Intervista con il direttore editoriale, Andrea Di Bella

di Gianluca Virgillito

Lo incontriamo nella nostra redazione, su Corso Sicilia a Catania. E’ abbronzato ed energico, non risparmia complimenti alle signore presenti in ufficio e sembra subito carico per la chiacchierata che faremo: “Un’intervista vera, per favore. Senò poi c’è chi parla e sparla”, mi dice. Ed io inizio da lontano.

A chiunque conosca Freedom verrebbe da chiederti: perché stai così a destra?

Non sto a destra, sto dove ci piace. Chi conosce realmente Freedom sa che non facciamo sconti a nessuno, ed essendo una testata indipendente abbiamo spesso assunto delle posizioni scomode a chiunque. Non abbiamo pregiudizi eppure molti ne nutrono nei nostri confronti.

E sbagliano ad averne?

Moltissimo. Il pregiudizio è giusto averlo quando non conosci cos’hai davanti, quindi giudichi prima. Noi siamo come ci vedi, come ci leggi. Non nascondiamo la nostra identità, non simuliamo posizioni politiche o sociali. Un pregiudizio nei nostri confronti è un pregiudizio sprecato.

Cinque anni di cosa?

Cinque anni controcorrente, mi viene da dire. Su Catania non siamo conosciuti come la nostra testata cugina, che siete voi di SiciliaJournal. Ma su Paternò, che è la nostra casa, la realtà in cui Freedom è nata e si è diffusa nel tempo, diciamo senza forma di poter essere smentiti che siamo la realtà senz’altro più competitiva. Abbiamo affrontato in prima persona battaglie politiche che non ci competevano. Ma vogliamo esserci, e non ci tiriamo indietro mai.

Date le notizie?

Non è il nostro forte. Il nostro freepress è un mensile, e quindi arriverebbe ovviamente in ritardo su qualsiasi notizia. Da qualche mese abbiamo affiancato al cartaceo anche una robusta testata online, che ha ampliato e di molto la nostra offerta complessiva. La notizia noi la leggiamo, la interpretiamo e ne offriamo ai lettori una visione differente. Fare opinionismo politico è difficile, ti espone a critiche continue. Fare cronaca salva da tutto questo e mette al riparo chi scrive talvolta da violenti attacchi.

Una volta, tempo fa, vidi una vostra campagna pubblicitaria con un nero che si spogliava di una maschera da bianco. Lo spot recitava: “Scrivere diverso ci piace”. Vi presero per razzisti.

Macché razzisti. Fu una trovata pubblicitaria eccezionale, studiata a tavolino con la nostra consulente web Rosanna La Malfa, una professionista come poche. Ci diedero impropriamente dei “razzisti”, perché di fatto noi impersonavamo i neri e non i bianchi. Dicevamo che scrivere “diverso” ci piace perché ritenevamo e continuiamo a ritenere che scrivere le notizie in modo differente, commentarle, condirle di opinioni dell’autore, sia il migliore modo per informare. La notizia nuda e cruda la offrono già i grandi network di informazione. Le realtà come la nostra devono servire al lettore per farsi un’idea, per capire come leggere la notizia, per guardarla con occhi non suoi. La campagna pubblicitaria fece comunque il suo effetto, e racimolammo circa 1500 utenti unici iscritti in più sulla pagina Facebook ufficiale del giornale nella settimana successiva alla diffusione della nostra pubblicità, che diventò quasi virale. Un successo.

Più passione o più ragione?

Non c’è passione senza ragione, in questo lavoro. Essere freddi e calcolatori aiuta sempre.

Tu non sei un giornalista iscritto all’ordine, ma in molti credono tu lo sia. Spiegaci meglio.

Cosa c’è da spiegare? Sono contro l’Ordine dei Giornalisti. Credo sia una delle caste più inutili del nostro Paese, difatti è una anomalia tutta nostra nata con Mussolini per controllare la stampa e la propaganda del regime fascista, poi rimasta dopo il referendum che fece diventare l’Italia una Repubblica. Come Freedom24 facemmo anche una battaglia di raccolta delle firme online nel 2011, pubblicata anche dal quotidiano Il Giornale, in occasione del provvedimento dell’Ordine della Lombardia che punì Vittorio Feltri in merito al caso Boffo, ex direttore di Avvenire: raccogliemmo migliaia di firme. In ogni caso, tra pochi mesi anch’io avrò la mia tessera, diversamente sarei considerato – ma non sarei – perennemente un abusivo. Fino a quel momento, mi accontenterò di essere il direttore editoriale ed editore di riferimento della testata.

