di Agnese Maugeri

“- I pubblicani e le prostitute vi precederanno nel regno di Dio – disse Gesù ai farisei che lo ascoltavano nel tempio”(Mt 21,28-32)

Catania – Un documentario intenso, vero, diretto “Gesù è morto per i peccati degli altri” arriva come un pugno nello stomaco di chi lo guarda, ma è questo l’intento cercato e voluto da Maria Arena la regista e ideatrice del film insieme a Josella Porto la sceneggiatrice e coproduttrice.

Smuovere gli animi, far voltare gli occhi verso quella realtà agghiacciante che tutti conosciamo ma che ignoriamo, “Gesù è morto per i peccati degli altri” è stato interamente girato nell’antico e fatiscente quartiere di San Berillo nel cuore del centro storico di Catania. Un ampio tratto di città che è rimasto vittima della cattiva organizzazione e gestione politica, sventrato dalla speculazione edilizia, abbandonato, dopo una spietata transizione dal vecchio al nuovo che ha lasciato il quartiere incompleto così come l’anima di coloro che lo popolano.

Le costruzioni anni 30, le piccole case a pianterreno e i vicoli fanno da cornice alle storie delle sette protagoniste del documentario, il quartiere durante gli anni 50 pululava di artigiani e commercianti, poi una volta costretti ad andarsene, lasciando case e attività, l’oblio ha coperto il rione. Con il passare del tempo la zona di San Berillo, ferita, sconvolta, in rovina, ha accolto tutte quelle persone che la società ha da sempre reputato “ultimi”, coloro a cui la vita ha giocato un grande scacco e a cui il resto del mondo non regala neanche un sorriso, ignorati e dimenticati si sono rinchiusi nel cuore antico di Catania tramutando San Berillo in un ghetto di peccatori e facendolo rimbalzare agli onori della cronaca come uno dei più antichi quartieri a luci rosse d’Europa.

IMG_1715.JPGIl documentario è stato presentato dal professor Alessandro De Filippo, docente di Storia e Critica del cinema all’Università di Catania, e Maria Arena, regista, insieme a tutto lo staff, nella sala del cinema King. La scelta della location non è stata casuale dato che il cinema sorge proprio nella zona di San Berillo, durante la proiezione in sala erano presenti anche le bravissime protagoniste: Franchina, Meri, Wonder, Alessia, Marcella, Santo e Totino.

Sei trans e una donna che da anni si prostituiscono nel quartiere raccontano le loro storie intrecciate come le vie strette di San Berillo, tra le attese dei clienti e le feste religiose, che scandiscono il passare del tempo e delle stagioni.

Tutti insieme costituiscono un piccolo spaccato di una società emarginata e denigrata da tutti, la loro forte amicizia li fa scontrare spesso ma li unisce e fortifica nelle avversità che quotidianamente devono fronteggiare e subire, creando un legame simile a quello familiare.

Il film come un occhio attento scruta le emozioni, luce e ombra con momenti divertenti alternati ad altri drammatici e profondamente emozionali. Si passa dai simpatici siparietti in cui i protagonisti frequentano un corso di formazione gratuito per badanti, proposto da un politico per prospettargli una scelta futura dettata dalla scia di cambiamento che aleggia nel quartiere, alle crude immagini dove una delle protagoniste subisce una violenta rapina.

Una via crucis lungo le strade dove si prostituiscono e dove parlano non solo della loro vita, ma soprattutto delle paure, dei soprusi, di speranza in una vita migliore e di religione. Il loro rapporto con Dio è per ognuna vissuto in modo diverso, una profonda devozione, la certezza di essere amate per la loro anima, per il loro meraviglioso essere.

Quello che il documentario lascia in chi lo guarda è uno straordinario cambio di prospettiva, i protagonisti, i trans, le puttane non sono il male, non sono la feccia della società ma sono persone, uomini, donne, gay che vivono, provano emozioni, ridono, piangono, soffrono come noi, anzi no, lo fanno più di noi perché a differenza nostra loro capiscono il valore di ogni singolo istante.

Tra di loro c’è chi ha una famiglia da mantenere e che proprio perché è un trans, un reietto, nessuno gli offre un lavoro, anzi ha perso il posto “dignitoso” proprio per colpa o merito del suo modo d’essere. Si capisce la forza di questi personaggi, il coraggio, il loro è un lavoro svolto come tale, indossano una maschera, si estraniano e vendono una prodotto che è il proprio corpo, ma terminato questo tornano alla vita reale.

La dolcezza di Franchina, l’umanità di Wonder, il coraggio di Meri, la determinazione di Marcella, la spontaneità di Alessia, l’affetto di Totino, il rispetto di Santo è questo ciò che colpisce lo spettatore del documentario, sono i tratti caratteriali il loro animo che va ben oltre ai trucchi, alle parrucche e ai vestiti succinti.

Cosa sarà di loro dopo la “riqualificazione” del quartiere San Berillo, se saranno costretti a vagare sotto i cavalcavia delle Catania-Gela a nessuno importa e invece quello che a loro interessa quello che gli manca è l’affetto, un volto amico, uno sguardo delicato e non di disprezzo o compassione e una carezza.

Bellissime musiche accompagnano le immagini sotto la direzione artistica di Stefano Ghittoni, con brani inediti di Kaballà, degli Uzeda e di molti altri autori. Una produzione della “Invisibile Film” di Gabriella Manfrè, presentato per la prima nazionale al Festival dei Popoli di Firenze, sarà presto distribuito nelle sale cinematografiche d’Italia.

Un documentario che merita d’essere visto perché “diverso” è solo colui che non ha il coraggio di guardare e parlare con il proprio vicino.

Agnese Maugeri

A proposito dell'autore

Divoratrice di libri con una brutta dipendenza adoro “sniffare” quelli nuovi. Logorroica, lunatica, testarda. Amante del teatro, ballerina mancata, l'altezza (esagerata) ha infranto il mio sogno. Appassionata di cinema, tutto ma non horror. Scrittrice per indole, il modo più istintivo per sentirmi bene, prendere carta e penna e scrivere Aspirante giornalista per vocazione e CakeDesigner per diletto. Non sto mai ferma puoi incontrarmi mentre recensisco un evento, una prima o un vernissage, con in borsa un libro e biscotti per ingannare l'attesa!

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