PALERMO – La festa della mamma venne celebrata in Italia per la prima volta la vigilia di natale del 1933, sotto il nome di “Giornata nazionale della Madre e del Fanciullo”. In tal modo, l’allora vigente governo fascista volle premiare le madri più prolifiche d’Italia. A metà degli anni Cinquanta poi, la decisione di spostarla a maggio per motivi commerciali e religiosi.

Se si guarda alla figura materna così come i media ce la illustrano, il quadro è più o meno lo stesso: una figura giovane, snella, sempre con il sorriso sulle labbra, che non perderebbe le staffe neppure se sbagliasse candeggio all’unica tovaglia elegante e se ne accorgesse pochi minuti prima dell’arrivo degli ospiti. Una donna iperattiva, con la casa sempre perfettamente pulita, i pavimenti lucidi che nemmeno un negozio di mobili, capelli in ordine, trucco perfetto, e i bambini più educati del mondo che le lasciano spicciare le faccende e anzi l’aiutano pure a pulire e la ringraziano di usare prodotti biologici. Una mamma infine, che riesce perfettamente a conciliare il suo essere lavoratrice moglie e madre senza fare un plissé.

Ora, a parte che sarebbe interessante conoscere lo spacciatore che rifornisce le aziende pubblicitarie, che a quanto può constatare ciascuno di noi ogni giorno, deve condurre una vita di rendita visto che questa brodaglia melensa rimbalza da spot a spot, sarebbe inoltre molto importante sapere come hanno trascorso l’infanzia questi signori pubblicitari, perché delle due l’una: o hanno vissuto nella casa di “Tutti insieme appassionatamente” o in stile Mulino Bianco, nel qual caso non possiamo che invidiarne la fortuna. O in caso contrario, chiamare Don Mazzi per una terapia d’urto, meglio se di gruppo.

Si perché una mamma, una vera mamma, è tutto tranne l’automa perfetto che vediamo nelle pubblicità: essa è prima di tutto una donna, con le sue fragilità, le sue incertezze, i suoi dubbi amletici tipo “avrò salato l’acqua della pasta?” oppure “ma cos’ha questo bambino da piangere così tanto” senza contare la frase più terribile di tutte, che spesso si sente dire dal compagno/marito di turno: “Mia mamma lo fa meglio”. Una donna che non è mai, salvo rare eccezioni, sicura al 100% di quel che fa. Che ha come tutti delle giornate “no” in cui vorrebbe semplicemente stare in vestaglia a strafogarsi di cioccolato e invece deve farsi forza, vestirsi, preparare i bambini e andare al lavoro, quando c’è, e sperare una volta arrivata in ufficio di essere valorizzata per il suo rendimento e non per il suo bel faccino. Una donna infine, che viene ulteriormente minata nelle proprie certezze nel momento in cui vede il modello di donna che la società, attraverso questo bombardamento mediatico, sembra esigere da lei, a cominciare dal proprio aspetto fisico, mai abbastanza scolpito e longilineo.

Quindi oggi, nel festeggiare la propria mamma, sarebbe auspicabile ricordarsi che anche lei è soggetta ad errori, che è un essere umano che può anzi ha il diritto sacrosanto di sbagliare, di non essere perfetta sempre e comunque. Anzi no: dovrebbe essere un pensiero che ci accompagni 365 giorni all’anno altrimenti non è amore ma ipocrisia. E non importa quante cose ci vantiamo di sapere, se la nostra mamma ci chiede di aiutarla col nuovo modello di cellulare o pc non sbuffiamo: quando noi eravamo piccoli infatti, lei non ha mai sbuffato davanti alle nostre difficoltà aiutandoci sempre e comunque con amore. Anche quando le abbiamo rotto il vaso preferito o le abbiamo calpestato i fiori giocando a pallone. Enzo Biagi una volta scrisse: “Le verità che contano, i grandi principi alla fine, restano sempre due o tre. Sono quelli che ti ha insegnato tua madre da bambino”.

Teresa Fabiola Calabria

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