Perché Freedom?

Perché amiamo la libertà. E crediamo che bisogna avere il coraggio di essere liberi. Anch’io credo che non è la libertà a non esistere, ma uomini liberi a sufficienza. Quando nel 2009 scelsi il nome del giornale, non ebbi alcun dubbio. Libertà sempre. Libertà ventiquattro ore al giorno, come nella vita quotidiana.

E perché così tanta politica?

Perché se non se ne occupa anche e soprattutto la gente comune, sarà sempre più la politica ad occuparsi della gente. Credo che i tempi siano maturi perché ognuno faccia la sua parte, da qualsiasi ed in qualsiasi contesto. Il nostro è un mondo in cui storicamente la politica la si è sempre guardata da fuori per raccontarla agli altri. Giusto, ma non del tutto giusto. Una volta dissi che la politica i giornali la fanno tutti i giorni, pur non ammettendolo nemmeno a loro stessi. È la verità. Orientare l’opinione pubblica è fare campagna elettorale. E fare campagna elettorale è far politica. Noi lo facciamo senza fronzoli dal primo giorno.

L’impegno politico più importante di Freedom?

Senza dubbio le regionali del 2012 in Sicilia. Parteggiammo apertamente per il candidato del centrodestra, Nello Musumeci. Organizzammo una massiccia mobilitazione sul web, e sui social creammo da zero una comunità che raccolse in un paio di settimane circa 30mila siciliani residenti in Sicilia e non solo. Quella campagna elettorale andò come andò, ma rimprovero a Nello e a tutto il suo staff di non avere abbastanza valorizzato ciò che girava intorno al cosiddetto “cerchio magico”. Tutti, specie Musumeci, hanno pagato questo ed altri errori.

E Freedom in Sicilia e in Italia?

La nostra vocazione fu dal primo giorno di ampio respiro. Creammo una struttura web che metteva insieme circa 30 collaboratori da tutta l’Italia, con corrispondenze anche da Parigi con Andrea Verde. Memorabile l’intervista a Marine Le Pen, pubblicata in esclusiva da noi. Intervistammo anche il parlamentare del Pdl, Giorgio Stracquadanio, prematuramente scomparso. Ed anche il leader de La Destra, Francesco Storace ed altri. La nostra battaglia più grande, però, la iniziammo su Paternò nel 2011.

Perché battaglia?

Perché essere controcorrente ti mette nella condizione di dovere imbracciare un’arma, che in questo caso è la penna, l’idea, e combattere. Andammo contro anche al nostro ex sindaco di centrodestra a Paternò. A dimostrazione del fatto che il nostro essere imparziali a tempo debito ci accreditò agli occhi dei lettori in modo significativo. Poi le note dolenti con l’attuale sindaco.

Perché questa forte avversione politica che sembra anche personale?

Perché quando uno ha un’idea non può manifestarla a metà. Tutta o niente. Noi ci siamo posti come opposizione sociale a questa amministrazione per tre motivi: il primo è di carattere politico. Noi siamo una testata indipendente che ha comunque una sua linea editoriale. Guardiamo la politica da una legittima prospettiva, e la nostra non è certamente quella del sindaco di Paternò Mauro Mangano, che è del Pd. Il secondo motivo è di carattere politico-programmatico: una amministrazione che fa poco non è una buona amministrazione. E se a metà della legislatura uno parla ancora di programmazione, capisci bene che qualche problema c’è. Il terzo motivo è di carattere personale: un sindaco che non risponde al telefono non può essere un buon sindaco. Un sindaco che non incontra quotidianamente i suoi concittadini non può essere un buon sindaco. Un sindaco che non si interfaccia in modo costruttivo e serio con la stampa locale non può essere un buon sindaco. Un sindaco che è avversato dal suo stesso partito, e quindi dalla sua stessa maggioranza in Consiglio Comunale, non può avere la forza per essere un buon sindaco. Potrei continuare.

Delle volte parli come se stessi facendo tu stesso campagna elettorale.

Non ho mai escluso il mio impegno politico diretto e continuo a non escluderlo. Per il momento va più che bene ciò che faccio.

Cosa auguri a Freedom?

Niente, Freedom va benissimo così com’è. Auguro solo a me stesso e a chi collabora a questo progetto da anni, di crederci ancora. Sempre. Perché la libertà è l’unica cosa che merita di essere coccolata e viziata. Tutto il resto è appecorinamento. E se permetti, non fa per noi.

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