Chi è Genny ‘a Carogna? È per caso un soggetto in attesa di giudizio, sotto processo, abusivamente sottrattosi agli arresti domiciliari, è stato condannato in primo grado, in secondo o in via definitiva? A quanto pare – da quello che ho potuto capire – nulla di tutto questo (ho appurato solo che gli è stato comminato un Daspo per 5 anni, ovvero una esclusione dalle manifestazioni sportive).

E’ però il capo degli ultras napoletani e figlio di Ciro “ritenuto un affiliato al clan Misso di Rione Sanità” (così la stampa); ma sino ad ora, in assenza di condanna definitiva, è innanzi tutto un italiano con presunzione di innocenza (come del resto il padre). Dunque il suo comportamento allo stadio Olimpico  potrebbe essere visto come quello di un libero cittadino operoso che ha collaborato con le forze dell’ordine per evitare il degenerare di una situazione.

Papy o pregiudicatoE cosa avrebbero dovuto fare quei poveri poliziotti e il questore, frastornati da una applicazione quantomeno ondivaga delle leggi e con l’esempio di una classe politica e un governo che tratta e si sceglie come partner un pregiudicato e condannato in via definitiva per riformare quello stato che lo stesso ha frodato, dal quale è stato dichiarato criminale, e che lui aspirerebbe nuovamente governare tramite il partito politico di sua proprietà?

Fino a prova contraria Genny è un cittadino più onesto e specchiato di un condannato in via definitiva. A meno che i reati non siano giudicati “politicamente” e quindi si pensi che essere condannati per frode fiscale sia meno grave che essere figlio di un presunto camorrista (presunto, perché non risultano allo stato condanne a suo carico, in nessuno dei tre gradi di giudizio), e ciò indipendentemente dal numero di anni comminati e previsti dal codice, che dovrebbero rispecchiare la gravità della pena. E a meno che non si ritenga che la magistratura abbia operato in maniera faziosa e persecutoria, dando ragione al condannato (così come sostiene ogni condannato).

Ne ricaviamo alcuni insegnamenti. Primo, i reati non sono tutti eguali: vi sono quelli eleganti, educati, che si fanno tra persone per bene e possibilmente milionarie, tutto sommato accettabili (e tra questi, rubare o frodare lo stato con opulenti e sofisticati sistemi finanziario-organizzativi: in fin dei conti chi non cerca di farlo, anche se in modo più casareccio?); e vi sono quelli che fanno schifo, fatti da persone brutte, sporche e cattive, possibilmente miserabili e che vivono alla giornata, privi di galateo ed educazione (rubare o frodare i singoli con il racket nostrano).

Secondo, la legge non è ritenuta, da parte di gran parte dell’opinione pubblica e della società, eguale per tutti: v’è quella per gli esponenti dei partiti politici, per gli appartenenti alla società bene, per i plurimilionari e i capi d’azienda, per gli appartenenti a certi corpi e strutture dello stato che si applica in modo soft, con tutte le garanzie, con accurato silenziamento del “tintinnar di manette” e, anche quando condannati, il sistema mediatico ammiccante e/o indifferente li giustifica, blandisce, assolve di fatto, intervista, invita nei talk show; e v’è quella per i marginali, gli immigrati, i dropout, e coloro che si collocano ai margini della società civile, come i figli dei camorristi, pieni di tatuaggi e magari brutti a vedersi nonché incapaci di fare “cene eleganti” (al massimo “arrusti e mangia”): in questo caso la giustizia è per definizione imparziale, non è faziosa, non ha intenti persecutori e la si deve applicare – nel comun sentire – senza sconti e in modo occhiuto; anzi la condanna viene emessa mediaticamente in via preventiva. Così, solo per la cattiva fama e per senso estetico.

A proposito dell'autore

Docente di Filosofia

Professore ordinario di Storia della Filosofia all’Università di Catania. È stato direttore del Dipartimento di Processi Formativi dal 2006 al 2010 e coordinatore del Dottorato di Ricerca in “Scienze umane” del Dipartimento di Processi Formativi, in cooperazione con la Mississippi State University e la University of Nevada, Reno. Attualmente è Presidente della Società Filosofica Italiana. Ha recentemente pubblicato Maledetta università. Fantasie e realtà sul sistema della ricerca in Italia (Di Girolamo 2011), che è anche il frutto di una ricerca europea sulla società della conoscenza.

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