Daniele Lo Porto

CATANIA – Forse nelle aspettative degli organizzatori doveva essere una prova di forza, anche e soprattutto per i potenti locali e sicuramente il ruolo di Enzo Bianco, non solo quello politico, ma anche istituzionale, doveva uscirne rafforzato. Per osservatori più neutrali, invece, Catania è stata una scelta per certi versi obbligata, perché la mappa geografica del Pd si sta restringendo velocemente.

La Festa dell’Unità si è rivelata, invece, fin da subito, un enorme flop, certamente per alcune dinamiche interne e locali, ma anche per la situazione nazionale che avrebbe dovuto consigliare maggiore prudenza, ma il potere logora chi lo sta perdendo, parafrasando il divo Giulio.

Sulle dinamiche locali si è acceso un ampio dibattito sui social, protagonisti componenti di quell’aria culturale che sapeva esprimere un’intellighentia partecipe e attenta, capace di una critica costruttiva e non di rancorosi giudizi. Antonio Di Grado ed Enrico Iachello, ad esempio, per fare nomi e cognomi. Belle teste di sinistra, per essere espliciti, ma colpevolmente laici e, quindi, da tenere lontani come i contestatori post fascisti di Fratelli d’Italia e di Noi con Salvini ai quali non viene concesso il diritto di far sapere alla ministra Boschi quanto siano povere e mal digerite le sue argomentazioni a favore del sì. Il ricco, per numero di eventi, intendiamo, programma della Festa dell’Unità-Pd si è poi rivelato un misero tentativo di mostrarsi i flaccidi muscoli tra i capo cordata delle varie correnti, tra caporali di giornata e figli o figliocci d’arte. L’unità, insomma, è andata a farsi friggere, mentre ha prevalso l’anarchia di marca Pd, un contenitore nel quale è possibile trovare di tutto, dai peones fuoriusciti da altri schieramenti in cerca di un post al sole ai migranti della politica che cambiano rotta continuamente pur di sbarcare in un sicuro porto di sottogoverno o di visibilità istituzionale. Il senso di appartenenza (il fazzoletto rosso al collo, le quaglie arrosto, gli inni gracchianti vomitati da un malconcio megafono) appartiene ad una periodo storico irripetibile per la politica e l’etica italiana. La disaffezione crescente ai partiti è sancita puntualmente ad ogni consultazione elettorale e, nonostante tutto, qualche genio della comunicazione ha pensato di organizzare una festa di partito dove, come dicevamo prima, proprio il Pd non ha la benché minima consistenza di struttura organizzata, coesa e credibile. Se l’evento a Catania doveva essere, tra l’altro, l’avvio per l’autocandidatura di Enzo Bianco verso la presidenza della Regione non poteva esserci boomerang peggiore. Rosario Crocetta, infatti, dal palco della Villa Bellini ha rilanciato la sua disponibilità, o pretesa, verso il secondo mandato, di fatto lanciando segnali ben precisi a tutto l’establishment renziano e del mal sopportato Pd.

L’eccessiva blindatura dell’evento, neanche un vertice del G7 a Kabul avrebbe richiesto tanto rigidità, ha poi allontanato la città di per sé già indifferente, se non addirittura insofferente, ad una vetrina inopportuna. Lo dimostrano i confronti con personaggi anche di alto profilo, ma di appeal vicino allo zero. Forse solo per D’Alema si è vista un po’ di adesione e si vedrà per Renzi dove saranno in tanti a sgomitare sotto il palco in carca di una pacca sulla spalla. Anche il ministro della Migrazione organizzata, Angelino Alfano, si è esibito davanti a poche decine di fedelissimi, forse tutti i simpatizzanti del Ncd, che forse gli hanno fatto capire che è meglio abbandonare l’idea di nuovi progetti politici e rassegnarsi a diventare il sergente di un plotone all’interno di quell’esercito in rotta che è il Pd. Anche i concerti, oltre gli stand, sono stati clamorosamente disertati, conseguenza di una comunicazione maldestra e superficiale che sembra avesse l’unico obiettivo di soddisfare le esigenze dell’ex monopolista locale.

Potremmo dire che se non ci fossero stati i social la Festa (?) sarebbe passata inosservata, ma grazie al Calcio Catania ha avuto il suo quarto d’ora di popolarità, provocando per due volte lo spostamento delle partite della squadra rossazzurra per “motivi di ordine pubblico”. Come si sa i ciociari del Fondi non sono i pericolosissimi ultrà serbi o olandesi. Ma forse non tutti lo sanno. Per finire in bellezza la difesa-accusa del sindaco Enzo Bianco (“la colpa è della Lega, sapeva dell’evento da tempo”) sembra una battuta da cabaret o da commedia tragicomica. Da non replicare.

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