di Salvo Reitano

L’ala del Torino morì a 24 anni, investito da un’automobile nell’ottobre del 1967

Quarantasette anni fa moriva Gigi Meroni, l’ala granata che sui campi di calcio danzava come una farfalla. Uno sempre fuori dagli schemi, vita da bohémien, simbolo di una generazione di ribelli che sarebbe sfociata nel sessantotto.
La storia di quegli anni Sessanta agli sgoccioli, ai nostri occhi,  appare davvero come un’epoca lontana.  Sono gli anni  dell’offensiva fallimentare degli Stati Uniti sul delta del Mekong (durante la guerra persa in Vietnam), gli americani che contano i morti, arrotolano bandiere sulle bare, del conflitto del Biafra, della guerra dei Sei Giorni tra Israele, Egitto Siria e Giordania.
In Grecia i “colonnelli” prendono il potere con un golpe, mentre il cardiochirurgo sudafricano Barnard esegue il primo trapianto di cuore della storia. Sono gli anni  dell’uccisione di Che Guevara  catturato e giustiziato in Bolivia, della morte di Luigi Tenco al festival di Sanremo, del primo album dei Pink Floyd e della pubblicazione di “Sgt Pepper’s and Lonely Hearts Club Band” da parte dei Beatles. Meroni 3
A Praga non sarà più Primavera per un pezzo. Il vento reca l’odore di piombo, l’Italia è scossa da un brivido di ribellione che le corre lungo la schiena, alimenta i sogni di una generazione  e si accorge, suo malgrado, che i tempi stanno cambiando. In fretta. Troppo in fretta.
A Manchester, George Best, l’irlandese, alza coppe e bottiglie di birra per stordire il successo. Il calcio italiano, sbeffeggiato dai coreani, scopre la moviola e stenta ad accettare giocatori dal talento innato ma dallo spirito libero. Licenze sociali che mal si conciliano con la morale di coloro che Gianni Brera definì conformisti sornioni, quelli che etichettano come peccatore pubblico Gigi Meroni, l’ala del Torino che giocava da dio, ma viveva fuori dagli schemi e non piaceva a chi cantava gli osanna in chiesa e poi dimenticava di rispettare i comandamenti.
Provate a cercare le sue foto sul web. Sono quasi tutte rigorosamente in bianco e nero, poche a colori.  ma rappresentano in maniera inequivocabile l’uomo e il campione.  Guardatelo andare in giro con la gallina al guinzaglio che lo seguiva come un cagnolino per i portici di via Roma o anche al bar per l’aperitivo. Giacche strampalate, gilè impossibili, occhiali spropositati. Osservate i baffi, il pizzetto, un accenno di barba . Quella vaga somiglianza con Ringo Star, il batterista dei Beatles. E la Balilla nera  che guidava, trovata in un fienile e rimessa a nuovo. Viveva in una mansarda con Cristiana, la ragazza del Lunapark, moglie divorziata di un regista allievo di Fellini, e sul comodino teneva un teschio, che avrebbe dovuto portargli fortuna. Avrebbe.
Così in quegli anni lo descriveva iMeroni1l giornalista sportivo Vladimiro Caminiti: «Noi non siamo per i capelloni, ma ne conosciamo uno e si tratta di un gran bravo ragazzo, uguale a tantissimi della sua età. In più ha i capelli e i ghiribizzi. Si disegna i vestiti e poi li porta al sarto personalmente seguendone la confezione. Dipinge ma non sa dire fino a che punto è artista… Si chiama Meroni, gli amici lo chiamano Gigi».
Guardateli bene i vestiti, gli accoppiamenti, i colori, giacche a sei bottoni, le bratelle che tengono alti  pantaloni a zampa di elefante, camicie con lunghi colletti e vistosi merletti. Li disegnava lui stesso, completandoli con una ricerca muinuziosa dei tessuti. Abiti che faceva realizzare a un paziente e capace sarto torinese. Meroni è stato un’icona di quei tempi, ha segnato e marcato un’epoca, ne è stato il tratto distintivo.
