Qualche settimana fa il Dipartimento di Scienze Umanistiche dell’Università di Catania ha ospitato un incontro dedicato a Mito, violenza, memoria nell’opera di Furio Jesi.

Tra i testi proposti nei corsi che frequentai come studente dell’Ateneo catanese ve ne fu uno dal titolo intrigante Materiali mitologici. Mito e antropologia nella cultura metteleuropea di Furio Jesi (1979). In questa raccolta di saggi, e nel volume della Enciclopedia filosofica ISEDI dedicato al Mito (1973), Jesi ripete spesso che la scienza del mito si è potuta affermare solo quando il mito stesso ha cessato di esistere, che dunque di «materiali mitologici» è più esatto parlare, invece che di «miti», essendo questi ultimi inaccessibili nel loro autentico mistero. Ciò che possiamo conoscere sarebbero per l’appunto i materiali mitologici, intesi come strutture che ai miti danno origine. Il mito per Jesi non ha «sostanza» al di fuori della mitologia. Una delle affermazioni che sarebbe possibile fare sul mito è che esso è il «vuoto che sta fra il divino e l’umano. Su questo vuoto si protendono le immagini del divino e dell’umano che diciamo mitologiche proprio perché si protendono su di esso: da esso traggono nome, ad esso rimandano come un ponte incompiuto rimanda all’abisso» (Materiali mitologici, Einaudi 1979, pp. 106-107).

Ritenni allora, e lo penso ancora adesso, che questa visione del mito è condivisibile se viene vissuta in un orizzonte che rimanda sempre a qualcosa che sta altrove rispetto a ogni interesse immediato della vita ma proprio per questo contribuisce a darle senso, come un oltre – il “ponte incompiuto” sull’abisso di chiara matrice nietzscheana al quale Jesi accenna – che mantenga sempre aperta la capacità di meravigliarsi e godere dell’enigma che il fatto stesso d’esserci rappresenta.

Nella scienza del mito di Furio Jesi – e di quella di un suo punto di riferimento quale fu Karl Kerényi – vive una feconda tensione fra un’attenzione scientifica sempre vigile e un coivolgimento al quale è difficile resistere. Perché il mito non è monopolio di un’epoca, un luogo, una cultura ma costituisce l’universale capacità dei singoli e soprattutto delle collettività di abitare nella sfera in cui – come Jesi scrive – «un istante vale l’eternità» (p. 122).

Non tutto ciò che Jesi sostiene – per quanto ne so, naturalmente – è condivisibile. Leggere Mircea Eliade da una prospettiva soprattutto politica – imputandogli i legami con le varie “destre” – mi sembra ad esempio riduttivo, così come mi lascia perplesso l’ambiguità della valutazione dell’opera di Elias Canetti. Altrettanto parziale è il giudizio sul pensiero heideggeriano, in particolare la critica alla concezione del linguaggio come «casa dell’essere» (Mito, p. 111), concezione che non intende attribuire sostanzialità al linguaggio ma che ha semmai lo scopo di chiarire come l’umano di linguaggio sia intessuto e quindi soltanto per suo tramite possa enunciare qualcosa sull’essere. Un’affermazione non soltanto ontologica, insomma, ma in primo luogo ermeneutica.

Al di là di questi e di altri elementi discutibili, l’opera di Jesi è rimasta un punto di riferimento discreto ma costante nelle mie ricerche teoretiche per la capacità propria della sua scrittura di non separare la scienza del mito dalla vita vissuta. L’analisi del tempo in Inattualità di Dioniso mi sembra emblematica di questa fecondità: «Ma nell’incontro di Arianna con Dioniso il Magnifico Lorenzo vide non tanto un emblema e un simulacro intimamente “riposanti in se stessi” come scrisse Bachofen, quanto un esempio aperto al futuro (e il futuro del mito è l’uomo), non solo un emblema di verità ma un esplicito simbolo di redenzione» (Materiali mitologici, p. 122).

Non dunque una verità-conoscenza chiusa in se stessa ma una verità che è simbolo di redenzione. Parole che mi hanno ricordato la chiusa di Minima moralia di Adorno (Einaudi 1994, § 153), un pensatore così apparentemente lontano dai temi di Jesi e tuttavia così intimamente vicino: «La filosofia, quale solo potrebbe giustificarsi al cospetto della disperazione, è il tentativo di considerare tutte le cose come si presenterebbero dal punto di vista della redenzione».

Ecco, il mito e la filosofia hanno in comune la redenzione dalla vera condanna umana: l’assenza di significato. Filosofia e mito riempiono di significato l’esistenza e le esistenze. Per questo non finiranno mai.

A proposito dell'autore

Sono professore associato di Filosofia teoretica nel «Dipartimento di Scienze Umanistiche» dell'Università di Catania. In questo Dipartimento insegno Filosofia della mente e Sociologia della cultura. Sono collaboratore, redattore e membro del Comitato scientifico di numerose riviste. Ho pubblicato i volumi: L'antropologia di Nietzsche (Morano, 1995), Contro il Sessantotto (Guida, 1998; Nuova edizione rivista e accresciuta con il titolo Contro il Sessantotto. Saggio di antropologia, Villaggio Maori Edizioni, 2012), Antropologia e Filosofia (Guida, 2000), Cyborgsofia. Introduzione alla filosofia del computer (Il Pozzo di Giacobbe, 2004), Nomadismo e benedizione. Ciò che bisogna sapere prima di leggere Nietzsche (Di Girolamo Editore, 2006), Dispositivi semantici. Introduzione fenomenologica alla filosofia della mente (Villaggio Maori Edizioni, 2008), La mente temporale. Corpo Mondo Artificio (Carocci, 2009), Temporalità e Differenza (Olschki, 2013). Ho pubblicato due raccolte poetiche: Inni alla luce (Petite Plaisance, 2006), Un barlume di fasto (ScritturImmagine, 2013).

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