Roma – La seconda giornata del Festival del Cinema ha visto applausi a scena aperta da parte di critica e pubblico per il debutto alla regia di Mainenti con Lo chiamavano Jeeg Robot, destinato a sbancare le sale cinematografiche quando sarà diffuso a partire dalle prossime settimane. Protagonista Claudio Santamaria (nel film il suo personaggio si chiama Enzo), che dopo essere caduto nelle acque del Tevere, a causa di una sostanza radioattiva acquisisce dei super poteri che lo fanno somigliare al cartone animato della scorsa generazione Jeeg Robot d’acciaio, il cui soprannome gli viene attribuito dopo l’incontro con Alessia ( Ilenia Pastorelli) fan sfegatata del supereroe. Ottima l’interpretazione di Luca Marinelli, boss della malavita di Tor Bella Monaca, i cui piani di onnipotenza falliscono quando si troverà a fare i conti con quest’uomo dalla forza sovrumana. “Perché proprio un “Supereroe italiano”? – abbiamo chiesto al regista, Mainenti. “Perché se è vero che, guardandoci indietro, non scorgiamo uno storico fumettistico in cui personaggi mascherati si sfidano a suon di super poteri per decidere il destino del mondo, è altrettanto vero che, a queste storie, non siamo insensibili. Da amante dei generi penso che quello supereroistico rappresenti la sfida più complessa e pericolosa. Fare un buon film per me, significa raccontare con originalità. E quando ti avventuri in un genere che non ti è proprio, il rischio di scadere in un’imitazione è dietro l’angolo . È per questo che non abbiamo voluto raccontare le avventure di un superuomo in calzamaglia. Non avremmo avuto il tempo necessario per aiutare lo spettatore a sospendere l’incredulità. Dovevamo perciò convincerlo a credere dall’inizio. Come? Con le verità che ci appartengono, tangibili in personaggi ricchi di fragilità, che spero riescano a trascinare per mano lo spettatore in un film che, lentamente, si snoda in una favola urbana fatta di superpoteri”.

La giornata di ieri ha visto un altro grande film che ha già sbancato il Festival del Film di Toronto. Room è la storia di una donna segregata in una stanza di 20 mq da 7 anni, con il figlio di cinque che non ha mai visto il mondo circostante se non una minuscola porzione di cielo che filtra dal tetto, unico contatto con la realtà. Sarà proprio il bambino, dopo aver recepito e messo in atto l’unica via di fuga indicatagli dalla madre, che riuscirà salvarla e salvare entrambi, ma il ritorno alla vita vera fuori dalla stanza non sarà facile per nessuno dei due. Interpretazione magistrale del piccolo Jacob Tremblay, che a soli 8 anni è già candidato ad ottenere numerosi riconoscimenti per l’interpretazione del suo ruolo. Bravissimo il regista Lenny Abrahamsson, sia per essere riuscito ad ottenere prestazioni di questo livello da un bambino di questa età, che per aver saputo gestire il non facile compito di girare gran parte del film nella Room. Tantissimi crediti anche per l’attrice americana Brie Larson, la madre del piccolo, che a 25 anni ha saputo interpretare il non facile ruolo di madre protettiva e forte davanti gli occhi del figlio, in grado di privarsene pur di dargli un futuro ma al tempo stesso fragile specie nel momento della liberazione e del ritorno alla vita.

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