Marco Iacona –

“Dal mancato finale”, mostra di Francesco Balsamo, poeta e pittore (lui preferirebbe: disegnatore) dal lungo curriculum, all’interno dello spazio culturale indipendente “Ritmo”, a Catania. In esposizione “dieci disegni a olio e matite colorate su carta, una piccola pittura, un monocromo” con annesso video, fino al 10 febbraio. Balsamo ha esposto già in altre gallerie in Italia, all’esterno prevalentemente a Budapest e poi in Finlandia. L’«area nordica» sposa i suoi interessi in relazione al disegno e alla scrittura. I lavori sono enigmatici, profondi. Densi. Nati da lunga preparazione, da un pensiero che non è circostanza, sugli uomini e sulle cose. Le forme ricavate trattengono, orgogliose, energie suggestionanti.
Incontro Balsamo dopo aver visitato la mostra. Lui – ed è una notizia – non è tra quelli che si affannano a onorare la grande-madre-Sicilia. Dieci punti a suo favore.

Balsamo, come si trova qui? Come vive un arista a Catania?
Ci sono tante specie diverse di artisti, tante personalità artistiche, alcune si relazionerebbero ovunque e con chiunque. Dipende dalla personale visione oltre che dal contesto, e questo è di per sé un contesto difficile. Io comunque per indole anche se vivessi a Berlino vivrei allo stesso modo: sono un artista isolato che ha necessità di appartarsi e di vivere in una specie di isolamento fruttuoso. Per fortuna c’è anche la possibilità di confrontarsi con un contesto più ampio.

E Catania?
Catania è una città asfittica nella quale gli stimoli sono pochi. Una città contraddittoria nella quale devi lottare. Se ti interessa il lavoro artistico, scegli alcune cose e cerchi di fartele bastare. Per me il confronto con la città è il confronto con le poche persone che conosco. Catania in sé è una bolgia maledetta, così cerco di viverla filtrata dall’arte e dalla letteratura. Tuttavia nel particolare, rispetto alla Sicilia, i miei lavori sono anche di sentimento barocco, sono lavori labirintici con accumuli ed eccessi.

Ecco andiamo alle sue opere. In primo luogo, quale tecnica utilizza?
La mia è una tecnica mista. Lavoro con l’olio, nel senso che preparo la carta o il cartone – carta che può avere spessori diversi – e sulla carta lavoro con il colore ad olio. È già una base. L’olio reagisce in un certo modo sulla carta, lascia già delle macchie, delle impronte e su quelle ritorno col disegno. Quest’ultimo consente un massimo di definizione; come un bisturi fotografico ci dà la possibilità di descrivere al dettaglio ogni cosa. Poi riprendo con l’olio. Insomma, il mio è un disegno fatto di strati, di passaggi che si susseguono e si sovrappongono.

Chi sono i suoi maestri?
I miei maestri di riferimento sono Goya e Rembrandt. Ma anche autori più defilati come uno scrittore-disegnatore che si chiama Bruno Schulz. Rispetto ai contemporanei la scena è così mossa, variabile, accidentata, contraddittoria, ambigua che non saprei fare dei nomi, adesso. Per i contemporanei potrei citare il tedesco Kiefer, ed anche Richter. Io mi considero un disegnatore più che un pittore, ho scelto il disegno e questa è la costante di tutto il mio lavoro. Il disegno è sempre stato il mio punto di partenza. Disegno inteso non come lavoro preparatorio ma come cosa che basta a se stessa, e quelli che espongo sono i lavori di un disegnatore. Peraltro, qui è insistita la passione per il segno: come può vedere c’è una trama fitta di segni, mentre in altri lavori precedenti queste caratteristiche erano smorzate.

Quali temi predilige?
Temi letterari, suggestioni nate dalla lettura di alcuni romanzi e di autori in particolare. Spesso ci sono citazioni di testi teatrali. In questa mostra ci molte cose riferite a Čechov o anche a Brecht. Tutta la mostra, se ci fa caso, è una mostra teatrale. I temi sono quelli di chi si interroga sul senso: è enfatico, retorico ma anche essenziale e direi inevitabile. Uno dei temi è il tempo, il fatto cioè che le cose non permangono; un tempo che ci può restituire cose che appartengono al passato. Molte di queste immagini hanno un gusto passatista. Ci sono figure in abiti ottocenteschi e altre con abbigliamento anni Cinquanta. Ecco. Lavorare sul tempo significa mettere in relazione cose distanti tra loro ma che possono coesistere.

A proposito dell'autore

Giornalista e saggista

Marco Iacona, giornalista e saggista. Siciliano non per colpa sua. Autore di sei volumi dal colonialismo italiano all’éra pop passando per il Sessantotto. Il settimo è in arrivo. Conosce Trento, Trieste, Bologna, Milano, Bergamo, Asti, Roma, Firenze, Pisa, Genova e Venezia. Non è mai stato ad Amalfi. Preferisce i fumetti a Nietzsche e Nietzsche a Hegel. Studia la destra ma preferisce Woody Allen. Ama l’opera lirica, la Callas e Pasolini. Ha vissuto quarant’anni in Sicilia e quattro in Piemonte. Nel 2010 ha riattraversato lo Stretto non per nostalgia.

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