“Scommettiamo?”, no grazie. Quello del gioco d’azzardo è un problema serio: una piaga sociale che coinvolge sempre più adolescenti, illusi dalla possibilità di guadagnare soldi facili e in fretta.

Il dato parla chiaro: il 64,3 % dei giovani degli Istituti superiori catanesi – di età compresa tra i 16 e i 20 anni – gioca d’azzardo. Questo il frutto di una ricerca realizzata nell’ambito del progetto “Gioco d’azzardo, indebitamento e usura. Un programma di studio e consulenza alle vittime”, promosso dal dipartimento di Scienze umanistiche dell’Università di Catania in collaborazione con i Servizi per le Tossicodipendenze (Sert) dell’Asp di Catania e con l’associazione antiusura “Obiettivo Legalità”.

Dalle 350 interviste effettuate dai ricercatori nelle scuole superiori della provincia catanese emerge inoltre che i maschi scommettono di più delle femmine (77,8% contro il 47,2%) e che tutti i giocatori problematici del campione sono maschi.

A tal proposito, negli scorsi giorni i rappresentanti del progetto hanno tenuto un incontro presso i locali dell’Università di Catania per affrontare in maniera chiara il problema e ribadire l’impegno del dipartimento di Scienze Umanistiche: “Ringrazio i docenti e tutti coloro che si sono occupati di questa iniziativa – commenta Giancarlo Magnano San Lio, direttore del dipartimento – : per affrontare un tema così delicato occorre una sinergia di forze: grazie alle competenze di alcuni docenti l’Università vuole essere un soggetto attivo nel miglioramento delle condizioni sociali”.

Presenti all’incontro anche i docenti di psicologia Salvatore Castorina e Giuseppina Mendorla: “È un problema che colpisce non solo i soggetti dipendenti, ma anche le famiglie e gli amici. Abbiamo fatto alcune indagini nelle sale da gioco e i risultati sono i seguenti: su 400 soggetti poco più della metà è ad alto rischio o a rischio moderato. Tra gli adolescenti sono a rischio elevato il 15% dei maggiorenni e il 20% dei minorenni: dato che si aggrava ancora di più se pensiamo che i minorenni non potrebbero proprio giocare”, hanno spiegato.

Ma da cosa nasce la dipendenza? Ne abbiamo discusso con lo psichiatra Salvo Di Dio, affrontando il tema sia dal punto di vista sociale che biologico. “In tutte le sue forme, la dipendenza si presenta come una soluzione apparente ai conflitti interni di ciascun individuo”, spiega. “Non è un caso, infatti, che le dipendenze coinvolgano prevalentemente giovani provenienti da situazioni familiari disagiate: il valore della “famiglia” come la conosciamo noi non esiste più, e ciò causa nei ragazzi scompensi dell’individuazione”, afferma Di Dio.

Insomma, la famiglia ha un ruolo determinante nell’individuo, anche indipendentemente dall’educazione impartita: “Il giovane che vive una situazione negativa all’interno del nucleo familiare si trova ad affrontare la ricerca di una base ben precisa: se questa non viene trovata, il senso d’ansia e di dolore spingono prepotenti verso il rifugio in uno stato mentale parallelo, ed è qui che nasce la dipendenza”, aggiunge.

E ciò vale sia per le droghe, che per le nuove dipendenze: “Bisogna anche dire che esiste una sorta di predisposizione in ogni individuo, come una sorta di “vulnerabilità psicobiologia”: certo, poi ci pensa il mondo circostante ad aprire le porte…”, spiega. E, in effetti, tutto ciò che ci circonda non fa altro che offrirci una soluzione immediata a tutto, quasi come “la risposta ad ogni nostro problema”: ma a caro prezzo. “Viviamo in un mondo in piena crisi di valori: sia dal punto di vista della “patria”, che dell’ideologia, che della religione – commenta – : i giovani, al giorno d’oggi, sono portati a volere tutto e subito. E questo, combinato alle psicotecnologie, fa il resto. Non c’è più l’attesa per l’evento, distrutta dall’ “Hic et nunc”, dalla necessità di una soddisfazione immediata che, però, si rivela poi una meteora.”