Poi c’era il calciatore coraggioso, quello che non temeva i contrasti con gli avversari più decisi perche quando nascondi la palla a un difensore quello ti picchia fino a farti male. Riceveva duri colpi e spesso usciva dal campo con le gambe piene di echimosi e di sangue, ma non si lamentava. “E’ il gioco”, diceva.
Vittima predestinata di entrate senza scrupoli, Gigi Meroni era un tecnico nel senso più esclusivo del termine e quando un compagno gli passava la palla un solo pensiero si appropriava del suo cervello: andare in porta, un dribbling dopo l’altro, ostinato a superare ogni difensore fino a depositare la palla in rete che poi, a volerci pensare, non era la cosa che gli interessava di più. Cadevano coMeroni6me birilli, uno, due, tre e poi magari si fermava al quarto, perchè nelle difese avversarie di quegli anni c’era sempre un “cattivo” che visti superati i suoi compagni di gioco non tirava la gamba indietro ed entrava duro anche a costo di colpire una caviglia, un polpaccio, una coscia del giocatore più tecnico e geniale. Una mappa di cicatrici, questo erano le sue gambe alla fine di ogni partita. E Meroni non si lamentava, incassava e stava zitto e a chi gli chiedeva “Ne hai preso di botte oggi?”, sempre la stessa risposta, incorniciata da un sorriso amaro, “E il gioco”.
Scatti, finte, accelerazioni improvvise e cambi di direzione, il tutto in un generale equilibrio che metteva a dura prova le leggi della fisica.
Di gol non ne fece tanti, all’inizio, perchè per lui non era una priorità, non batteva punizioni,  raramente rigori: troppo semplice. «Sarebbe bello entrare in porta con la palla così facilmente», disse in una delle sue prime interviste. Ma ce n’è uno che meglio di tutti lo rappresenta e rappresenta la sua innata genialità. Lo segnò all’Inter, a San Siro. La squadra nerazzurra non perdevano in casa da mesi, e la notte prima Meroni era rimasto sveglio fino all’alba, a parlare con la sua Cristiana. La mattina dopo sembrava un fantasma, lui che era già magro di suo. Il suo compagno di stanza Natalino Fossati, vedendolo in quelle condizioni gli chiese come avrebbe fatto a trovare, in poche ore, le energie per affrontare la sfida con l’Inter dopo una nottata insonne. Meroni sorrise: “Vedrai oggi che cosa ti combino”, rispose.
Il gioco del calcio, la sferomachia, per usare un termine caro a Giovanni Arpino, è sempre stato poetico: un atto puro, che attraverso decine di macchiavellismi conserva un che di casuale, di fatale, e proprio per la sua imponderabilità è amato e seguito in tutto il mondo. Perchè ha voglia un allenatore a disegnare schemi sulla lavagnetta e sbracciarsi in panchina urlando ai giocatori di tenere le posizioni, c’è sempre l’inponderabile con il quale fare i conti e Gigi Meroni lo tirava spesso dal cilindro come solo i maghi sanno fare.
Quando stoppò quel pallone dentro l’area, tutti pensarono che l’eccesso del gesto agonistico lo avrebbe fatto finire a terra. A chiuedere lo specchio della porta difesa da Giuliano Sarti un certo Giacinto Facchetti, mica uno qualunque. Gigi barcollò fin quasi a perdere l’equilibrio un metro fuori dall’area piccola, vicino all’angolo sinistro. Fece due piccoli passi indietro, quasi impercettibili, e poi lasciò partire un pallonetto di destro che superò Facchetti e fendendo l’aria andò a infilarsi nell’angolino di destra. Sarti, si limitò a guardare la sfera di cuoio che scivolava in rete. Una parabola che non si poteva spiegare, eppure vera. Come tutta la sua breve esistenza. Quel giorno per la grande Inter di Helenio Herrera finiva un’imbattibilità interna che durava da 3 anni.
