Chi ama il jazz (o la musica tout court) non può mancare l’appuntamento con il bellissimo Arrows into Infinity, film dedicato dalla moglie Dorothy Darr (cineasta e pittrice) al grande Charles Lloyd.

Due ore quasi di immagini e di suoni emozionanti che raccontano la vicenda musicale e umana di uno degli ultimi grandi jazzmen rimasti della generazione dei Coltrane e dei Coleman.

Lloyd, sax tenore e flauto di grande fascino sonoro, fu protagonista di un incredibile exploit musicale alla fine degli anni ’60, uno dei primi casi di jazzisti capaci di penetrare nei gusti e nelle passioni di un pubblico (per lo più giovane e bianco) generalmente avvezzo alle sonorità e alle scansioni del rock. Il suo mitico quartetto con un giovanissimo Keith Jarrett al piano, il grande Ron McClure al basso e Jack De Johnette alla batteria, sbancò nel giro dei concerti e nelle vendite discografiche dell’epoca, promosso da una casa discografica spregiudicata come la Atlantic dei fratelli Ertegun. Il sound del gruppo era favoloso: oriente e occidente che si intrecciavano (nel solco della lezione coltraniana), modalità e blues fusi in una miscela torrida, persino schegge di gospel e di folk e rapide e inusitate scansioni binarie, più prossime all’universo musicale dei rockers. E su tutto, il sax fremente, mobilissimo, screziato di Lloyd, che inseguiva già allora la sua personale cifra spirituale, oltre che musicale.

Gli anni ’70 furono per il nostro anni di ritiro, di meditazione: la sua musica ha sempre avuto bisogno di essere alimentata da una costante urgenza espressiva e non tollera patterns calligrafici, schemi precostituiti.

Poi il lento ritorno sulle scene dei primi anni ’80, anche grazie alla breve ma magica collaborazione con il genio di Michel Petrucciani. E infine l’inizio della collaborazione con l’ECM di Manfred Eicher dalla fine di quella decade, con il piano di Bobo Stenson a rinnovare le trame armoniche che il giovane Jarrett aveva intrecciato con il suo sax venti anni prima.

Da allora in poi solo capolavori: fra i tanti, The Call del ’93, con il nuovo quartetto con Stenson, Anders Jormin al basso e lo straordinario Billy Hart alla batteria; Hyperion with Higgins, che suggella lo struggente incontro con lo storico drummer della stagione del free; il meraviglioso Lift Every Voice, del 2002, con una sfolgorante Geri Allen al piano e un ipnotico John Abercrombie alla chitarra, per un impasto timbrico e una dilatazione melodica assolutamente ineguagliabili; il concerto ateniese con Maria Farantouri, arricchito dall’apporto di musicisti greci e carico di umori mediterranei, registrato nel 2010 in un doppio cd di solare bellezza.

Il film raccoglie e inanella interviste a Lloyd e ai tanti musicisti e produttori che hanno incrociato la loro strada con quella del protagonista. Fra di loro, a testimonianza della vastità di interessi musicali e di orizzonti culturali di lloyd, anche Jim Keltner e Robbie Robertson, icone del rock.

Il momento più commovente del film, di struggente bellezza, è quello in cui Lloyd incontra Ornette Coleman e ingaggia con lui una sfida a biliardo. Due grandi geni della musica del ‘900, in un fugace attimo di serena normalità!

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