Consumo e consumismo stanno l’uno al centro l’altro di fianco. All’opposto il sogno della decrescita felice. Incubo alla Dylan Dog o favola di Biancaneve a seconda di chi se ne curi. Sto coi primi. Il “si stava meglio quando si stava peggio” è motto da imprudenti, da pubblicisti a irresponsabilità illimitata come s’usa dire. Sul Corsera del giorno dell’Immacolata Piggì Battista recensisce un volume di Luca Simonetti, Contro la decrescita (Longanesi), scritto per spazzar via le infelici illusioni reclamizzate da strambe teorie dell’involuzione. O metafisiche varie.

Giornalisticamente alfiere delle tristezze di fine mondo è tale Massimo Fini. Genitore di una manciata di volumi, figli a loro volta di una convinzione diviso tre: si stava meglio nell’ancien régime, la tecnica causerà la distruzione, infine: i “cattivi” sono “buoni” e i “buoni” – quelli della Costituzione del 1787 – sono “cattivi”. Fini muove da premesse assiomatiche tipiche della saggistica reazionaria: accostamento tra liberalismo e marxismo e somiglianza delle ideologie a partire dalla rivoluzione industriale.

Libri a cominciare dal sopravvalutato La ragione aveva torto, con o senza punto interrogativo a seconda delle edizioni, come scene da film horror: non ce ne voglia. Testimonianze del fallimento di storia e progresso (dice lui). Affacciatevi alla finestra e vedrete il mondo che va in rovina come l’immagine di Dorian Gray. Nello specifico l’attacco della “Ragione” non è dei peggiori, tuttavia. Cito a memoria: gli antichi erano ignoranti ma non stupidi. Al che sembra ovvio che le conquiste e le applicazioni della scienza non siano servite pressoché a nulla. Salto troppo lungo. Ed ecco affacciarsi la tesi delle tesi prediletta dai ribelli laureati: tutto un grande imbroglio.

A favore di chi? I teorici/teologi del complotto hanno frecce in faretra. Gli ebrei sono perennemente sul banco degli imputati, la finanzia cosmopolita, la massoneria, eccetera. Ma, raccontano gli scienziati, tema da dibattere sono i poteri al plurale. Il potere al singolare è sepolto. Il bene sta in un’ala di biblioteca la politica in un’altra. Il che spazza via – idea mica male ripresa dal pensiero liberale – ipocrite superstizioni circa il destino del mondo. Nessuna aspettativa che non provenga da bisogni e desideri. I nostri. Bocciate le conquiste della modernità resta praticamente nulla. Da quel lato i soliti scampanii sulle società rurali, la fedeltà del contado, la terra, la tradizione, la famiglia. Credenze, supposizioni sulla rettitudine, una vita ben misera.

Dal nostro punto di vista, non da quello di Fini e di altri come lui.

A proposito dell'autore

Giornalista e saggista

Marco Iacona, giornalista e saggista. Siciliano non per colpa sua. Autore di sei volumi dal colonialismo italiano all’éra pop passando per il Sessantotto. Il settimo è in arrivo. Conosce Trento, Trieste, Bologna, Milano, Bergamo, Asti, Roma, Firenze, Pisa, Genova e Venezia. Non è mai stato ad Amalfi. Preferisce i fumetti a Nietzsche e Nietzsche a Hegel. Studia la destra ma preferisce Woody Allen. Ama l’opera lirica, la Callas e Pasolini. Ha vissuto quarant’anni in Sicilia e quattro in Piemonte. Nel 2010 ha riattraversato lo Stretto non per nostalgia.

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