In questa nuova Europa tutto cambia verso, anche i criteri delle contabilità nazionali per arrivare a quel mitico Prodotto Interno Lordo che governa le nostre esistenze e i nostri destini.

Geniale l’idea recente di gonfiare il Pil includendovi attività come il traffico della droga, il contrabbando e i “servizi della prostituzione”. Producono reddito, come no. Valorizzarli è un passo utile e importante per il Paese, lo aiuta a crescere. Dunque la novità sarà inserita nei conti pubblici già a partire dal 2014, in coerenza con le nuove linee indicate da Eurostat.

Inoltre le spese per gli armamenti (anche le triangolazioni, je suppose) andranno inserite tra gli investimenti. In effetti le guerre rendono moltissimo, anche questa è una considerazione lapalissiana.

Tutta questa crescita è fascinosa e densa di promesse (come mai non ci avevamo pensato prima?) ma comporta un’ingiustizia (saranno necessari dei ricorsi?). Non capisco perché escludere le tangenti e le mazzette, l’usura, lo smercio di rifiuti tossici, il lavoro nero, il commercio abusivo, l’industria della sofisticazione, gli scambi pedofili … Certo ho dimenticato qualcosa ma gli esperti ci penseranno, e anche noi popolo sovrano grazie alle nostre multiple esperienze potremmo suggerire delle aggiunte. Così risulteremo finalmente virtuosi, forse i più virtuosi del continente.

Chi sono gli esperti? Non mi riferisco ai papponi e ai mafiosi ma alla casta degli economisti e ai loro fedeli corifei, i governi con le loro ossessioni da ragionieri. Hanno fabbricato le gabbie artificiali in cui ci hanno rinchiusi, e per mascherarne i fallimenti tentano tutte le strade.

Epperò questo folle paradosso dimostra una cosa: il famigerato Pil, che nell’ossessione dominante veniva drammatizzato come un mostro incombente, sembrava non un numero, un dato tra i tanti, ma un oggetto dotato di vita. Ora si svela che non è che una convenzione: come tutte le convenzioni può essere modificato a piacere da parte di chi lo usa.

È l’Europa che ce lo chiede.

A proposito dell'autore

Docente di Sociologia dei processi culturali, Università di Catania

Torinese trapiantata (per sua scelta) da quarant'anni a Catania, da altrettanti ininterrottamente insegna presso quello che oggi si chiama Dipartimento di scienze politiche e sociali. Andrà in pensione l'anno prossimo, e non ne ha voglia. Ha una figlia che fa l'urbanista a Roma. Si occupa di linguaggi dei media e della pubblicità, di scuola e di educazione di genere.

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