Gianluca Barbagallo: “La storia di Paolo e Giovanni scuote le coscienze e aiuta a non dimenticare”

di Elisa Guccione

CATANIA – In attesa della rappresentazione di “Paolo e Giovanni”, in un momento di pausa prima della prova generale dello spettacolo, che andrà in scena venerdì nove ottobre nell’ambito della rassegna “Terrazza Barocca”, nella cornice della Chiesa della Badia di Sant’Agata, incontriamo Gianluca Barbagallo autore del testo e protagonista sulla scena insieme a Nicola Diodati. Tra montagne di documenti ben sistemati in una scenografia semplice ed ordinata approfondiamo con l’attore catanese il successo di questo spettacolo che racconta centocinquant’anni di storia italiana.1506330_633114660079698_1329198079_o

-Paolo e Giovanni ha ricevuto grandi consensi in ogni parte d’Italia. Ci racconta come ha deciso di scrivere questa pièce?

“Sentivo l’esigenza e il bisogno di far conoscere meglio i grandi uomini della nostra storia. In sette mesi di ininterrotto lavoro ho cercato di rendere omaggio a due eroi dei nostri tempi. Si parte dalla genesi del termine mafia, dalla colonizzazione della Sicilia fino alle stragi di Capaci e via D’Amelio. Ho constato, durante le varie rappresentazioni su e giù per la penisola, che questa mia decisione di mettere in scena una scrittura drammaturgica dal carattere civile è stata apprezzata da molti docenti che mi hanno chiesto il copione, per sviluppare e diffondere la cultura della legalità”.

-Quali sono state le reazioni di chi ha visto lo spettacolo?10349218_868782643179564_4198623369827619220_n

“In sala l’emozione era palpabile. Tutti, attori e spettatori, eravamo emotivamente coinvolti. Mi sono arrabbiato, però, quando alcuni ragazzi avvicinandomi mi hanno chiesto da quale fiction fossero state tratte le immagini delle stragi proiettate durante l’esibizione. Non sapevo cosa rispondere. Ero sconvolto. Mi chiedo dove sono le famiglie e la scuola in tutto questo”.

-Frasi del genere da parte delle nuove generazioni fanno pensare che l’impegno morale, giuridico e sociale di uomini come Falcone, Borsellino, Livatino, La Torre, Fava … non sia servito a nulla o quasi …

10153209_1591846917708020_7562939608293518763_n“Rispetto a vent’anni fa si parla di mafia con maggiore consapevolezza, anche se la linea di demarcazione tra Stato e mafia è molto labile. È aberrante pensare che un criminale come Riina, in regime di carcere duro, lanci minacce contro Di Matteo. In una nazione come la nostra situazioni del genere accadono con troppa tranquillità e mi auguro che lo Stato faccia qualcosa per proteggere chi lavora per migliorare la società e non accada quello che è successo in passato con Dalla Chiesa, Moro o Chinnici che alla fine sono stati lasciati soli”.

-Quanto hanno influito Televisione e Cinema nel ragionamento quotidiano dell’uomo comune?

“Troppo. Quando Canale Cinque trasmetteva “Il capo dei capi” le città erano deserte, perché tutti erano davanti alla tv per seguire la storia di Riina. La gente dovrebbe spegnere la televisione e andare di più a teatro. Proporrei di inserire la drammaturgia come materia curricolare obbligatoria in tutti i gradi del sistema scolastico”.10152626_443592145787667_1777179664_n

-Riesce ad immaginare la sua vita senza Teatro?

(ride)

“Ho debuttato a setti anni al Metropolitan e a diciotto anni ho avuto il piacere di imparare e conoscere questo mondo grazie al Maestro Di Martino studiando alla Scuola dello Stabile. Il teatro nella mia vita c’è e ci sarà sempre”.

-Immagino che sta continuando a scrivere?

(ride)

“Ho scritto venti testi tra copioni impegnati e brillanti. Adesso sto cercando di delineare e far conoscere la figura di Michela Buscemi, la prima donna che ha partecipato al maxi processo contro la mafia, ed inoltre sto scrivendo anche un altro lavoro che parla delle realtà delle carceri. L’impegno civile mi dà molta soddisfazione, ma anche quando vesto i panni dell’attore di cabaret cerco di far riflettere sorridendo”.

Elisa Guccione

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