di Rachele Gerace

Dammi tre parole, sole, cuore, amore…”, era questo uno dei tormentoni di Valeria Rossi nel 2001; tre parole gettonatissime in poesie, prose e canzoni di tutti i tempi. E la mamma, dove la mettiamo? Già, perché anche mamma, risulta tra le parole più frequenti nei testi di tanti autori.

Se proviamo a tracciare una cronistoria parziale della canzone italiana, in particolare di quella sanremese a me molto cara, notiamo che la parola “mamma” ricorre spesso, seppur declinata secondo atmosfere contestuali diverse. Il manifesto della mamma al Festival è senza dubbio Tutte le mamme, cantata da Claudio Villa e Giorgio Consolini, che vinse l’edizione 1954 commuovendo la platea con il celeberrimo ritornello: “Son tutte belle le mamme del mondo quando un bambino si stringono al cuor“. Qui la figura materna è descritta in tutta la classica sacralità di colei che dona all’amato il suo “bene profondo”, tant’è che la chiosa del ritornello recita “…e sei la Mamma dei bimbi miei”.
Correva l’anno 1989, quando Toto Cutugno, l’eterno “secondo classificato”, partecipò alla kermesse con il brano Le mamme, stupenda canzone che racconta, attraverso il ricordo del figlio, le premure di una madre il cui dono d’amore supera quello che riceve: “Le mamme sognano, le mamme invecchiano, le mamme si amano ma ti amano di più”. Sulla scia del ricordo nostalgico e struggente di un amore esclusivo, quello filiale impresso nell’immagine di “uno di quei balli antichi che nessuno sa fare più”, nel 1992 Luca Barbarossa conquista il podio con i versi di Portami a ballare. Un testo in cui un figlio chiede alla mamma di raccontare i suoi sogni prima di metterlo al mondo:Parlami di te, di quello che facevi, se era proprio questa la vita che volevi, di come ti vestivi, di come ti pettinavi e se avevo un posto già in fondo ai tuoi pensieri”.

Ma la mamma non viene raccontata solamente secondo gli schemi melodici tradizionali. Nel 2000 la Cantantessa catanese, Carmen Consoli, ci regala il racconto autobiografico di un amore tra madre e figlia conflittuale ma intenso, un ricordo che scaturisce da un album di foto in bianco e nero che Carmen si ritrova a sfogliare, con la nostalgia di non averle mai detto tutto ciò che avrebbe voluto: “Le avrei voluto parlare di me chiederle almeno il perché dei lunghi ed ostili silenzi e di quella arbitraria indolenza…”.

Sarebbero tantissime le canzoni da menzionare, note e meno note, italiane e straniere, però ce ne sono due, che sono legate alla memoria della mia infanzia, a quel periodo di vita che conosco attraverso i racconti della mia mamma. Sembra fossero solo due le melodie, che mamma era solita cantare, a rasserenarmi in culla fino a farmi addormentare: la prima, Lettera a Pinocchio del 1959, interpretata da Johnny Dorelli, parla di una lettera che un bambino decide di scrivere al più caro dei suoi “amici della primavera”, il burattino di Collodi. Vi era poi una canzone, portata al successo da Iva Zanicchi con Piccolo Coro dell’Antoniano “Mariele Ventre”, che s’intitolava Mamma tutto. Un testo dolcissimo, quasi sacro, che identifica nella mamma il “tutto” della quotidianità di un figlio, durante il suo percorso di crescita: “Chi asciugava i pianti miei, mamma buona era lei, due più uno fanno tre, mamma scuola accanto a me… quando c’era il compleanno, mamma festa ogni anno… quella mamma era per me
tutto quel che al mondo c’è
e in un attimo imparai
mamma tutto è lei…”.

Se è vero che le canzoni scandiscono la colonna sonora della nostra vita, fatta di tanti ricordi ma anche di racconti così come le note di un pentagramma, mi piace ripercorrerne un tratto della mia, dicendo grazie a colei che mi ha fatto dono della melodia più bella!

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