di Giuseppe Condorelli

CATANIA. Per il 150° anniversario dalla nascita del Vate la montagna della pompa e delle celebrazioni (o del dannunzianesimo?) non ha certo partorito un capolavoro e ci chiediamo se “Gabriele D’Annunzio tra amori e battaglie”, i due atti di Edoardo Sylos Labini, liberamente tratti e ispirati a “L’amante guerriero” del massimo biografo ed esperto del poeta-soldato, Giordano Bruno Guerri, non sia il contrappasso di un personaggio – scrittore raffinato e sensibile, poeta, cronista, autore di teatro, ma anche retore e propagandista – per alcuni versi sopravvalutato, comunque “prodigioso orecchiante” delle suggestioni della modernità, compresa quella del pubblico, con cui fu il primo a stabilire un rapporto di dominio.

D'Annunzio_4Lo spettacolo sui legni del Verga ci è sembrato per così dire, poco dannunziano, appiattito in un didascalicismo perfetto sì, ma che mostra tutta la sua superficialità. Uno spettacolo che vale più come micro-sceneggiato (con qualche acuto da soap-opera e un accenno di metateatro come il lacerto da “Casa di bambole” di Ibsen per evocare la presenza della Duse) che restituisce però perfettamente la biografia – ma solo quella – del poeta, dell’ideologo e sopratutto del seduttore. In una atmosfera mobosa e seducente “Gabriele D’Annunzio tra amori e battaglie” diventa soprattutto il resoconto delle sue avventure sessuali, con la regia di Francesco Sala a disciplinare il “traffico delle badesse” – ovvero la geremiade di donne che si diedero al poeta – nella casa-mausoleo del Vittoriale.

Il sontuoso impianto scenico e quello dei costumi di Marta Crisolini Malatesta insieme all’accurata riproposizione della temperie estetica del Vate non bastano certo a renderlo uno spettacolo teatrale convincente. Certo, la grande cornice dentro la quale si muove e detta i tempi alla rappresentazione, in veste di dj, Antonello Aprea – interessante metaforizzazione del tema classico del “doppio”, dello “specchio” e della “maschera” – offre davvero uno spunto suggestivo seppure limitato; l’interpretazione di Edoardo Sylos Labini e le brillanti presenze femminili – dalla “tuttofare” Amelie (Giorgia Sinicorni) alle altre muse del poeta, Marie (Alicie Viglioglia), la Duse (Viola Pornaro) e Luisa (Silvia Siravo) – costituiscono un valore aggiunto ma non bastano a restituircene la complessità. La tensione verso il bel gesto, l’appello ad una presunta grandezza italica nel clima deluso dell’Italia post umbertina e giolittiana e il conseguente fascino esercitato sulla piccola borghesia potevano essere riflessioni non indifferenti.

Insomma: il Vate sarà pure stato “ardente”, lo spettacolo invece ci è parso tiepido…

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