Ala destra, ma con licenza di accentrarsi quando lo riteneva opportuno, perche a Gigi non potevi dire stai qui o stai lì, una classe pura, fu il primo a  imprimere una svolta e uGigi Meronin senso a quel ruolo marcandone i tratti e le qualità per decenni a venire, da Angelo Domenghini a Bruno Conti. Vedeva la porta, segnava spesso, dotato di un ottimo tiro da fuori, sebbene magro e fisicamente poco prestante, e capace come pochi di mandare a rete i compagni, su tutti l’ariete di potenza il brasiliano Nestor Combin.
Non è possibile raccontare tutto Meroni in queste poche righe. Pero basta poco per capire come era entrato nel cuore della gente e non solo dei tifosi granata. Raccontano le cronache dell’epoca che quando nell’estate del 1967 stava per passare alla Juventus i tifosi del Torino scesero in piazza a protestare, e gli operai della Fiat con il cuore granata cominciarono a boicottare la catena di montaggio: erano i giorni in cui veniva lanciata la nuova 128, e tutte uscivano dalla fabbrica senza dei pezzi, oppure rigate da un chiodo, e un volantino sul cruscotto: “Agnelli, giù le mani dal Torino”. Si racconta, ma forse è una di quelle leggende metropolitane, che fu lo stesso presidente del Toro, Orfeo Pianelli, a organizzare segretamente la protesta: le sue aziende lavoravano per l’indotto Fiat, e lui non avrebbe potuto rifiutare un’offerta di Agnelli per un suo giocatore. “Per fortuna sono finito sulla sponda giusta di Torino”, aveva detto Gigi qualche anno prima, appena giunto al Toro. E ci rimase fino alla fine.
Quel tragico 15 ottobre del 1967 i granata vinsero 4-2 in casa contro la Sampdoria. Nestor Combin segnò tre gol, e negli spogliatoi a fine poartita scherzando diceva che avrebbe dovuto tenersene qualcuno per il derby della domenica successiva contro la Juventus. “Al derby ne farai altri tre”, gli disse Gigi. Sette giorni dopo in un clima surreale: lo stadio, commosso e impietrito, era un solo cuore granata gonfio di lacrime. La Juventus andò in bambola e Combin fece tre gol, come gli aveva detto Gigi Meroni sette giorni prima. Il quarto gol lo segnò una giovane riserva, Alberto Carelli, che quel giorno indossava la maglia numero 7. Dopo il gol con gli occhi gonfi di pianto, alzò il pallone verso il cielo, per l’ultimo saluto a Gigi.
Quando la signora  vestita di nero entrò a gamba tesa e Meroni se ne andò per sempre, unendo le tragedie passate e futLapide Meroniure del Torino, aveva solo 24 anni.
L’uomo al volante dell’auto che lo uccise, in Corso Re Umberto,  sarebbe diventato presidente della squadra granata trent’anni dopo, contribuendo al fallimento della società nel 2006; il pilota dell’aereo che trasportava il Grande Torino che si schiantò sulla collina di Superga nel 1949 si chiamava Luigi Meroni. Quando si dice il destino.
Oggi, 47 anni dopo, centinaia di tifosi si raccoglieranno ancora una volta in corso Re Umberto, nel punto dove venne investita la “farfalla granata”, come Meroni è stato definito in un fortunato libro scritto da Nando Dalla Chiesa.
Se fosse ancora qui, avrebbe  settantuno anni. E fa un certo effetto immaginarlo con i capelli bianchi, il volto piegato dalle rughe, magari a commentare in televisione un calcio che non è più lo stesso, tutto schemi e improbabili tatticismi.
Come con Achille nell’Iliade il destino ha voluto diversamente e Gigi Meroni, il “beat” del calcio italiano, quella sera di ottobre è entrato nel mito per diventare leggenda e rimarrà per sempre il ragazzo con i capelli lunghi e i calzettoni abbassati, che volava con la palla al piede, funambolico ed elegante su un rettangolo verde.

S.R.

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