Bello, che abitavano in via S. Monica 23 a Salvator Rosa. Nel 1947 raggiunge i genitori ad Afragola dove frequenta dalla seconda elementare alla terza media. Nel 1953 la famiglia Pisani si trasferisce definitivamente a Napoli. Raffaele invia le sue prime poesie ad E. A. MARIO. Una di queste, “Palomma ‘e primmavera”, piace particolarmente al grande poeta e compositore che la musica e la inserisce nella “PIEDIGROTTA E.A. MARIO 1960″. L’autore della “Leggenda del Piave”, “Santa Lucia Luntana”, “Tammurriata nera”, “Balocchi e profumi” e mille altre canzoni di successo internazionale, lo prende a benvolere e gli è “Maestro” fino al 24 giugno del 1961, giorno in cui E.A. MARIO, il “signor tutto della canzone napoletana” – così definito dall’esimio studioso Aniello Costagliola nel volume “Napoli che se ne va”- muore.

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