Il tutto, poi, orchestrato alla perfezione dal ruolo dei social network e delle droghe: “Il network ti dà la possibilità di avere l’illusorio vantaggio di trovarti dietro ad uno schermo: e ciò altera e annulla il contatto diretto tra le persone. Per questo motivo nasce la sofferenza interiore, perché il giovane non prova più sentimenti e nel momento in cui deve far qualcosa, ricorre alle droghe per disinibirsi. Il rischio è quello di una modificazione celebrale che condiziona l’evoluzione mentale: ne faremo le spese tra qualche anno”, racconta Di Dio.

E i rimedi esistono? Sì, anche se se sono ridotti: “Si può guarire, ma non si deve agire da soli. Prima di tutto bisogna riconoscere lo stato di malattia e successivamente bisogna rivolgersi ai centri specializzati, dove un equipe medica seguirà il percorso di ogni paziente fino alla riabilitazione”. E se la famiglia, spesse volte, è causa del problema, a volte può essere la soluzione: “Il ruolo della famiglia è fondamentale quando essa collabora insistentemente: più c’è la sua presenza, più il percorso diventa agevole”.

Il problema della dipendenza, però, deriva anche da una cattiva gestione del sistema governativo, basti pensare alle leggi che, in qualche modo, facilitano la diffusione del gioco d’azzardo: “L’Italia è uno di quei Paesi in cui sono state fatte tante buone leggi fino agli anni ’50: da lì in poi la flessibilità ha preso il sopravvento, e ad oggi ci troviamo in una situazione di equilibrio.”, afferma. E le soluzioni scarseggiano, soprattutto per quanto riguarda il sistema delle droghe: “Legalizzare la droga può essere la soluzione alla tossicodipendenza? Non c’è nessuna verità: la legalizzazione non è un fenomeno che ha fornito certezze assolute, ma ha contenuto il problema. Una cosa è certa: tutte le droghe danneggiano il cervello: e una volta iniziato il percorso, questo diventa irreversibile”, ha concluso Di Dio.

Duro, invece, il messaggio lanciato da Ignazio Messina, segretario nazionale di Italia dei Valori: “Il fatto che in Sicilia il gioco d’azzardo valga il 5% del Pil, con un numero di ludopatici fra gli 80mila ed i 100mila, rende la misura di quanto questo fenomeno, pericoloso e grave, abbia fatto leva sulla ricerca di fortuna, in realtà disperazione, dei cittadini”, ha dichiarato. “Il gioco d’azzardo legalizzato, terza industria italiana per fatturato, ha raggiunto, in questo modo, costi sociali e personali ormai insopportabili, compresa la rovina di tante persone, fino al suicidio”, afferma Messina.

“Italia dei Valori si è sempre opposta alla figura dello Stato biscazziere, che mette a repentaglio la vita dei cittadini ed ha sempre combattuto questa deriva, attraverso azioni parlamentari ed iniziative anche in Commissione Antimafia con i suoi esponenti. Con la proposta di legge di cui siamo portavoce e che è stata sottoscritta da 100mila cittadini abbiamo chiesto di sostenere una soluzione radicale del problema: il Divieto Assoluto e totale dei giochi con puntata di denaro, da considerare giochi d’azzardo (uniche eccezioni: il lotto, escluso il lotto istantaneo, le lotterie nelle loro varie forme, e le scommesse sugli eventi sportivi), qualificando come delitto le violazioni del divieto di tenuta del gioco d’azzardo per contrastare la potenza economica delle lobbies di pressione, presenti anche nella politica”, prosegue.

“Troviamo immorale che lo Stato prenda denaro sacrificando le persone. Intorno all’azzardo si muove un mondo sommerso che fa capo alla criminalità organizzata e che spesso si rende protagonista di traffici illeciti e di giri economici sporchi. Alla lotta al gioco d’azzardo abbiamo unito anche la lotta all’evasione ed alla corruzione, due cancri che vogliamo debellare e che impediscono al Paese di crescere”, ha spiegato Messina. E con uno Stato che facilita la diffusione a macchia d’olio di questo tragico fenomeno, la cura e perfino la speranza diventano un miraggio.

Antonio Torrisi

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